lunedì 3 agosto 2026

A PIEDE LIBRO n. 88 - La Sfinge Nera - Mario Appelius - Seconda parte

A PIEDE LIBRO n. 88
Intima ed irregolare rubrica Libraria - Anno IV

(seconda parte)

LA SFINGE NERA

Ad Appelius non potevano non venire in mente “i ricordi di Adua, del Fezzan, di Valona, tutti gli errori della folla inconsapevole ed impreparata, le colpe maggiori degli uomini responsabili che li resero possibili con la loro fraseologia dottrinaria, che non ardirono dal banco del governo andare contro la corrente per opportunismo elettorale o per paura pigmea della impopolarità: errori disgraziatamente irrimediabili che ora pesano sulla vita economica e sull’attività politica della patria, che faticosamente e pazientemente si devono riscattare con diuturno lavoro di preparazione e di vigilanza, che hanno fatto perdere alla nazione occasioni che non si ripresenteranno mai più a beneficio degli altri che avevano già abbastanza terra e sole, sufficienti combustibili e materie prime per le loro caldaie e le loro industrie” nondimeno quella bistrattata “fede nazionalista”, grazie al fascismo, aveva ripreso forza e in quella si doveva confidare, perché era “terribilmente doloroso che proprio noi che abbiamo tante braccia disponibili, che dobbiamo pagare a prezzo di sudore amaro, in franchi, in dollari e in sterline il pane quotidiano dei nostri telai, laminatoi, alti forni, frantoi, lambicchi, proprio noi dobbiamo venire come potenza coloniale dopo il Belgio, l’Olanda, il Portogallo!”. 

Allora ancora una volta una domanda inevitabile sorgeva spontanea: “E il patto di Londra?”. Il giornalista si riferiva a quell’accordo segreto firmato nel 1915 tra Italia e Triplice Intesa (Russia - Regno Unito - Francia), mediante il quale il nostro Paese si era impegnato ad entrare in guerra nel giro di un mese contro l’impero tedesco e quello austro-ungarico, in cambio della cessione di alcuni territori in caso di vittoria; le promesse in parte non furono rispettate con il Trattato di Versailles, sia per i ripensamenti dei francesi che degli inglesi, sia, soprattutto, per l’intromissione degli Stati Uniti che erano militarmente intervenuti a partire dall’aprile 1917. 

Il problema, come detto, risaliva anche ai tempi precedenti perché i governi d’Italia non avevano avuto né l’energia né la capacità di imporsi nonostante i fallimenti, malgrado ciò si poteva constatare che di italiani nel continente africano ce n’erano molti, che vi erano “fiorenti colonie numericamente superiori a quelle inglesi ed a quelli francesi e meglio di queste affiatate con l’elemento indigeno”, e che erano praticamente tutte composte da operai che avevano prestato la loro manodopera, le loro fatiche e talvolta avevano perduto le loro vite, come poté vedere lo scrittore sul lago Tanganika, dove, nonostante il divieto delle autorità belghe, era stato inciso su un pilone di cemento: “OPERAI ITALIANI FECERO NEL 1923 – TRE VI MORIRONO: VIVA L’ITALIA”. 

Appelius, attraverso i suoi scritti, si proponeva di ricordarli: “per quanti in Italia non conoscono i nostri emigrati, questi magnifici nostri fratelli d’oltremare e d’oltre frontiera che la patria ha finora ignorato e che oggi il Governo nazionale si propone di valorizzare e di proteggere perché sono una delle forze genuine della nazione”, “Sono oltre un milione di italiani finora ignorati dall’Italia ufficiale! E sono oltre un milione di fascisti senza tessera, cioè di italiani che uniscono all’amore del lavoro il culto superiore della patria, perché l’emigrato italiano d’Africa anche se partito socialista o popolare, massone o salesiano, salvo pochissime eccezioni, è unicamente e superbamente italiano. A contatto dei nazionalismi e degli imperialismi stranieri che si affannano a snazionalizzare con minaccie e lusinghe questi intrepidi figli d’Italia per conquistarli ai loro paesi troppo poveri di elementi colonizzatori, l’italiano difende con tenacia la sua lingua e la sua patria”.

Attraversato il grande lago Tanganika, benché il nostromo fosse un inaffidabile britannico alcolizzato, perché gli “inglesi hanno di queste ubriachezze catalessiche che sono una prerogativa della razza”, arrivarono negli ex possedimenti tedeschi, tutti accalappiati dall’Inghilterra. Nel primo villaggio incontrò un italiano, un tuttofare, divenuto ormai un notabile del posto, ma pronto a tornare in Italia non appena possibile. Li accolse calorosamente, porgendo agli ospiti del Chianti e altre pietanze italiane, deridendo gli inglesi e la loro mediocre cucina. 

“Mentre in genere in Asia, anche nelle più piccole località, i funzionari e i residenti britannici hanno sempre una buona vernice di gentleman e sono sovente figli di ottime famiglie che compiono in colonia il loro tirocinio, nell’alta Rodesia e nel Nyassaland, invece, il personale britannico è reclutato dai bassi fondi di Londra […] veri avanzi di galera che la madre patria spurga in queste stazioni micidiali dell’interno equatoriale dove veramente non sono necessarie molte qualità per amministrare gli indigeni”, che venivano storditi ed eliminati a loro volta con fiumi di alcol generosamente concessi dai colonizzatori d’oltre Manica.

Va segnalato che tra le pagine più divertenti mai scritte da Appelius rimangono quelle che costituiscono il capitolo “La scimmia misteriosa”, e la scimmia era Macacca, la mascotte che durante il viaggio si era aggiunta al gruppo combinandole di tutte i colori ma avvantaggiando in tanti modi il gruppo di viaggiatori.

Dopodiché dalla britannica Rodesia passarono al Sud Africa dove toccò con mano sia gli attriti ancora esistenti tra i gli inglesi e i boeri; uno di questi ultimi gli disse: “Abbiamo combattuto strenuamente contro gli inglesi, non perché avessimo speranza di vincerli o perché ci illudessimo che la piccola Madre patria potesse aiutarci contro l’impero britannico: no, abbiamo lottato, io per primo, per quel dovere che hanno tutti gli uomini di difendere la propria libertà ed indipendenza contro qualsiasi straniero […] non siamo più olandesi e non siamo neppure inglesi: siamo cittadini del Sud Africa: qualunque sia la nostra origine lavoriamo per i nostri figli e nipoti ai quali toccherà il compito di fare del Sud Africa una nazione autonoma ed indipendente”.  

Inoltre per “la minore concorrenza, una più giusta distribuzione del guadagno, la presenza della mano d’opera indigena che sgrava dalle spalle dei bianchi il fardello delle fatiche più penose: il contatto rigeneratore della terra”, oltre a tanti altri fattori, rendevano quei coloni meno schiavi del denaro, che era “per essi un padrone meno arcigno e spietato del Dio oro che condanna tre quarti degli europei”.

Nella zona più ad est, nel Transvaal visitò le grandi miniere di diamanti, rame, carbone, oro, tutta quella grande area in cui “le risorse di questo suolo fortunato che basterebbero da sole ad assicurare il primato industriale d’una grande nazione proletaria come l’Italia”, ricchezze che ancora una volta erano in mano agli inglesi, però qualcosa era cambiato con la Grande Guerra, fino ad allora, dai vari domini sparsi nel mondo, le tante risorse arrivavano in Gran Bretagna, in seguito, per le necessità legate a quel conflitto, quelle stesse risorse iniziarono ad essere lavorate sul posto, avviando dei processi di industrializzazione in diverse colonie che prendevano coscienza di se stesse e delle proprie libertà acquisite ed acquisibili: “È ancora uno stato d’animo impreciso, più che altro una tendenza che lotta contro la tradizionale devozione all’Old Britannia, ma esso rassomiglia già troppo a quello esistente nel Nord America prima dell’indipendenza degli Stati Uniti”; lo stesso valeva per gli occidentali del Sud-Africa, nessuno di loro dichiarava di essere un suddito della Corona, tutti dicevano di essere sudafricani come visto. 

Appelius, da gran viaggiatore quale era, aveva capito perfettamente che l’impero inglese iniziava a traballare e proprio su questo equilibrio sempre più precario puntò il Fascismo col passare degli anni e non certamente errando, se non per quel che attiene le tempistiche, che si rivelarono precipitose e che quindi diventarono fatali per il fascismo stesso e per l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale. 

In tante di quelle miniere vi lavoravano chiaramente gli indigeni, somiglianti ad una “mandria” di animali e che in tal modo venivano trattati dalle guardie britanniche, ma prestavano le loro braccia anche tanti bianchi provenienti da tutto il mondo e, nonostante le ottime paghe, il degrado era visibile ad occhio nudo. Le fatiche e il disinteresse della autorità ne erano le cause principali, il fine primario erano le estrazioni, il resto contava poco: “Qui voi conoscete veramente l’inglese, con le sue mirabili virtù di disciplina, di metodo e di costanza che sono patrimonio tangibile della razza, e con tutte le manchevolezze intellettuali e morali della stirpe. Fra quest’ultime il latino è soprattutto colpito dalla mediocrità d’ingegno della collettività, dall’intemperanza spinta fino all’ubriachezza sistematica, dalla brutalità verso gli inferiori, dall’orgoglio per cui ogni inglese si sente, per il solo fatto d’essere british, un super uomo!”; quindi un qualunque suddito di colore della Corona contava più di un italiano, di un francese e di tutti gli altri, l’importante era in un modo o nell’altro far parte del grande potentato inglese, il resto e tutti gli altri venivano dopo.

A fine giornata però tutti quanti i lavoratori, bianchi o neri che fossero, “si affratellano e s’eguagliano”, la spossatezze e gli alcolici univano ognuno di loro al di là delle differenze. 

Rimase favorevolmente impressionato dalla carnagione e la capigliatura chiara dei tanti irlandesi, attirati con l’inganno e le promesse di facili guadagni e invece ridotti ad una vita al servizio del padrone britannico, ma “s’incrociano quasi tutte le razze del mondo, i fanciulli sono d’una bellezza sorprendente. La linfa generosa dei vecchi ceppi batavi fusa con tutto i succhi anglo-sassoni e latini crea meravigliosi fiori umani. Non di rado un occhio di mandorla pregno di tutti i misteri dell’Oriente sotto una capigliatura bionda, od un’aureola di riccioli d’ebano su un profondo sguardo celeste, marcano il passaggio d’una razza asiatica o d’un tipo arabo che hanno lasciato la loro forte impronta”. 

Constatò anche che in “Europa manca in genere questo culto profondo della terra che è limitato ai contadini che la coltivano […] Qui, invece, essere agricoltore è un onore”. 

A Capo di Buona Speranza Appelius produsse i migliori suoi affreschi letterari, poiché abbacinato dalla incredibile Natura di quei luoghi. Altrettanto meritevoli sono le rigogliose righe dedicate al lussureggiante Madagascar francese, in realtà un’isola in buona parte selvaggia e tutta da scoprire. Là ebbe modo di assistere al terribile patimento dei lebbrosi e anche in questo caso la sua penna raccontò con grande accoramento un’altra triste e letale tragedia umana.  

 Un caso molto particolare è rappresentato da “uno di nostra razza che, per improvvisa demenza od immane sconforto, aveva ripudiato il suo mondo, la sua patria, la sua fede” per regredire ad uno stato di vita primitivo, tribale; come aveva potuto vedere il “più delle volte si tratta d’individui fisicamente deboli e cerebralmente predisposti all’esaltazione, i quali in seguito a determinate circostanze si lasciano deprimere dal clima e dall’ambiente fino a farsi assorbire dall’elemento inferiore che li circonda. E se rari sono gli esempi di latini, soprattutto d’italiani, che abbiano ceduto al vortice della vita araba, indiana o cinese, più numerosi sono quelli d’anglo-sassoni e di slavi che si sono arabizzati o cinesizzati”. 

Quel bianco, di incerta nazionalità, un tempo aveva avuto una fattoria per la coltivazione della vaniglia però le continue intemperie lo avevano fatto desistere e lo avevano convinto di andare a vivere nella foresta tra gli antimoro: si “è lasciato assimilare dagli antimoro della foresta vergine, cioè da una delle popolazioni più infantili del globo, il cui grado di barbarie non ha confronto in nessuna tribù colorata dell’Africa equatoriale”, “Per qual motivo insondabile della natura trent’anni di foresta vergine erano stati bastevoli a cancellare in un uomo tipicamente europeo ed inconfutabilmente di razza bianca secoli e secoli di civiltà umana?”, fu l’intera spedizione a chiederselo, rimasta sbigottita, senza risposta, in silenzio di fronte a quell’incomprensibile “dramma” umano di un persona ridotta a vivere per scelta nella più infima delle arretratezze.       
Infine, verso il termine di quel lungo viaggio affermava che “nulla vale la mia Italia sorridente. Ma il Sahara e la foresta ci hanno stregato”; di fronte a cotanta bellezza “Veramente mi credo anch’io uno dei tanti nulla di questo tutto”. 

Il radio non si trovò, il gruppo proseguiva verso altri lidi: “Domani ci imbarcheremo per l’Asia”. 

Fine