(Intima ed irregolare rubrica Libraria) - Anno II
Fu un Inferno, un Inferno a cielo aperto, uno dei tanti, solo che molti altri sono stati dimenticati quasi del tutto o completamente per ovvie speculazioni politiche di parte.
Vasilij Grossman fu uno dei più popolari inviati di guerra, per mille giorni seguì l'Armata Rossa nella sua inarrestabile avanzata.
Nel settembre 1944 entrò nel campo di Treblinka e raccolse alcune testimonianze che trascrisse in questi appunti, anche se di testimoni diretti o indiretti ve ne erano rimasti un gran pochi:
“Parsimonia, precisione, oculatezza, attenzione maniacale [...] l'hitlerismo le applicò ai crimini contro l'umanità” e le adoperò anche in questo posto con spietata freddezza e ferocia. Quella era una “strada senza ritorno”, quei luoghi erano stati pensati per eliminare, scampo non ce n'era.
I prigionieri prima di trovarsi davanti all'agghiacciante realtà venivano raggirati con un inganno dietro l'altro e ogni particolare del lager risultava essere ingannevole per le vittime inconsapevoli.
Però poi ogni relazione andava subito recisa all'interno, le “SS, psichiatri della morte, sanno che sono sentimenti da stroncare sul nascere” e per farlo ci stavano i diversi mezzi violenti e le voci autoritarie di chi impartiva gli ordini, mentre tutto, oggetti, capelli ecc. andava riciclato nel grande meccanismo economico di guerra.
Nudità e miseria erano armi per annientare la eventuale reazione del prigioniero, insomma “l'inferno di Dante è uno scherzo innocente di Satana”, tuttavia “In Europa non si sapeva nulla di Treblinka”.
Finito l'inverno del 1943, la visita di Himmler diede inizio alla riesumazione delle salme e al loro incenerimento su enormi infernali graticole. L'orrore andava cancellato, il nemico avanzava, la vittoria non appariva più certa come prima. Una volta finito tutto, i nazisti rasero al suolo quel che rimaneva, il terreno fu seminato a lupini, ma Grossman camminando in quell'area vide che dalla terra riemergevano resti, ricordi, cimeli della perfida barbarie.
Tuttavia in questa storia i 'però' son diversi. Dalle strette maglie della soffocante propaganda dell'URSS non ci si poteva liberare così facilmente e Grossman era un ebreo sovietico, uno zelante esecutore degli ordini di Mosca, quindi in questo suo testo non ci si può non aspettare più di qualche apologia bolscevica, in alcuni passaggi perfino leziosa.
Ci sta soprattutto un punto che va evidenziato: Grossman con certezza matematica, conti alla mano, lungo le sue pagine per ben due volte esegue il triste quanto necessario conteggio dei morti che raggiungeva, a suo avviso, il numero di 3 milioni di assassinati, uccisi secondo una serie di metodi, risultati in seguito quasi del tutto fantasiosi.
La cifra dei 3 milioni, appunto funzionale alla suddetta propaganda e ribadita negli anni, si è poi rivelata completamente inattendibile, oggi ci si attesta attorno ai 700 mila e passa liquidati.
C'è una domanda in particolare che ronza nella mente durante lo scorrere della lettura: sparizioni, purghe, schiavizzazioni ed eccidi di massa, imperialismo, le milionate e milionate di morti, l'Unione Sovietica non ha dovuto imparar nulla da nessuno in materia, semmai ha insegnato e aperto la strada agli altri, ma Grossman come poteva con una tale naturalezza, a dir poco sconcertante, affermare quel che segue? Come?
- “l'artiglieria sovietica tuona ancora proclamando ostinatamente la volontà del popolo russo di lottare fino alla morte per la libertà, e risvegliando, chiamando alla lotta i popoli del mondo”... libertà! Termine totalmente distorto in campo filo – sovietico ma abbondantemente abusato per raggirare uomini e popoli che se non si assoggettavano spontaneamente venivano sottomessi con la forza;
- “l'alba della ragione della vittoria sulla follia animalesca, del bene sul male, della luce sulle tenebre, della forza del progresso sulla forza della reazione”... e stava parlando della vittoria di Stalin (!!!) sul Terzo Reich naturalmente! Stalin! Del quale era un fedelissimo servitore!!;
- “Chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda, e chi legge ha il dovere civile di conoscerla, questa verità”... infatti! Il “dovere”, il "dovere" della verità"!!!
Ci sta dell'altro che in questo libello non c'è e che altrove non si troverà poi così con gran facilità: Grossman dopo i successi di Regime, all'improvviso, acquisì il perfetto profilo della vittima sacrificale.
Non era certo il primo e né sarebbe stato l'ultimo in quell'esteso sistema totalitario e concentrazionario dei Soviet.
Finita la guerra fu Stalin in persona a bloccare la pubblicazione del testo “Il libro nero. Il genocidio nazista nei territori sovietici 1941 - 1945" di l'ja G. Erenburg e Vasilij S. Grossman.
Il libro sarebbe dovuto uscire nel '48 e invece mai vide la luce durante l'URSS. Entrambi facevano parte del 'Comitato ebraico sovietico antifascista' che proprio quell'anno fu sciolto e molti dei suoi componenti fecero la fine degli altri loro compagni: furono passati per le armi, per passare loro malgrado a miglior vita.
Dopo il temporaneo ed ufficiale filo–sionismo sovietico a sostegno della costituzione dello Stato di Israele, la rotta si invertì repentinamente di 180 gradi. Nel marzo 1953, secondo il piano di Stalin, sarebbe dovuto cominciare il processo per il 'complotto dei medici', di quei dottori del Cremlino in maggioranza ebrei, che avevano ordito contro alcuni capi bolscevichi.
Nella più tipica tattica staliniana, da lì in poi, sarebbe dovuta iniziare un'altra epoca di terrore, una nuova pulizia con risvolti di nuovo etnici, associata ad un'altra liquidazione interna ai vertici del partito e dello Stato. Tutto già avviato si interruppe bruscamente a causa del decesso di Stalin.
Grossman aveva ragione da vendere quando diceva “Tuttavia, oggi come oggi parlare della responsabilità della Germania per quanto è accaduto non basta. Oggi bisogna parlare della responsabilità di tutti i popoli e di ogni singolo cittadino del mondo per quanto accadrà […] quanto sia facile uno sterminio di massa. E dovrà tenerlo a mente ogni giorno, e con grande rigore, chiunque abbia cari l'onore, la libertà, la vita di ogni popolo e dell'umanità intera”.
Ebbe torto marcio e non poche responsabilità per non aver voluto capire, davanti a tutte le evidenze possibili ed immaginabili, chi e cosa aveva sostenuto per troppi anni della sua vita e militanza.
