domenica 18 ottobre 2026

O. SPENGLER - Anni decisivi


EX LIBRIS DI FLAVIO COSTANTINO 
(Libri direttamente dalla mia Biblioteca personale)

O. SPENGLER: "ANNI DECISIVI"

In foto la prima edizione italiana di "Anni decisivi" di Oswald Spengler. Il testo uscì in Germania nel 1933 e, per volontà del Duce, l'anno dopo venne pubblicato in Italia; curatela, prefazione e traduzione furono eseguite dal professor Vittorio Beonio-Brocchieri, sempre su richiesta di Mussolini. 
A riguardo, si riporta di seguito un pezzo, estratto dal mio saggio "RAZZISMO E FASCISMO - vol I, Solfanelli 2017:

O. Spengler, altresì, influenzò l’idea di razza di Mussolini che difatti nel 1933 dalle colonne de “Il Popolo d’Italia” caldeggiò la traduzione e la pubblicazione dell’opera Anni decisivi (Jahre der entscheidung) del filosofo tedesco. Di questo
testo, pur rilevando alcune disamine affrettate nei confronti del fascismo da parte dell’autore, apprezzò:
 
il suo atteggiamento di fronte al problema “razza” di così scottante attualità non solo in Germania, ma nel mondo. Spengler vuole nettamente differenziare il suo punto di vista da quello volgare, darvinistico e materialistico che oggi è di moda tra gli antisemiti di Europa e d’America. Udite. “L’unità della razza — scrive Spengler — è una frase grottesca dinanzi al fatto che da millenni tutte le razze si sono mescolate... Chi parla troppo di razza dimostra di non averne nessuna.”
Date queste citazioni e molte altre le lasciamo sulla penna, qual è la tesi dello Spengler? Questa: che il mondo è minacciato da due rivoluzioni, una bianca e una di colore. La bianca è la “sociale” ed è il risultato catastrofico del crollo della civiltà del secolo XVIII e dell’avvento del regno della massa, specialmente di quella che si ammucchia, senz’anima e senza volto, nelle grandi città, avvento verificatosi nel secolo XIX sotto il segno del liberalismo, della democrazia, del suffragio universale, della, globalmente detta, demagogia.
L’altra rivoluzione è quella dei popoli di colore, i quali, essendo più prolifici dei popoli di razza bianca, finiranno per sommergerla. Si
pone, quindi, per noi, europei del XX secolo, la domanda: che fare? Spengler non risponde molto chiaramente a questo angoscioso interrogativo.
Per quanto concerne la Germania e forse anche altri paesi, egli addita la via della salvezza in una ripresa nettissima della Preussenthum, in altri termini dello spirito militare prussiano quale si palesò nella guerra dei sette anni e quale rimase da quell’epoca depositato e venerato a Potsdam.
 
Per Spengler, come per Mussolini, “la purezza razziale è un’espressione grottesca” dato che “da millenni tutte le stirpi e le razze si sono mescolate” e dunque “chi parla troppo di razza non ne ha nessuna”. In Spengler, il termine razza assume un significato di “vigore razziale” che si fonda da una parte su “l’abbondanza dei figli” di un popolo, dall’altra sulla selezione naturale anticipatrice di quella di casta, per giungere a “forgiare” — termine tipicamente fascista e meglio mussoliniano — quella “razza forte” composta da uomini con quell’istinto barbarico-primordiale, con quell’impulso di guerrieri-animali da preda per contrastare quel “tramonto dell’occidente” già descritto nel 1918. Così come il combattente spengleriano corrispondeva a quella volontà di Mussolini, espressa nel 1925 col discorso di Roma del 21 giugno, ossia a quella di creare “generazioni di laboratorio, di creare cioè la classe di guerrieri che è sempre pronta a morire”, così anche l’abbondanza di figli, segno distintivo e principale per valutare la sanità di una razza, corrispondeva alla ferma politica demografica voluta dal Duce.
Mussolini con la conquista dell’Etiopia nel 6 maggio, vittoria che riportò dopo “quindici secoli” l’impero sui “colli fatali di Roma”; con l’appoggio militare di mezzi e di 50.00 uomini all’esercito di Franco nella guerra civile spagnola (luglio 1936-aprile 1939), una guerra non malvista dalla Santa Sede (per tentare di salvare la cattolicissima Spagna in una crociata contro il bolscevismo ateistico e anticristiano di tipo stalinista ma che impotente assistette giorno dopogiorno all’esecuzione e alla morte di 14.000 uomini e donne di Chiesa) e con la stipulazione dell’Asse Roma-Berlino del 24 ottobre, nel 1936 Mussolini spostò gli interessi su una più attiva politica estera, sulla quale, secondo il lungimirante autore tedesco si sarebbero giocati, negli anni successivi, i destini delle nazioni. Mussolini fece propria, almeno in parte, anche quell’idea riguardante la decadenza occidentale come causa delle due “rivoluzioni mondiali”: la lotta di classe e la lotta di razza. La prima derivava dal basso, l’altra dall’esterno. La rivoluzione proletaria era il sintomo derivante sin dal XVIII sec. «dell’avvento del regno della massa [...] che si ammucchia nelle grandi città... sotto il segno del liberalismo, della democrazia» e del socialismo. La prolificità dei popoli di colore e la cooperazione di questi con i popoli bianchi, li porterebbe a conoscenze tecniche e ad acquisizioni di mezzi tecnologici, tanto che la razza bianca (e diverse volte, come si vedrà, Mussolini parlerà di razza bianca, ben prima delle leggi razziali, a dimostrazione di quanto sia stato per lui influente il pensiero di spengleriano) perderà quella consapevolezza di superiorità già intaccata dall’insurrezione del proletariato fino a prospettare la possibile collaborazione delle due rivoluzioni contro la civiltà occidentale. Il fascismo perciò
doveva essere una specie di ultimo bastione per contrastare la pericolosa decadenza occidentale.
Nello stesso articolo de “Il Popolo d’Italia” Mussolini si chiese: «Che fare?».
Le risposte arrivarono proprio con una politica estera più definita e i provvedimenti razziali sembravano raccogliere proprio l’invito di Spengler: «Non possiamo permetterci di essere stanchi. Il pericolo batte alla porte. Gli uomini di colore non sono pacifisti [...] Se noi la deporremo saranno loro a raccogliere la spada». A quel punto Mussolini pensò bene di impugnare l’arma gettata a terra dai popoli occidentali.