domenica 28 settembre 2025

A PIEDE LIBRO n. 92 - Anna Politvoskaja - Su "Internazionale"

A PIEDE LIBRO n. 92
Intima ed irregolare rubrica Libraria - Anno IV

ANNA POLITOSKAJA SU "INTERNAZIONALE"

In realtà questo non è un vero libro, si tratta di 11 articoli scritti da Anna Politvoskaja, apparsi sulla rivista italiana “Internazionale” e rintracciabili ancora oggi sul sito del periodico.

La Politvoskaja la conosciamo un po’ tutti; è stata una combattiva giornalista anti-Putin, assassinata a Mosca il 7 ottobre 2006, nell’ascensore del palazzo dove viveva. Aveva 48 anni. I mandanti - direi ovviamente - non sono mai stati rintracciati, mentre furono cinque, tutti ceceni, coloro che furono condannati nel 2014 per l’attuazione dell’omicidio.

La maggior parte delle sue indagini hanno riguardato la seconda guerra di Cecenia (1999-2009) e 10 di questi pezzi pubblicati si occupano proprio di questo argomento. 

Denunciò strenuamente le rapine e i furti dei soldati russi, le sparizioni delle persone, gli attentati, le esecuzioni, le decapitazioni dei nemici, seguì l’impossibile lavoro dei ‘procuratori territoriali’ impegnati nel far rispettare le leggi più elementari da parte dei militari che avevano mano libera per commettere di tutto: ricatti, estorsioni, torture, eccidi. 

Nonostante ciò, qualche risultato i procuratori lo ottennero, come quando uno di loro, Aleksandr Rudykh, scovò 17 persone illegittimamente bloccate nei boschi di Zhigurta e che, con tutta probabilità, avrebbero fatto un brutta fine, come era già capitato in altri casi.

La Politvoskaja riuscì a ritagliarsi uno spazio favorevole per le sue inchieste, grazie a una rete di conoscenze coltivate tra i russi e i ceceni, tra le alte sfere militari e politiche, tra la gente; in questo modo poté usufruire di notizie di prima mano, poté far sue tante testimonianze e soffiate, senza contare che aveva una ottima e diretta conoscenza del territorio e una esperienza sul campo che altri non avevano e neppure aspiravano ad averla visto quel che si rischiava.

Mosca la chiamò “Operazione anti-terrorista nel Caucaso del nord”, ricorda un po’ la cosiddetta “Operazione speciale” attualmente in corso in Ucraina, tanto per ribadire quanto siano preziose le parole per distorcere i fatti, ieri come oggi; quella guerra servì di fatto a Putin per imporre la sua autorità e per una sorta di ritorno al passato dato che si riaffermava una “ideologia dominante”, il “disprezzo dei diritti umani”, la propaganda massificata e unilaterale, il “brutale fondamentalismo stalinista” (???), una “leadership personale” e la subordinazione degli “interessi individuali a quelli dello stato”, insomma quel che contava - “come ai tempi del comunismo – non è ciò che succede in realtà, ma come fare il lavaggio del cervello alla gente. 

Nel caso della Cecenia, il potere ha adottato una tattica tipicamente sovietica: nascondere la verità dietro una montagna di menzogne”.

Proprio come sembra che stia accadendo ora in Ucraina, “con uno stratagemma tipico del Kgb”, sono i ragazzi con un passato difficile, prelevati dagli orfanotrofi, e i mercenari, tra i quali non pochi delinquenti di ogni specie, anche “pseudocriminali”, ad imbracciare le armi e a comporre anche le “unità di pulizia dei boschi”, ossia le squadre della morte. 

A suo avviso, non mancavano i “fascisti” e i “nazionalisti”, ma sappiamo molto bene che su questi termini, vuoi per difetto professional - giornalistico, vuoi per il retaggio sovietico, si commettono degli errori persino grossolani quando li si utilizzano.  

In quelle drammatiche circostanze anche chi tentava il negoziato metteva in gioco la propria vita; la morte di Rizvan Lorsanov, a seguito di una esplosione avvenuta il 7 dicembre 2001, fu un esempio chiaro in questo senso. Stesso discorso vale per il moderato ceceno Maskhadov, liquidato l’8 marzo 2005.

Uno dei protagonisti degli attentati e della lotta ai separatisti fu Akmad Kadyrov, a sua volta ex separatista poi passato prima coi moderati di Maskhadov e infine con i russi.

Diventò presidente della Cecenia dopo il referendum per l’approvazione della nuova costituzione, chiaramente sia il voto che lo statuto furono aspramente criticati da coloro che non appoggiavano l’attacco militare di  Putin. 

Kadyrov aveva affermato che il suo modello politico era quello della Russia del 1937, l’anno delle purghe staliniane, il che la dice lunga sul personaggio in questione che, naturalmente, fu considerato da parte dei conterranei come un traditore e come tale trattato, tant’è che fu ammazzato il 9 maggio 2004.

Quel tremendo conflitto aveva trasformato le persone e le loro menti in modo radicale, soprattutto le donne. La donna cecena era stata per davvero “addestrata al martirio” ma per propria scelta o meglio perché non aveva più scelta, visto che “la maggioranza delle donne è convinta che con la scomparsa del fratello, del figlio, del marito finisca anche la sua vita”, allora la “sua educazione tradizionale è assolutamente ascetica. Il suo dovere è farsi carico di tutto.

Non deve parlare delle sue sofferenze personali. La sua virtù è la sua riservatezza, la capacità di nascondere i sentimenti dentro di sé e non lasciarli mai trapelare, non soltanto in pubblico ma anche in casa, davanti ai parenti maschi, persino i più stretti”. 

Dunque la religione islamica, benché profondamente professata, non c’entrava o comunque c’entrava solo in parte; erano i tragici eventi ad aver smosso il ruolo antico e ormai superato delle figlie, delle mogli, delle madri, tutte intente ad un obiettivo di “vendetta personale […] pur non di vivere come ora”. 

È ingiusto però pensare, come fece la Politvoskaja, che gli uomini si siano comportati in modo vile davanti alle loro compagne, certe asserzioni, in nome di uno pseudo-femminismo tutto moderno quanto del tutto sballato, sarebbe sempre il caso di lasciarle in disparte.   
   
Il colpo grosso lo ottenne il 25 ottobre 2002. 

Riuscì ad entrare nel teatro Dubrovka di Mosca. Erano i giorni in cui un commando islamico di wahhabiti, formato da 40 ceceni anti – russi, tra il 23 e il 26 di ottobre 2002, aveva sequestrato 850 persone. 

Le forse speciali russe intervennero con un gas asfissiante, uccidendo però 130 ostaggi oltre che gli attentatori. In quell’occasione la giornalista si trovò viso a viso con il comandante Abubakar Bakar, “uno di quelli che negli ultimi dieci anni hanno conosciuto solo il mitra e le foreste”, il quale davanti alla richiesta di rilasciare almeno i bambini rispose così: “Bambini? Qui non ci sono bambini. Nei rastrellamenti prendete i nostri bambini quando hanno dodici anni, e noi qui ci terremo i vostri […] Per farvi capire cosa si prova”. 

Rigettò anche la richiesta di accettare delle vivande per quei minorenni: “Ai nostri bambini durante i rastrellamenti non danno da mangiare, devono resistere anche i vostri”. 

La pretesa di Abubakar era eccessiva, voleva il ritiro di tutte le truppe russe dal territorio ceceno. Per quella missione, a detta sua, erano stati selezionati i “migliori”, scelti tra numerosi volontari disposti a tutto. Non aveva dubbi: non si condivideva la linea più moderata del loro conterraneo Maskhadov, “Siamo venuti a morire”, “Sarà bello morire”, ed “anche se moriremo ci sarà sempre chi porterà avanti la nostra causa”.  Quindi se “noi ci prepariamo a morire, non beviamo e non mangiamo niente” e se i “nostri soffrono la fame. Che soffrano anche i vostri”. Non c’era via di scampo e non la ebbero in diversi come si sa.

I ceceni separatisti si sentivano accerchiati, non credevano più negli aiuti altrui, avevano deciso di combattere e di farlo da soli con tutti i mezzi, altre testimonianze raccolte dalla Politvoskaja evidenziano questo stato d’animo, ingigantito dal trattamento subito dalle truppe d’occupazione del Cremlino.

La giornalista russa credeva sul serio che per risolvere la terribile situazione si dovesse arrivare al controllo del territorio da parte degli osservatori internazionali, alla smilitarizzazione, alla fine delle azioni militari, alla consegna dei criminali di guerra, addirittura alle scuse dell’esercito di Mosca.

Una mancanza di pragmatismo che lascia un po’ spiazzati, come del resto desta dei dubbi la sua indignazione per il fatto che l’Occidente si era così scandalizzato e aveva fatto così tanto clamore di fronte ai crimini commessi dai soldati statunitensi nell’area mediorientale, quando di quegli eventi, tra l’altro circoscritti perché gli USA di misfatti ne hanno commessi molti di più in quelle zone e in altre sparse in tutto il mondo dalla fine della Guerra Fredda - se proprio vogliamo parlare solo degli ultimi decenni; inoltre se gli obiettivi sono stati puntati verso una direzione ben precisa lo dobbiamo specialmente ad Assange, che è riuscito a pubblicare una serie corposa di documenti su documenti sui misfatti a stelle e strisce, altrimenti non avremmo parlato di nulla se non della democrazia ben accetta e gentilmente donata dagli americani a suon di bombe. 

Per questi ed altri motivi il suo pezzo “Come salvare la Cecenia” rimane un capolavoro di grandi quanto inutili ed irrealizzabili piani perfino per l’occhio più inesperto.

Sbaglia però chi si appropria troppo facilmente del suo nome per le proprie campagne politico-giornalistiche attuali, perché la Politvoskaja ci andò giù duro sull’Osce, sull’ONU, su Blair, Chirac, Schroeder, Berlusconi e quindi in particolar modo sull’Europa che “è strisciata vigliaccamente” via dalla Cecenia: “Così ha ordinato il Cremlino, e l’Europa ha ubbidito docilmente, distruggendo tutti i valori che il nostro continente difendeva dalla fine della seconda guerra mondiale”. 

La UE aveva rinunciato a riconoscere i ceceni come europei, ma la colpa era da estendersi a tutte le organizzazioni internazionali: “non credete ai discorsi pronunciati dalle grandi tribune sui diritti dell’uomo e sulla loro priorità assoluta”, tutti erano “complici”.

Se la Comunità Europea sapeva benissimo cosa stava accadendo, preferendo però tacere, d’altro canto i mass media non fecero mai una reale informazione.

L’articolo proposto dall’‘Internazionale’ il 12 ottobre 2006, uscito qualche giorno dopo la sua morte, ci mostra una Politvoskaja che, in uno strano ed inusuale pezzo, spiegava al lettore il grave stato di salute psicologico del suo cane, in precedenza maltrattato da altri padroni senza scrupoli, e non può non rimanere impressa nella mente la frase conclusiva: “lo accompagno vicino a uomini sconosciuti, prendo la loro mano, con la loro mano accarezzo le orecchie di Van Gogh e gli ripeto che sono buoni”.

Nell’undicesimo e ultimo articolo, “Il mio lavoro a ogni costo”, anch’esso uscito dopo esser stata assassinata, parlava in modo esplicito della volontà di Ramzan Kadyrov di farla fuori; insultava senza mezzi termini il figlio di Akmad in un articolo che iniziava così: “Sono una reietta”; e che terminava con queste parole: “la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro. Raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare. Per il Cremlino le loro storie non rispettano la linea ufficiale. L’unico posto dove possono raccontarle è la Novaja Gazeta”, il giornale per cui lavorò fino alla fine.

Per concludere va puntualizzato che lo stile della Politvoskaja è quello tipico del giornalismo d’assalto, che tende a creare scalpore in ogni caso e che concentra tutte le sue attenzioni su un avvenimento, estrapolandolo da un contesto internazionale o comunque da una complessità di ragioni, cause ed effetti. Ciò detto, quel che fece è oramai più che risaputo e degno di ammirazione, se non altro perché la vita l’ha rischiata per davvero al fronte militare e politico, al contrario di tanti benpensanti da salotto che ogni giorno ci spiegano quale sia il mondo migliore e come arrivarci, pur sempre ben comodi sulla poltrona.