venerdì 16 ottobre 2026

EX LIBRIS - Regresso delle Nascite, Morte dei popoli - R. Korherr

R. KORHERR: "REGRESSO DELLE NASCITE, MORTE DEI POPOLI"

(Ex libris di Flavio Costantino - direttamente dalla mia Biblioteca personale)

In foto l'edizione sensa data, ma del 1937/1938, che anticipava le Leggi Razziali; edizione che contiene un comunicato del Gran Consiglio del Fascismo del 1937, nel quale si leggeva che quello demografico era il "problema dei problemi". Di seguito, in proposito, un estratto del mio saggio "RAZZISMO E FASCISMO" vol. I - Solfanelli 2017:

"Un altro testo fondamentale per la comprensione del pensiero mussoliniano è quello di Richard Korherr, Regresso delle nascite: morte dei popoli che in Germania uscì nel 1927. L’anno dopo, per volontà del Duce che scrisse una prefazione al testo, fu tradotto in italiano e pubblicato con in apertura il significativo aforisma del filosofo Hegel — «Non è uomo chi non è padre» — e con la prefazione niente poco di meno che di O. Spengler il quale scrisse:

La salute di un corpo vivo si estrinseca con la fecondità. La prolificità è una forza politica. Questo principio vale tanto per una famiglia di contadini, quanto per un grande popolo. La grande portata di questo fatto è stata compresa in Europa, finora, solamente da Mussolini, il quale lo ha proclamato, a favore del suo paese, che non possiede né carbone né capitali e che, a causa della situazione geografica, non può figurare quale grande Potenza effettiva, fino a tanto che altre grandi Potenze dominano i mari. La prolificità del popolo italiano è la sua unica arma; quest’arma però è tanto forte che coll’andar del tempo non permetterà agli altri di difendersi contro di essa.

Lo studio del Korherr, che metteva in guardia dal concreto rischio del “tramonto della razza bianca”, benché molto apprezzato da Mussolini, fu criticato da quest’ultimo almeno per quel che riguardava i dati e le deduzioni dello studioso sulla situazione italiana, che in ogni caso, nel 1928, non era delle più rosee perché anche in Italia il numero delle nascite stava diminuendo. La prefazione di Mussolini, come si diceva, rimane una delle migliori sintesi del suo pensiero: si faceva sempre più necessaria la “difesa della civiltà occidentale” che stava crollando sotto il peso delle “mendaci” idee moderne della “fratellanza universale”, della “felicità dei più”, dell’“edonismo pacifondaio” e “del controllo delle nascite”. «La dimostrazione che il regresso delle nascite attenta in un primo tempo alla potenza dei popoli e in successivi tempi li conduce alla morte, inoppugnabile” e la cause delle cause si chiamava “urbanesimo o metropolismo».

Dati alla mano rivelavano che la sterilità delle persone dipendeva direttamente dal sovraffollamento delle città e Milano, assieme ad altri centri del nord Italia, risultava essere da anni e continuò ad esserlo negli anni successivi, il conglomerato urbano più in crisi di tutti. Le agiatezze, la vita comoda e borghese, i ritmi frenetici facevano perdere di vista il bene più prezioso per un uomo: la vita e la sopravvivenza di un popolo e dunque della sua cultura e
tradizione. Era auspicabile un parziale ritorno alla vita rurale tanto esaltata dal fascismo perché «La città muore, la nazione — senza più linfe vitali della giovinezza delle nuove generazioni — non può più resistere — composta com’è ormai di gente vile e invecchiata — a un popolo più giovane che urga alle frontiere abbandonate. Ciò è accaduto. Ciò può accadere. Ciò accadrà e non soltanto fra città e nazioni, ma in un ordine di grandezze infinitamente maggiore: la intiera razza bianca, la razza dell’Occidente, può venire sommersa dalle altre razze di colore che si moltiplicano con un ritmo ignoto alla nostra. Negri e gialli sono dunque alle porte? Sì, sono alle porte e non soltanto per la loro fecondità ma anche per la coscienza che essi hanno preso della loro razza e del suo avvenire nel mondo. Mentre, ad esempio, i bianchi degli Stati Uniti, hanno un miserevole quoziente di natalità — che sarebbe ancora più miserevole, se non vi fossero le iniezioni di razze ancora prolifiche come gli irlandesi, gli ebrei, gli italiani — i negri degli Stati Uniti sono ultra fecondi e ammontano già al totale imponente di quattordici milioni, cioè un sesto della popolazione della Repubblica stellata» senza contare quel che poteva «significare nella storia futura dell’Occidente, una Cina di quattrocento milioni di uomini» o la Russia che malgrado «guerre,
epidemie, bolscevismo, carestia, esecuzioni in massa», aveva un quoziente di natalità altissimo e una popolazione di 140 milioni di abitanti. Mussolini aveva carpito perfettamente quello che era e che è un problema attuale e, nonostante gli errori, fu il primo ad affrontarlo con la massima urgenza e ponendolo al primo punto dell’agenda politica. Non c’era più tempo: «Le campane d’allarme squillano. Coloro che vedono un po’ più in là della quotidiana contingenza (a mio avviso non ha diritto di governare una Nazione chi non sia capace di guardare almeno a 50 anni di distanza), sono preoccupati». Era un “fenomeno di egoismo morale” quello della denatalità diffuso soprattutto tra i benestanti ma che ormai colpiva in molti. Mussolini pensava di aver abbattuto il luogo comune che voleva un’Italia dal tasso natalità sempre molto elevato grazie al suo discorso dell’Ascensione. La realtà, ammetteva, era un’altra: «anche l’Italia soffre del male comune alle altre Nazioni Europee» ma «La mia convinzione è che se anche le leggi si fossero dimostrate inutili, tentare bisogna, così come si tentano tutte le medicine anche e soprattutto quando il caso è disperato» e vale ancor di più «il costume morale e soprattutto la coscienza religiosa dell’individuo» perché se «un uomo non sente per contro la tristezza e la onta di morire come individuo, come famiglia e come popolo, niente possono le leggi [...] Si tratta di vedere se l’anima dell’Italia fascista è o non è irreparabilmente impestata di edonismo, borghesismo, filisteismo. Il coefficiente di natalità non è soltanto come dice Spengler, “l’unica arma del popolo italiano”, ma è anche quello che distinguerà dagli altri popoli, europei, il popolo fascista, in quanto indicherà la sua vitalità e la sua volontà di tramandare questa vitalità nei secoli. Se non rimonteremo la corrente, tutto quanto ha fatto e farà la Rivoluzione fascista, sarà perfettamente inutile perché, ad un certo momento, campi, scuole, caserme, navi, officine non avranno più uomini [...] Ora una Nazione esiste non solo come storia o come territorio, ma come masse umane che si riproducono di generazione in generazione. Caso contrario è la servitù o la fine». Conclusione: «In una Italia tutta bonificata, coltivata, irrigata, disciplinata: cioè fascista, c’è posto e pane ancora per dieci milioni di uomini. Sessanta milioni d’italiani faranno sentire il peso della loro massa e della loro forza nella storia del mondo».

Il ruralismo avrebbe dovuto avvicinare gli italiani all’ambiente nel rispetto di esso: «Si facevano sempre più numerose le gite scolastiche in campagna, nei parchi della rimembranza e nei “boschi del Littorio”. In occasione della “Festa degli alberi” i ragazzi ecologi a loro insaputa, piantavano abeti, aceri e pioppi, fraternizzavano con le guardie della milizia forestale». Il fine era quello di incrementare il ruralismo che avrebbe dovuto rigenerare anche la salute degli italiani, poiché «più adatto per far crescere figliuolanze numerose e robuste» e facilitare di conseguenza un’indipendenza alimentare del Paese; infatti la “battaglia del grano” avviata nel 1925 fu il primo e uno dei tasselli più importanti dell’autarchia che venne proclamata pubblicamente nel 1936. Il piano approntato per la bonifica delle ristrutturazioni seguiva questa logica e quella di distogliere qualsiasi tentazione di trasferimento verso le città. Le politiche implementate dal regime in questo settore non raggiunsero risultati soddisfacenti; la tendenza agli spostamenti nei grandi centri abitati continuò e le periferie si allargarono. Si tentò inutilmente di risolvere questa problematica sin dal 1928, quando con il RD n. 2961 del 24 dicembre, poi integrato negli anni successivi da altri decreti, si concesse ai prefetti la possibilità di allontanare dalle città tutti quelli che non avevano né domicilio né contratto di lavoro".