Figlio di Anchise e di Afrodite; principe dei Dardani. Dice Omero (‘Iliade’, II, 1095-1098, V. Monti):
“Ai Dàrdani comanda il valoroso Figliuol d’Anchise, Enea, cui la divina Venere in Ida partorì, commista Diva immortale ad un mortal”.
Crebbe alla scuola dell’ingegnoso Centauro Chirone. Dopo Ettore, fu il maggiore eroe troiano; prese parte valorosamente alla guerra di Troia, e caduta la città in mano ai Greci – secondo una leggenda – fu catturato prigioniero in Tessaglia; un’altra leggenda, invece, vuole che egli abbandonasse la sua città fuggendo con il vecchio padre sulle spalle, e col figlioletto Ascanio per mano. Durante la fuga smarrì la moglie Creusa.
Dapprima si rifugiò in Epiro, poi in Sicilia; qui perse il vecchio Anchise. Ripreso il mare, fu gettato da una tempesta sulla spiaggia di Cartagine, dove ebbe benevoli accoglienze dalla regina Didone.
Costei si innamorò dell’eroe e segretamente lo sposò. Costretto per volere degli dèi a riprendere il viaggio interrotto l’anno prima, approdò nel Lazio; qui Enea fu costretto a combattere contro Turno, re dei Rutuli, per poter sposare Lavinia, figlia di Latino, re del Lazio.
Tre anni dopo la vittoria su Turno, Enea scomparve, durante una battaglia, nelle acque del fiume Numicio. Assunto in cielo, fu venerato col nome di Giove Indigete.
Racconta Ovidio (‘Metamorfosi’, XIV, 581 e segg.):
“Già il valore di Enea aveva costretto tutti gli Dei… a dimenticare le vecchie ire… quando fu ritenuto opportuno che l’eroe figlio di Citerea salisse al cielo. Infatti Venere, abbracciato il collo del genitore… aveva detto: «Padre, tu non fosti mai, in nessuna occasione, severo con me: ora desidero che tu sia mitissimo: concedi al mio Enea… di essere un Dio; piccolo quanto credi, o mio buonissimo padre, ma che sia Dio. Acconsentirono gli Dei, e… il (sommo) padre disse: «Siete degni del premio celeste tu che chiedi e colui per cui chiedi; scegli, o figlia, ciò che desideri!» … La Dea gioì e, dopo aver ringraziato il padre, raggiunse… il lido di Laurento, là dove il Numicio, coperto di canne, si getta, serpeggiando con le sua acque fluviali, nel mare vicino. Ordinò al fiume di togliere ad Enea tutto ciò che egli aveva di mortale e di portarlo, col suo tacito corso, nel fondo del mare.
Il cornigero Nume eseguì il comando di Venere; con le sue acque asperse e purificò Enea, liberandolo di quanto aveva di mortale e lasciandogli la parte più buona. La madre unse con unguento divino il corpo del figliuolo, gli toccò il volto con dolce nettare misto ad ambrosia e lo fece Dio.
Il popolo romano lo chiamò Giove Indigete, e lo pose sugli altari, nel tempio».
Enea fu considerato il capostipite dei Romani”.
(P. Acrosso, C.,D'Alessio, "Mondo mitologico", Società Editrice Dante Alighieri, 1955)
