Intima ed irregolare rubrica libraria
Corneliu Zelea Codreanu, qualche anno dopo il suo imprigionamento, ricordava così i motivi che indussero lui ed altri ad agire:
nel 1923 “correva voce che il Parlamento liberale […] avesse intenzione di modificare l’art.7” della Costituzione del 1866, il quale affermava che solo i cristiani potevano esser considerati a pieno titolo cittadini; questa riforma avrebbe comportato la “intromissione negli affari pubblici della Romania a un numero di due milioni di giudei, la concessione di un diritto di uguaglianza tra il giudeo venuto da poco a stabilirsi tra noi, e il romeno radicato da millenni in questa terra, era un’ingiustizia che gridava vendetta al Cielo ed un grande pericolo nazionale, che non poteva non preoccupare e non scuotere ogni romeno amante del paese”.
Il 29 marzo 1923 la nuova Costituzione fu promulgata, quel giorno Codreanu fu arrestato per la prima volta, perché il 28 di marzo aveva organizzato una riunione illegale all’Università di Iaşi per fronteggiare i nuovi cambiamenti. In galera ci rimase una settimana, dopodiché la sua attività proseguì più intensamente di prima, con altre conferenze e ulteriori azioni.
A seguito di uno di questi incontri ristretti, tenutosi l’8 ottobre di quell’anno, a causa del tradimento di uno dei loro, l’intero gruppo fu tratto in arresto e trattenuto nel carcere di Văcăreşti per 6 mesi, tuttavia fu un periodo difficile quanto fruttuoso per la formazione e la successiva pianificazione politica.
I capi d’incriminazione erano diversi: i fermati erano accusati di essere dei violenti sobillatori antisemiti, “aventi uno spirito di perversità criminale”; rappresentavano un vero “pericolo nazionale”, si legge nell’Ordinanza del giudice istruttore del 5 gennaio 1924.
Furono soprattutto incolpati di essere dei cospiratori che avevano l’obiettivo di eseguire degli attentati a personalità ebraiche e ai cosiddetti ‘giudaizzati’, ossia ai danni di romeni al servizio degli ebrei, sia appartenenti al mondo politico che della finanza.
A tradirli fu un loro compagno, un certo Aurelian Vernichescu, che rimase ammazzato il 28 marzo 1924, il giorno prima del processo, fatto fuori con un colpo di pistola sparato da Ion Moţa, uno dei ragazzi incarcerati.
Sempre nel documento si dichiara anche il ritrovamento di armi in possesso degli studenti e una stramba confessione dei ragazzi degli imminenti misfatti che si sarebbero verificati, una confessione parzialmente smentita qualche riga dopo dal magistrato, quando scriveva che la pianificazione poteva “essere ritardata o sarebbe potuta essere cancellata attraverso certe concessioni” ed eventuali evoluzioni dei fatti.
Malgrado ciò, il processo si chiuse con un nulla di fatto. Tutti furono assolti.
Nella corrispondenza pubblicata, Codreanu denunciava la povertà del suo popolo e il pericolo rappresentato dagli ebrei, tenendo in conto che i giudei erano aumentati di molto a partire dal XIX secolo, sia perché in fuga dai pogrom e dalle discriminazioni russe, sia perché la Romania con gli anni aveva allargato ulteriormente i suoi confini, specialmente dopo la Grande Guerra.
“Perché noi Moldavi siamo rimasti i più poveri e i più funestati dalla sorte tra tutti i Romeni… e i monti nostri hanno l’oro! E le nostre foreste sono belle come da nessun’altra parte e abbiamo incantevoli campi di grano. Ma che vantaggio ne traiamo?” scriveva.
Tutto quel che era “nostro” non lo era più, era caduto o stava cadendo in mano ad altri, in particolar modo ai giudei che con protervia prendevano quel che potevano; intanto il popolo messo sotto scacco, sfruttato, subiva le loro speculazioni, faceva la fame anche a causa di quei tanti “servi di Satana” dei politicanti e non solo, apatici, corrotti e indifferenti, come futili erano i partiti che si perdevano in innumerevoli disquisizioni capziose quanto dannose.
Si doveva per forza confidare nella nuova generazione alla quale si doveva trasmettere l’amor patrio; si doveva ideare l’azione “perché filosofi ne abbiamo abbastanza, ma a che ci servono se tutti sono codardi, senza carattere, senza animo, o per meglio dire con l’anima perduta. Amate ardentemente la terra nella quale riposano i vostri antenati” diceva ai suoi camerati.
Non c’era più scelta, si era a un bivio perché la “latinità del Danubio è in pericolo di morte!”, perciò “la spada è il nostro destino”, confidando sempre in Dio e nelle nuove leve per la nazione “che cresce nei boschi, sulle colline, nei monti e sulle pianure, che cresce vendicativa, tenendo tra le sue mani la spada dell’Arcangelo!”.
A quel punto o “costruiamo una Romania nuova o precipitiamo”, perché “dissoluzione”, “depravazione”, “decadenza morale”, generate dalle numerose illusione della modernità, erano in atto e avevano già irretito i giovani che avevano dimenticato le loro tradizioni; i boiardi erano del tutto scomparsi, in generale lo era tutta la nobiltà, tanti romeni erano diventati “mendicanti” o “servi” e il “dominio giudaico, rafforzato per legge” , aveva fatto espandere il “male” e il furto dei “posti” fondamentali dei gangli dello Stato e della società, posti che invece spettavano alla sua gente.
I colpevoli erano soprattutto loro perché erano gli artefici di questo abbacinamento, erano i giudei, quindi “nel problema giudaico noi non vediamo soltanto un assalto al nostro commercio ma anche un attentato contro l’anima romena”, poiché loro erano i protagonisti di una “definitiva” e “lenta occupazione”, iniziata un secolo prima: “Così nel 1820 avevamo in Bucarest 150 famiglie giudee, e dopo la statistica del 1920, cioè 100 anni dopo, avevamo 150.000 giudei, che, sicuramente dopo le ultime invasioni da Russia, Polonia, Ungheria, Baviera, sono arrivati a 300.000”.
In alcune facoltà universitarie la presenza dei giudei arrivava all’80%, il che voleva dire che la classe dirigente del Paese, prima o poi avrebbe avuto quelle temute proporzioni, sarebbe stata una “schiavitù” per la Romania, ecco perché i giovani romeni (30.000 studenti) fino ad allora si erano ribellati a questa perniciosa eventualità, unendosi alle proteste pubbliche.
Non a caso quindi Codreanu nelle sue missive citava il più grande intellettuale nazionale, Mihai Eminescu, noto pure per le sue posizioni anti-ebraiche ma soprattutto per le sue opere letterarie e per il suo amor patrio e altrettanto non a caso rilevava che nella storia dell’uomo gli ebrei fossero stati cacciati un po’ dappertutto; li allontanarono gli egizi, i romani (“deterrima gens” diceva Tacito), i britannici, gli spagnoli e tanti altri e chiedeva: “Noi abbiamo il diritto di difenderci quando per 11 milioni di Romeni abbiamo 3 milioni di Giudei?” e poi con quale coscienza a quei tempi gli americani e gli inglesi potevano sollevare in proposito delle critiche quando per primi continuavano a maltrattare gli altri popoli a loro assoggettati? Il Capitano aveva notato che il trattamento a favore di quegli estranei, pure in sede giudiziaria e penale, era differente rispetto a quello tenuto nei confronti del cittadino rumeno; “li abbatteremo!!” e la salvezza non poteva non passare dalla loro “eliminazione” (anche se si deve sempre provare a non cadere in semplicistiche deduzioni nel momento si cerca di dare una interpretazione a quest’ultimo termine).
Il raffronto e il confronto tra il Bene e il Male diventava perfino estetico oltre che essenziale: i nemici “festeggiano demoniaci”, “Sono vipere con la testa da giudei, con facce insanguinate e sfigurate, ghignanti come lupi affamati, con i denti da bestia, recanti negli occhi beffardi una diabolica perfidia. In palazzi sontuosi, costruiti mattone su mattone dal sudore romeno, calpestando tappeti di seta, vestiti di abiti costosi, celebrano il trionfo” mentre “Noi aspettiamo che l’esercito nuovo, più fiero, più coraggioso, indossi la divisa militare, afferri nella mano d’acciaio una bianca spada.
Noi li vediamo nei nostri pensieri, con la cuşma nell’orecchio, che indossano una camicia bianca e che scendono insieme, tempestosi, dalle vette dei monti, da mezzo ai boschi… offesi…! Essi portano nel petto grande coraggio, negli occhi sguardi di aquila, nelle facce scure un raggio di luce”.
In quei complessi quanto producenti giorni di prigionia, il Capitano invitava se stesso e gli altri a un salvifico ritorno al passato: “Torniamo all’antico coraggio e l’antico onore romeno!” a difesa della “nobiltà del sangue nostro” e di una élite che andava preservata o ricostituita.
Ma in quella sorta di ritiro spirituale forzato in cui si trovarono, oltre a progettare, a pregare, a leggere, a ricevere visite, a mettere da parte i denari per il movimento, inviati a loro dai simpatizzanti, passarono il tempo nella malinconica speranza, nel ricordo, rivolgendo il pensiero agli antichi eroi delle loro terre: “sognando la Romania che ci cantavano le madri […] spesso volgiamo il pensiero indietro ai boschi che abbiamo abbandonato, verso la terra degli antichi. Lì riposano tutti i ricordi nostri, lì riposa tutta la gloria nostra, da lì aspettiamo che venga anche la salvezza”. Il pensiero andava ai genitori, agli amici, alla Natura.
Codreanu, negli anni a seguire, fu incarcerato altre due volte, l’ultimo arresto fu fatale per lui e i suoi, perché furono tutti barbaramente ammazzati dalla polizia.
In una di queste lettere, datata 17 gennaio 1924, aveva espresso un concetto che molto spesso aveva ribadito in varie forme; era lo slancio verso il sacrificio, per la redenzione e la reiterazione esistenziale della Romania: “non possiamo aspettarci niente di meglio della morte”.
