Tra il 1933 e il 1935 si trovava in Germania e così visse in prima persona l’affermazione di Hitler al potere. Emil era un giovane di belle speranze, uno dei non pochi della sua generazione che avrebbe potuto costituire una classe di intellettuali nazionalisti rampanti in Romania, ma la guerra distrusse, separò, condannò.
La fascinazione per il Führer fu immediata:
“Nessun uomo politico del mondo attuale mi ispira tanta simpatia e tanta ammirazione quanto Hitler […] I suoi discorsi sono impregnati di quel pathos e di quella frenesia ai quali possono arrivare soltanto le visioni di uno spirito profetico”.
Rimase folgorato dalla disciplina e dalla fede della emergente generazione germanica, inquadrata nelle organizzazioni di partito, questo scriveva nel 1935: “il fatto che la gioventù sia così splendidamente organizzata nella nuova Germania, che abbia una missione così vitale ed attiva nella nazione e che il nazionalsocialismo abbia salvato dalla disperazione un’intera generazione ecco che cosa mi induce a chiudere gli occhi su innumerevoli garbugli teorici”; era quindi la messa in atto a superare le concettualizzazioni: “le idee non hanno valore di per se stesse”, tant’è che “se vedessi una gioventù comunista resa dinamica come quella tedesca, non esprimerei una minore ammirazione”.
Quel che lo colpì di più era il clima generale che si respirava, quell’aria di grande trasformazione, di rivoluzione immanente oltre che estetica: “Se ho una simpatia per la Germania, essa non concerne né gli uomini né le idee, ma la frenesia che ha pervaso tutto un Paese”, il fermento di una nazione stava travolgendo gli entusiasmi dei ragazzi, era la “estasi collettiva”, la “esaltazione intensa fino all’assurdo”, lo “slancio irrazionale a sacrificare la propria vita”.
In “L’Allemagne et la France ou l’illusion de la paix” del 1933, a conferma di questa infatuazione, mise pure l’accento su “le visioni eroiche della mitologia germanica”, al contrario “l’eroe non è mai stato un ideale o un culto francese”.
Sempre in quell’anno i suoi toni e quelli di molti altri viaggiavano ormai tra il fatalismo di Spengler e il nichilismo radicale di Nietzsche:
“A che giova ritardare una decadenza e consolidare una putrefazione, quando la barbarie potrebbe rimpiazzare tutta questa miseria con una sublime esplosione di forza, di energia? Dobbiamo risolverci a superare la decadenza, entusiasmandoci per quel fenomeno apocalittico che è la barbarie […] Non si può concepire una barbarie creativa senza un caos iniziale, senza un turbine demoniaco, drammatico, senza una spaventosa esplosione in cui tutti i vecchi sistemi saranno distrutti […] Coloro che desiderano seguirmi sulla via della barbarie dovranno rinunciare al sentimento della forma e non avere paura del caos […] Infatti nella barbarie il caos non è un vuoto, ma l’unica realtà capace di provocare l’apparizione dell’aurora. Viva il caos!”.
Eppure, probabilmente nauseato sia dai battibecchi tra i partiti democratici, sia a livello nazionale in Francia sia sul piano internazionale, diceva: “Sono scoraggiato da questi chiacchieroni d’ideologi che conoscono solo la destra e la sinistra, ho orrore della mediocrità del loro pensiero che semplifica la storia stessa per non dover più pensare” (1936).
Tuttavia il Führer rimaneva per lui un faro, un esempio, un catalizzatore e difatti nel 1937 continuava a constatare: “Credo che siano pochi, anche in Germania, a nutrire per Hitler un’ammirazione più grande della mia”, d’altro canto attaccava le intellighenzie prone al potere e svogliatamente soggette alle elementari e superate divisioni politiche: “Ecco dunque che nasce negl’intellettuali, ai nostri giorni, una bizzarra smania di sottomissione, una necessità di accecamento. Nessuno più vuole essere libero. È qui che bisogna cercare la passione per la destra o per la sinistra”.
Dopo gli studi in Francia, fece ritorno in una Romania profondamente cambiata. Al Potere era salito Antonescu e diventò il consigliere culturale presso il governo di Vichy, diretto dal Maresciallo Philippe Pétain. Cioran tagliò così per sempre i legami con la sua nazione, non tornò più in patria, smise di scrivere in romeno, preferendo alla sua lingua madre il francese.
Il mondo stava profondamente cambiando, le armi erano incandescenti, la distruzione era sotto gli occhi di tutti. Anche Cioran, tramite questo commento su “De la France” del 1941, stava rivolgendo lo sguardo altrove, oltre la cultura e la mentalità teutonica: “i dialoghi soporiferi del romanzo tedesco, l’incapacità nazionale di oltrepassare il monologo […] La poesia, la musica e la filosofia sono atti dell’individuo solo. Il tedesco esiste o da solo o in massa, mai in dialogo. La Francia invece è il ‘paese del dialogo’ e rifiuta le ispirazioni insipide o sublimi dei suoi vicini insulari o d’oltre Reno”, ciò però non gli impediva di riconoscere il declino dei francesi e di conseguenza degli occidentali in generale: “Un popolo senza miti è in via di scomparsa […] Finché la Francia riusciva a trasformare i ‘concetti in miti’, la sua sostanza vivente non era compromessa […] La decadenza è il contrario dell’epoca di grandezza: ‘la ritrasformazione dei miti in concetti’”.
La tragedia della guerra, la fine del dramma e il ribaltamento degli assetti politici nazionali e internazionali avevano indotto tutti ad un ripensamento. Per non pochi, nel tempo, arrivò l’ora del pentimento, per altri non avvenne neppure questo, perché alcuni cambiarono sponda politica con indifferenza, opportunisticamente, oppure con convinzione, dimenticando il proprio passato con un bel colpo di spugna.
Cioran fu tra coloro che questa transizione la visse, la fece propria e la fece coincidere con la fine della sua giovinezza: “La gioventù è fanatica per inclinazione, per natura e anche per perversione […] A vent’anni la ‘democrazia’ mi sembrava puramente e semplicemente inconcepibile; avevo l’età delle convinzioni forti e l’atteggiamento intrattabile che esse comportano. Qualunque forma di intolleranza mi sembrava preferibile alla discussione; non riuscivo a concepire che si potesse coesistere col proprio avversario”, poi il passaggio alla democrazia: Quando, a causa dell’esperienza e del logorio dell’età, persi le mie convinzioni, fui costretto, non credendo più a nulla, di credere tuttavia in qualcosa; così diventai democratico. E quando seppi che lo sarei rimasto, compresi per ciò stesso che ormai la mia gioventù era finita”.
Per il resto non c’erano più speranze, il tramonto del Vecchio Continente era un qualcosa di ineluttabile e di attuale: “Conosco abbastanza bene la Francia, la Germania, l’Italia, la Spagna e l’Inghilterra. Ho percorso questi paesi. Sono attraversati da un ‘soffio di apatia’. Una paralisi della volontà, quale la si riscontra negli imperi al tramonto, li rende spettatori della loro propria impotenza. Non trovano più in sé alcun principio di vita. Incapaci di frenesia, di delirio, hanno soltanto delle manie, delle gelosie senili […] L’Europa è ‘giunta al termine’; essa non può oltrepassare la sua propria fine, camuffare la propria vecchiaia, o salvare le apparenze […] L’apatia collettiva, in quanto risultato di una fatica secolare e non di un accidente, è senza rimedio […] Il vuoto dell’Europa mi dà le vertigini”.
Alla fine di quel decennio, in “Précis de décomposition” del 1949, quando oramai lo scrittore, cadute tutte le illusioni giovanili, sembrava proiettarsi sempre più “Al culmine della disperazione” (titolo della sua prima opera filosofica uscita nel 1934), scriveva ribadendo però quel che da radicale e ‘accelerazionista’ ventenne andava sostenendo: “L’errore di coloro che si rendono conto della decadenza è di volerla combattere, mentre bisognerebbe incoraggiarla; sviluppandosi, si esaurisce e permette l’avvento di altre forme. Il vero araldo non è colui che propone un sistema quando nessuno lo vuole, ma, semmai, colui che accelera il caos, ne è l’agente e il turiferario […] Io sento la pesantezza della specie e ne ho assunto tutta la solitudine. Essa non sparisce, ma la sua agonia si protrae verso un’eternità di putrefazione” e poi ancora: “Una civiltà comincia a decadere dal momento in cui la Vita diventa la sua unica ossessione […] Nella decadenza, l’inaridimento affettivo consente solo due modalità di sentire e di comprendere: la sensazione e l’idea” e “L’attività di una civiltà nei suoi momenti fecondi consiste nel far uscire le idee dal loro nulla astratto, nel ‘trasformare i concetti in miti’”, quando al contrario “I miti ridiventano concetti’: è la decadenza. E le conseguenze si fanno sentire: l’individuo ’vuole’ vivere, fa della vita un fine, si innalza al rango di una piccola eccezione. Il bilancio di queste eccezioni, configurando il deficit di una civiltà, ne prefigura la scomparsa”.
Tuttavia “Come ho potuto essere quello che ero?” si chiedeva anni dopo Cioran (“Ecartélemet”, 1979).
Il pentimento in ogni caso non sembrava riguardare la sua solita idea spengleriana di una Europa moribonda, tant’è che in una intervista del 1987, rispondeva: “Credo che l’avvenire dell’Europa sia molto incerto; anzi, credo che essa non abbia affatto un avvenire […] la decadenza della cultura occidentale è per me un’evidenza […] in questo momento io non credo all’avvenire dell’Europa. Credo che vi sia un’usura […] Se oggi si volesse definire l’Occidente, si potrebbe dire che è il tipo d’uomo che ha perduto tutte le sue illusioni”; nella fattispecie che lo riguardava più direttamente, a proposito della sua Francia, aggiungeva: “c’è una sorta di fatica storica che caratterizza questo paese” e la interminabile “ridicola polemica della destra e della sinistra” ne erano la costante conferma.
Nel 1994, in una delle sue ultime interviste tornò a fare alcune puntualizzazione sula sua anti-democraticità giovanile: “La democrazia in Romania non era una vera democrazia. Io ero antidemocratico perché la democrazia non si sapeva difendere […] Attaccai uno per il quale nutrivo la massima stima, Iuliu Maniu, il capo dei democratici romeni. Scrissi un articolo in cui dicevo che Maniu, il più grande democratico del mondo, doveva essere capo del partito in Svezia, nei paesi nordici. Ma non in un paese come la Romania […] Le armi di Maniu erano concetti puri, ma questi concetti non hanno alcuna efficacia nei Balcani. In Romania c’è stata la democrazia, il partito liberale di Maniu, ma nelle situazioni difficili questo tipo di partito non regge”.
EMIL CIORAN (1911-1995)
(fonti: biografie di Rete; Emil Cioran, “Apologie de la barbarie. Berlin-Bucarest (1932-1941), Editions de l’Herne, Paris 2015; Yannick Sauveur, “Emil Cioran, Apologie de la barbarie”, EurAsia 1/2016)


