(Intima ed irregolare rubrica libraria)
Le bonifiche territoriali, le colonie e dunque l’Impero, lo Stato sociale, una crescente attenzione per le cure sanitarie, l’assistenza alle famiglie, i diritti sul lavoro, questo e molto altro avrebbero dovuto sostenere quella che fu la battaglia delle battaglie del Fascismo, cioè la crescita demografica, perché “il numero è potenza”.
In questo senso la colonizzazione italiana nasceva su esigenze ben differenti da quelle delle demoplutocrazie, soprattutto di quella inglese: le terre extra-italiane avrebbero dovuto divenire l’estensione naturale della madrepatria, avrebbero dovuto accogliere gli italiani in esubero in Italia e accogliere parte di quei tanti, troppi italiani andati all’estero a partire dal XIX secolo.
Su questa direzione quella “pacificazione” della Libia si infilava e si fondava intanto su una stabilizzazione e una conquista totale di un Paese controllato più che altro sulla litoranea.
Questa prima vasta operazione di controllo e unificazione durò un decennio (1922-1932), ma fu con Italo Balbo (1° gennaio 1934-28 giugno 1940) che questa unità si completò veramente, vuoi pure perché la Cirenaica amministrata da Rodolfo Graziani e la Tripolitania di Pietro Badoglio furono appunto compattate dal governatorato di Balbo, il quale gradualmente sviluppò dei piani di crescita e ammodernamenti in favore degli stessi libici, in attesa di ricevere gli 800.000 italiani previsti secondo i paini del fascismo.
La Libia diventò in breve una valvola di sfogo per la migrazione italiana e non un terra da sfruttare assieme agli autoctoni stessi.
Tripoli, ad esempio nel 1939, ospitava il 37% di italiani sull’intera popolazione della città, ma gli stessi libici, o quanto meno alcuni di loro, potevano richiedere la cittadinanza in base ad una serie requisiti, del resto fu Mussolini a definirli “Musulmani Italiani della Quarta sponda d’Italia”; così fu creata la “Gioventù Araba del Littorio”, ai libici “fu garantita rappresentanza politica nei comuni misti e nei villaggi etnicamente libici, vennero costruite moschee, madrase, e altri istituti religiosi islamici”.
Quello italiano avrebbe dovuto essere un altro tipo di colonialismo e questa apertura all’Islam avrebbe dovuto tornare utile per attirare le simpatie e le collaborazioni con tutti i musulmani del nord Africa e del Medio Oriente.
La finalità principale era ovviamente quella anti-inglese. In quest’ottica il Duce brandì la famosa spada dell’Islam il 18 marzo 1937, ergendosi a protettore del verbo del Profeta Maometto.
Delle 1.800 famiglie da inviare in Libia, 100 se ne chiedevano all’Abruzzo; in tutto 5.191 fecero richiesta per questa migrazione, i più richiesti e i più adatti a questo drastico cambiamento di vita erano naturalmente i braccianti agricoli.
“Le famiglie idonee e scelte per la colonizzazione libica debbono essere orgogliose di poter servire il Duce nell’Africa mediterranea: debbono sentire che in Libia ricomincia la loro vita e si espanderà l’avvenire dei loro figli, non debbono avere nostalgia del ritorno in Italia, debbono affermare la forza e la potenza colonizzatrice della razza italiana. Nei primi mesi della loro permanenza in Libia dovranno affrontare vittoriosamente le difficoltà dell’ambientamento, lavorare sodo, senza timori e senza esitazioni, perché sta alle loro braccia il rendere produttivi terreni fertili ma mai prima d’ora sfruttati […] in Libia si va per lavorare con certezza di esito sicuro, ma che detto esito è affidato alla loro buona volontà, alla loro laboriosa disciplina, alla loro fede tenace e alla loro forza nel superare anche le inevitabili difficoltà dell’agricoltura. Avranno sempre la migliore e più valida assistenza” si leggeva nel comunicato del partito.
Nella circolare del 1939 - “Criteri di massima relativi alla colonizzazione demografica in Libia” – si apriva ad un compromesso con quei connazionali disposti al trasferimento e ai quali si dava la possibilità di poter scegliere una collocazione a loro più consona; si passavano al migrante tre stanze abitabili, un forno, una stalla, un porcile, nei pressi di un centro abitato dove ci stavano scuole, case del Fascio, chiese, ospedali, negozi, centri d assistenza.
Il contratto veniva sottoscritto o con l’Ente per la Colonizzazione della Libia o con l’Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale.
Il colono veniva costantemente seguito nel suo operato, poiché all’Ente per la Colonizzazione della Libia avrebbe potuto chiedere aiuti per l’acquisizione dei macchinari o per la bonifica del terreno, ma anche attrezzature, animali e anche un salario minimo gli venivano passati, nonché poteva accedere più facilmente a dei finanziamenti che ripagava con una parte del raccolto.
L’interessamento per questi trasferimenti saliva su fino alle alte gerarchie, dimostrazione di quanto questo piano migratorio fosse importante sia per la politica estera che interna della nazione.
In particolare l’autore del testo ha rintracciato le schede di alcune famiglie che accettarono questo spostamento: solo 9 dei 23 capofamiglia in partenza avevano la tessera di partito, poi in questi fogli di via veniva segnalato quali dei componenti familiari fossero fascisti, o attraverso appunto i tesseramenti al PNF oppure le iscrizioni alle varie associazioni volontaristiche del partito.
Almeno sei dovevano essere i membri della famiglia, di cui 3 adatti al lavoro, tra i 17 e i 60 anni. Naturalmente, visto quel che i neo-coloni avrebbero dovuto affrontare, si sceglievano dunque famiglie rurali, generalmente numerose, con membri dalla “buona condotta morale e politica”, ma non erano esclusi anche coloro che avevano avuto piccoli precedenti penali ormai espiati:
“La famiglia colonica Paolucci Donato fu Carmine, residente a Rapino e composta da sette componenti, fu destinata al Villaggio D’Annunzio. Il capofamiglia, Paolucci Donato fu Carmine, nato nel 1892, non era iscritto al P.N.F. ma godeva di buona condotta politica e morale, pur avendo riportato una condanna a quindici giorni di reclusione per furto. La moglie era iscritta alle Massaie Rurali, e tutti i cinque figli al G.I.L.”.
Invece le “Norme per la partenza per le famiglie destinate alla colonizzazione della Libia” del 1939 stabilivano cosa si poteva portare con sé, ossia gli effetti di prima necessità nella borsa a mano, e nel bagaglio grosso erano ammesse biancherie, materassi, macchine da cucire, biciclette ecc., tuttavia “non devi portare armi”.
“Tu che hai avuto la fortuna di essere stato scelto”, iniziava così questo vademecum del 1939, ma dopo arrivò la sconfitta in guerra che trasformò questa avventura in un altro dramma a cui dover mettere riparo.
