venerdì 31 luglio 2026

A PIEDE LIBRO n. 87 - La Sfinge Nera - Mario Appelius - Prima parte

A PIEDE LIBRO n. 87

Intima ed irregolare rubrica Libraria - Anno IV

(prima parte)

LA SFINGE NERA

Dedicato ad Arnaldo Mussolini (fratello di Benito), il quale, a poche settimane dalla Marcia su Roma, gli concesse la fiducia facendolo collaborare a “Il Popolo d’Italia”, quando quel giornale aveva pochi mezzi e fondi per tirare avanti, questo primo libro di Mario Appelius, uscito nel 1926 e intitolato “La sfinge nera. Dal Marocco al Madagascar”, fu il resoconto dell’ennesimo suo viaggio intrapreso subito dopo l’incontro proprio con Arnaldo, un viaggio stavolta al seguito di una compagnia straniera che perseguiva fini commerciali e scientifici in una spericolata traversata continentale, quella africana appunto. Di quel che accadde il 28 ottobre 1922 in Italia, lo era venuto a sapere dopo, grazie ad un vecchio giornale, in quel momento si trovava in Nigeria e le sue lettere sulla sua nuova avventura venivano inviate al quotidiano dei Mussolini per essere vagliate e pubblicate. 

Non lo credeva solo il fascista Appelius che il Continente Nero, già in parte da lui visitato e vissuto, avesse bisogno di essere civilizzato. A pensarlo innanzitutto erano le democrazie colonialiste, il fascismo c’entra ben poco con tanti dei discorsi affrontati dall’autore, meglio sarebbe storicamente indagare invece su quel che fecero le demo-plutocrazie nei secoli e allora vedremmo un po’ tutti meglio quel che spesso non si dice. 

In ogni caso Appelius, da ottimo conoscitore del mondo quale era, si fece anche interprete delle istanze italiane di quegli anni e a riguardo, tenendo conto della realtà dei fatti, scriveva che spettava alla Francia e all’Inghilterra avviare sulla strada del progresso le terre africane, tuttavia anche all’Italia che aveva tanti dei suoi figli da poter inviare per farli lavorare e mangiare; al contempo quegli italiani avrebbero potuto smuovere quel continente sottosviluppato, a causa pure della bassa presenza di bianchi, in taluni casi sostituiti da meticci ma con risultanti egualmente scadenti. Era arrivata l’ora dell’Italia, almeno quello era il sentimento di molti, stanchi di veder trattato il Belpaese come una nazione di seconda serie, rimasta a guardare le spartizioni e le depredazioni altrui. D’altra parte, se l’Africa era quasi del tutto occupata è pur vero che alcune colonie, o parte di esse, erano rimaste inesplorate oppure semplicemente sfruttate senza scrupolo o abbandonate al loro destino.

Gli inglesi naturalmente avevano il controllo di un terzo dei territori, un altro terzo era dei francesi. Solo che i primi, da grandi esperti colonialisti che erano, se la metà delle loro colonie le amministravano direttamente e le popolavano di loro connazionali, l’altra metà le sfruttavano semplicemente e senza esitazioni in favore della madrepatria, mediante il Colonial Office che aveva mano libera su tutte le decisioni, aggirando i ritardi e gli eventuali impedimenti parlamentari. 

“L’inglese disprezza profondamente il nero e non si preoccupa minimamente del suo miglioramento morale”, una volta ciò era piuttosto noto a tanti, ma proprio in quegli anni alcune cose stavano mutando, se non proprio in Africa, altrove, dove le ribellioni e il malcontento andavano aumentando di pari passo. I francesi invece controllavano con maggiore fatica i loro territori, sia per via della centralizzazione del potere sia perché adottavano un metodo che era quello della “assimilazione” che prevedeva talvolta una stretta collaborazione con gli indigeni a scapito dell’ordine gerarchico. Quel che risultava chiaro era che gli europei avrebbero avuto sempre maggiori difficoltà a dominare quella vastità di uomini e luoghi, vista soprattutto la loro bassa presenza numerica rispetto agli autoctoni, allora gli italiani avrebbero potuto ricoprire un ruolo fondamentale in questo senso e avrebbero potuto farlo con un largo accordo da stringersi proprio coi francesi, meglio ancora con i belgi che nel Congo, oltre ad essere numericamente troppo pochi, non potevano neppure contare sulla cooperazione della popolazione indigena.

“Solo l’Italia potrebbe fornire alla Civiltà occidentale questo magnifico esercito per rinnovare nelle solitudini tropicali e negli impressionanti silenzi dell’Equatore il miracolo delle pampas  sud-americane e delle praterie del Far West. Ma solo l’Italia non possiede dominii coloniali per impegnare contro la natura e le barbarie la grande battaglia”; sì, quegli italiani sparsi per il mondo, figli di Roma e delle sue conquiste, che attendevano un riconoscimento, le terre e il rafforzamento del legame con la patria lontana e che con la forza delle loro braccia, il sudore della loro fronte, le loro inarrestabili idee e la loro grande forza di adattamento erano stati in grado di fare l’impensabile negli angoli più sperduti del globo, nonostante fossero stati dimenticati del tutto o quasi dai governi precedenti.         

L’Africa era quel vasto luogo che finalmente poteva accoglierli sotto l’egida di una amministrazione nazionale e unica, un posto di enormi potenzialità dove si poteva apportare una civilizzazione mai presa in considerazione per davvero dagli altri colonizzatori, che avevano ad esempio abolito la schiavitù solo sulla carta, perché la “Società delle Nazioni non ha tempo per preoccuparsi per queste sciocchezze!”.

Lungo le sue pagine, al suo solito, Appelius fece delle disamine storico-politiche ma soprattutto parlò di quel suo ritorno nel Continente Nero, che ebbe inizio in Marocco, dove ebbe i suoi primi contatti con l’Islam più integralista, anti-inglese e anti-occidentale. La seguente sua affermazione è di una attualità sorprendente: “E questo è il vero Islam che a Losanna, a Parigi ed a Roma si maschera sotto l’aspetto fallace della «Lega dei popoli liberi» per l’illusione forse sincera, di un pugno d’uomini più progrediti, i quali ripetono nelle capitali europee le formule magiche della Civiltà di Occidente; mentre l’Islam è rimasto nei secoli la stessa Religione di odio e di violenza bandita dal Profeta”. Fu senza dubbio prezioso il suo incontro avuto con il generale francese Hubert Lyautey, ex Ministro della Guerra per qualche mese tra il 1916 e il 1917: italofilo, convinto che gli italiani potevano entrare in Marocco anche perché vi era una forte richiesta di manodopera, sicuro che Italia e Francia avrebbero potuto collaborare per un fronte latino in quei territori, del fascismo disse ad Appelius: “Ah, lo conosco, o meglio lo intuisco. È la giovinezza ardente delle trincee che continua la guerra contro i nemici interni; è la dittatura della razza contro le cricche parlamentari, le consorterie universitarie, le utopie demagogiche, contro la grande zavorra degli Stati… per sgombrare il cammino dei popoli”.       

Il passaggio per il Sahara lo fece coi tuareg, il loro capo parlava un italiano “molto napoletanizzato e imbarbarito”; vento, un “paesaggio di fuoco”, notti candidamente stellate, oasi e immensi tramonti mozzafiato, la direzione era quella che portava al fiume Niger, si avvicinavano le montagne aride e lugubri del massiccio Tassili d’Adrar, le gole di Tornada, uno dei posti più “orridi” da lui mai visti, al di là vi era l’Africa più nera, più primitiva, più selvaggia, popolata da tribù poco conosciute, “senza tradizioni e senza storia”. Della grande e vecchia città di Tombuctù, crocevia di popoli africani, viaggiatori, commercianti ma per pochi europei e tre soli italiani, non rimaneva che l’ombra. Un po’ tutto cadeva a pezzi. Arrivato alla città di Tuadeni constatò di persona che esistevano dei veri e propri schiavi, adoperati nella più grande miniera di salgemma. Molti erano congolesi o appartenenti ad alcune tribù ben precise, spesso erano schiavi per eredità perché lo erano stati i loro genitori. In mezzo a quella gente, a quella sofferenza, agli strani costumi e riti tribali, a quel mondo così diverso non poté fare a meno di pensare al suo “amore della Patria”, che ogni tanto lo scuoteva fin dentro l’anima. 

Gli europei, francesi ed inglesi in testa, avevano dovuto cedere per quieto vivere ai riti più assurdi, aberranti se non feroci. Magie tra le più nere e stregoni quindi continuavano ad essere popolari nel cuore d’Africa, ma Appelius incontrò di tutto e tante persone, anche un meticcio figlio di un siciliano e di una donna indigena, innamorato dell’Italia e pronto ad andarla a vedere con tutta la sua famiglia, benché l’Italia l’avesse vissuta solo tramite gli accorati racconti del padre che gliela aveva raccontata come se fosse stata la “più bella del mondo” . Appelius scrisse di essersi affezionato “come un fratello” ad Antonio Ardizzone e con un “non ti dimenticherò mai più” concluse un suo capitolo in ricordo di “Don Antonio”, “questo caso forse unico nella sua singolarità si confonde nella mia mente con infiniti altri meno strani ma sostanzialmente identici, di altre genti e di altri figli di nostra razza sparpagliati per il vasto mondo dal ventilabro possente dell’emigrazione, che si sentono anche essi intimamente e profondamente italiani, ma troppo soli e troppo abbandonati dalla Grande Madre lontana, e che pure resistono all’assorbimento, e si irrigidiscono in un amore quasi mistico per la terra dei padri, indice formidabile della vigoria ingenita della razza che forgia possentemente nella matrice della stirpe i suoi figli, e li mantiene italiani anche attraverso mescolanze, incroci ed abbandoni, italiani di spirito, di tipo, di impronta, reagendo per suo conto contro l’inerzia di poteri responsabili per forza interiore ed incoercibile di ceppo e di sangue”.           

Per lui, quelle africane, e non solo quelle, rimanevano delle “razze inferiori”. Assimilò spesso gli africani alle “scimmie”, li accusava di essere servili verso il bianco anche quando subivano le sue prepotenze, talvolta di essere sgradevoli e ripugnanti, ma sarebbe un errore credere che queste posizioni derivassero dalla sua adesione al fascismo, perché quelle erano idee molto comuni a tanti altri di altre nazioni e orientamenti politici; erano pensieri che accumunavano scienziati, intellettuali, esploratori, politici ecc. Appelius semmai, al contrario di altri, quando si esprimeva non nascondeva tutto quel che gli passava per la mente e lo faceva con il suo linguaggio colorito, a volte sboccato, ironico, vero. D’altro canto diceva pure sinceramente di aver “viaggiato diversi anni nelle terre meno civilizzate del mondo, con l’abitudine di giudicare, a torto o ad ragione, razze o paesi secondo la loro maggiore o minore capacità d’assorbimento della civiltà occidentale”. 

 

Dal Sudan si inoltrò nel Senegal - una delle colonie francesi più ricche - meglio piazzato per le vie di comunicazione eppure una delle regioni “più tristi” perché insalubre e rischiosa per la vita specialmente dei bianchi, poco avvezzi a certi ambienti; quella era una terra di conflitti tra tribù, dove vi viveva una popolazione in parte degenerata, dove vi era arrivata però la speculazione economica e finanziaria anche di un certo ebreo Levi e dove gli inglesi, approfittando della ricerca spasmodica dell’oro da parte degli autoctoni, grazie al mercato degli schiavi, alla manodopera a costi bassissimi e alle condizioni di lavoro disumane dei lavoratori, si impossessavano alla fine della catena commerciale del prezioso materiale, portandolo direttamente sul mercato di Londra: “Mai luogo mi è parso più triste di questo nel quale il metallo che governa il mondo luccica a fior di terra, dono tragico della natura. Mai genti mi sono sembrate più infelici di queste che si scannano per un pugno di pepite”; quel disagio portava le persone “all’ubriachezza ed all’omicidio, semplice bagaglio dell’immenso male che sotto forme apparentemente diverse ma in fondo eguali, lo stesso metallo compie ad ogni istante nel vasto mondo”.

Tuttavia il Senegal, a suo dire, inevitabilmente sarebbe diventato uno dei più importanti posti d’Africa per via delle sue enormi potenzialità, ma agli italiani consigliava di non trasferircisi, i tempi erano troppo prematuri e i rischi da sobbarcarsi erano molteplici. Nel Gambia proseguì l’escursione tra le colonie britanniche, in particolare andò a Bathurst, una delle sentinelle della Corona sull’Atlantico. La tela della City si stendeva su tutto il continente, con un fitto intreccio di politiche economiche difficilmente attaccabili. Le compagnie commerciali e navali battenti bandiera inglese non avevano rivali, erano tutte spalleggiate dal Colonial Office che comandava senza le interferenze del parlamento, dopodiché il Governo d’Inghilterra, ogni qual volta lo riteneva necessario, a suon di quattrini comperava vasti territori che si erano andati ad aggiungere agli altri già dominati.  Laddove non si era potuto comperare o conquistare, la ‘Perfida Albione’, grazie agli intrighi societario – internazionali si era accaparrata i protettorati.

Ai tropici, il trionfo delle luci, i colori di un mare iridescente senza eguali, fino a penetrare, lasciate le imbarcazioni, nelle colonie portoghesi e francesi, dalla Guinea alla Sierra Leone, nell’Africa sempre più nera, dove il lavoro, l’inedia, la subalternità delle donne ridotte a serve e a strumenti per la riproduzione, i riti più primitivi e deplorevoli erano la normalità. Si avvicinò alle immense foreste tra la Liberia e la Guinea, sotto i colpi dei cambiamenti climatici così repentini e imponenti, e proprio nei pressi di uno degli affluenti del Niger incontrò 14 operai italiani, trasferitisi là dal Marocco per eseguire i lavori di una importante arteria ferroviaria. Venivano da Biella ed Ivrea, soffrivano tutti di nostalgia per la loro Patria, avevano dovuto lasciare la loro amata famiglia: “Gente semplice e forte, rude nei gusti frugali e nelle parole concise, disgraziatamente al soldo di capitali francesi i quali snazionalizzano la fatica di questi meravigliosi artefici e danno carattere britannico, gallico od americano a quello che è puramente e semplicemente lavoro italico. Discendenti di quegli insuperati ed insuperabili costruttori di archi e di strade della Roma consolare”, sì quei connazionali che “si incontrano immancabilmente in ogni parte del globo, ovunque per l’esecuzione di opere grandiose […] Non li trovate mai soli, ma in gruppi di cinque o di dieci, paesani nati all’ombra dello stesso campanile, sovente congiunti, virgulti d’uno stesso tronco, con l’amore del duro travaglio, con l’immagine della Patria non ricca ma amatissima impressa nel cuore”; era la “nostalgia dolce e amara della Patria che parla alle nostre anime, misteriosamente, per vie remote ed indefinibili”. Uno di loro proprio in quei giorni cadde stroncato dalle fatiche e dal clima ingeneroso, per lui fu organizzato un funerale dove il loro compratriota fu salutato un’ultima volta col saluto romano: “Ed a noi sorride nell’attimo fuggente la visione del giorno lontano ma immancabile nel quale, per la rinnovata grandezza della Patria sulle orme di Roma, non più i suoi figli si disperderanno per il mondo a concimare con il loro sudore e con il loro sangue l’opere altrui, ma raccolti tutti sulle nuove vie d’Italia, sacreranno ancora una volta all’immortalità il nome della razza in opere grandiose di marchio italico, e vi apporranno, emblema della Grande Madre, scolpito nel cemento e nel granito, come già la Lupa Capitolina ed il Leone di San Marco, il Fascio Littorio dell’imperiale Italia mediterranea”. 

Nella capitale della Liberia, Monrovia, fu particolarmente colpito da quel “fracasso” che si chiamava jazz, un genere musicale all’epoca incompreso da molti. Al seguito di Lord Notherson provò l’ebbrezza della gran caccia, ma ne rimase anche inorridito. Altre battute lungo il percorso africano se ne aggiunsero, quella agli ippopotami, agli elefanti, alle tigri, ai coccodrilli, tutte sanguinose, tutte terribili. In Nigeria assistette alle grandi opere delle termiti, vere operaie bonificatrici, all’incontro tra genti provenienti da altre regioni africane per commerciare, calpestò altra terra che mai nessun bianco aveva mai visto. L’attraversamento del Congo lo convinse ancor più che in tutti quei luoghi dove erano arrivati i bianchi era stata finalmente messa in atto una valorizzazione mai avvenuta prima. 

La foresta mortifera della Savana, con tutto il suo carico di dolore, tragedia e putrescenza; ma è nella foresta della Congolia che sentì tutto il peso della vita e della sua caducità. La nostalgia e lo sconforto attanagliavano i viaggiatori “bianchi”, tanto da far riemergere intensamente in ogni istante tutti i luoghi cari e tutte le abitudini mantenute nei loro ambiti familiari, quella però divenne per Appelius una delle esperienze più grandiose di sempre, come quando assistette assieme agli altri all’inequiparabile tramonto: “«Was ist das?» mormorano inconsapevolmente le labbra dello scienziato americano. E a chi ascolta vien quasi voglia di rispondere: - Questo è Dio!”.

La rinomata Albertville del Congo belga non era che un ammasso di case, un posto dove si erano stanziati i bianchi e avevano pacificato le interminabili guerre tra tribù, sottoponendo “tutte le razze nel comune servaggio”. L’opera del defunto Re del Belgio Leopoldo aveva però lasciato il segno, altri agglomerati urbani erano stati costruiti e un certo ordine era stato stabilito.