Intima ed irregolare rubrica Libraria - Anno IV
(seconda ed ultima parte)
A New Kalabar la magnificenza della Natura avviluppava la mente, con la sua forza, la sua fecondità, il suo caotico andamento, era l’Africa, “Vergine ancora e quasi intatta d’ogni soprastruttura umana, essa è più vicina d’ogni altro continente all’Eden ed a Dio”; incontaminata o al massimo abitata da sempre dagli indigeni che però, sebbene dislocati sul territorio selvaggio, sembravano esser già caduti sotto i colpi dei vizi dei bianchi, visto che agli stranieri che passavano chiedevano loro il “Cognac!”.
A Kriby il paradiso diventava terrestre, talvolta interrotto da alcune costruzioni di epoca coloniale tedesca ma ormai qui territori erano proprietà delle Democrazie. Anche là i “corpi degli uomini e delle donne hanno […] qualche cosa di esuberante che armonizza con la lussuria della vegetazione. Il nudo non offende l’occhio di chi guarda”.
Prima o poi pure quel posto, uno dei più belli secondo Appelius, sarebbe stato trasformato dalle pressioni mercantili e pure quel “sogno dell’Equatore” svanirà e allora i “bimbetti […] hanno torto a battere le mani con tanto entusiasmo al bianco che passa”, bianco che prima o poi avrebbe trasformato anche Kriby in un “grande centro commerciale”.
Appelius si trovava nella ex colonia tedesca sebbene di germanico vi era rimasto ancora molto, a cominciare da alcune costruzioni, strade ecc. Il Reich non aveva puntato su quella colonia per il ripopolamento ma solo a ricongiungerla con le altre ad est.
Chiaramente francesi e inglesi avrebbero fatto di tutto per ostacolare questo piano e vinta la Grande Guerra si arraffarono tutto, soprattutto i cugini d’oltralpe che però poi non erano riusciti a migliorare lo stato generale delle cose nel Camerun.
Per gli abitanti del posto in fondo nulla era cambiato, tutto procedeva come sempre.
L’Italia era rimasta a bocca asciutta anche in quel settore, perché “l’Italia era democratica, era socialista, era massonica, era rinunziataria, era internazionalista, era pacifista, era cavallottiana, ecc. ecc.”.
Appelius però, nonostante questo, disse di non avere “nessun debole per i tedeschi” ma “d’avere una certa simpatia per i francesi i quali nonostante tutto sono dei latini molto vicini a noi con cui è piacevolissimo far due chiacchiere quando non si parla di natalità e di politica”.
A quei tempi però circolavano strane voci tra gli africani: quella riguardante la revisione dei mandati da parte della Società delle Nazioni, di conseguenza l’altra che vedeva il Camerun o parte di esso tornare sotto l’egida tedesca e infine l’ultima sul veto di Mussolini ai francesi e agli inglesi su una ipotesi del genere che, in caso di concretizzazione, avrebbe dato il via ad una inevitabile occupazione militare italiana. Il passaggio di testimone da parte francese sarebbe stato finalmente un “gesto amichevole che il popolo italiano aspetta e potrebbe essere il punto di partenza di una revisione fraterna di tutti i rapporti italo-francesi”, inoltre una tale decisione avrebbe rispettato un principio equanime, perché se la Francia e l’Inghilterra avevano numerose scorte di materie prime, l’Italia avrebbe migliorato i conti, limitato le grandi spese per tutti quei rifornimenti fondamentali per l’industria e la popolazione e avrebbe ridotto quelle sacche di povertà presenti nel Paese, grazie proprio al controllo del Camerun.
D’altra parte una certa affidabilità l’Italia in Africa l’aveva, in quanto possedeva una parte della Somalia, la Libia e l’Eritrea: “le colonie italiane non sono mai state covi d’intrighi politici a danno di altri popoli colonizzatori”, anzi l’Italia aveva sempre mantenuto “un fronte unico europeo di fronte ai mestatori mussulmani ed ai suscitatori di rivolte, convinta che gli interessi della razza bianca in Africa dipendono soprattutto dalla solidarietà dei varii popoli colonizzatori”, mentre i germanici in questo ed altri sensi avevano dimostrato di non portare avanti delle istanze così rassicuranti.
Insomma il Camerun poteva diventare un centro propulsore per i popoli occidentali, anche perché di bianchi a controllare quell’intera e vasta regione diceva che ce ne erano poco più di un migliaio e in questo gli italiani avrebbero potuto contribuire grazie alla eccedenza dei figli nati.
Tuttavia nei consessi che si tennero a Ginevra non si decise altro se non il mantenere pressappoco sempre lo status quo a favore degli Stati più potenti, lì come altrove.
Di nuovo tornava ad insistere da una parte sulla bellezza bronzea delle donne ma anche sui cattivi odori che circondavano quelle genti: “Bastava però avvicinarsi un tantino per sentire il tanfo della loro nudità selvaggia, acre e carico come la vampa di un mondezzaio che fermenti nel sole. È curioso come puzza questa povera gente che pur guazza nell’acqua tutto il santo giorno ed è ancor più curioso che secondo loro siamo noi che… olezziamo. E sapete di che? Di… cadavere!”.
Dopo mesi e mesi d’Africa, “perseguitati e nauseati dall’eterno nudo nero”, riuscire ad osservare una donna bianca significava avere uno scombussolamento dei propri sensi, ma la scoperta fu orribile: “Una maschera terribile ghignò su quel torso di Venere”, era completamente bianca, bianchi erano i suoi capelli e tutto il resto solo che i suoi caratteri fisici erano tra i “più scimmieschi delle razze africane”, con un “muso di gorilla”, “tragico, pauroso, rivoltante”, “Sorrise e mai vidi in vita mia una smorfia più orrenda”, era un vero e proprio “mostro”, la sua “carne spellata di fresco” e tutti i suoi tratti la facevano apparire tale, così tanto che “fanno fare così brutta figura alla nostra bella razza” .
Era una albina, in Camerun di albini ce ne stavano diversi, vivevano per conto loro e si riproducevano tra di loro, indistintamente disprezzati dagli europei e dagli africani che però al contempo li temevano sia per l’aspetto sia perché esercitavano la stregoneria. Meno orripilanti erano invece gli indigeni maculati, neri con macchie bianche, ma anche loro generavano in chi li guardava un certo disgusto.
Venuto a sapere che in un suo connazionale viveva nell’entroterra più profondo di quelle zone, disperso nel nulla delle foreste, andò a cercarlo. Si chiamava Cesare Aznàru, un uomo che per una vita si era impegnato a vivere in un mondo a parte, dove aveva tirato su dal niente una grande attività per la raccolta e la vendita del legname: “Sono fiero che quest’uomo sia un italiano!” gli disse Appelius.
Aznàru era un sardo che da 57 anni si trovava in quei luoghi, era fuggito dalla sua Sardegna dopo che si era reso colpevole di risse e di chissà cos’altro per una ragazza per la quale si era invaghito; poi in Africa aveva cominciato a figliare a non finire con più donne locali. I suoi figli, più o meno mulatti e spesso con un indole sarda, lo aiutavano nei lavori; tutta la sua progenie ammontava a circa 300 persone: “Fra gli ultimi prodotti ci sono dei figli dei figli dei miei figli che sono più chiari di un sardo puro […] e siccome è severamente proibito ad un mulatto di unirsi con una nera e viceversa, sono sicuro di aver fondato qui una razza nuova”.
Appelius a proposito di quegli incroci diceva che di “questo stampo dovevano essere quegli antichissimi padri romani e sabini del piccolo Lazio che fra un’impresa e l’altra fondarono in Illiria, in Gallia, in Iberia, in Tracia, nella Dacia, nella Pannonia quelle colonie italiche che moltiplicandosi vigorosamente si sovrapposero alle stesse popolazioni autoctone, creando il mondo latino che è ancora oggi il più vasto blocco etnico della razza bianca.
E di questo stampo erano i colonizzatori italici ed iberici che iniziarono il popolamento dell’Argentina, del Brasile, del Paraguai, dell’Uruguai creando nuove genti e nuovi Stati. Con un paio di migliaia di questi patriarchi la prosperità e il popolamento dell’Africa equatoriale sarebbe una questione risolta!” e questi patriarchi li si potevano trovare nelle regioni italiane dove si facevano ancora molti figli, “in Sardegna, in Calabria, nella Basilicata, in Sicilia, negli Abruzzi” ecc.
Le meraviglie paesaggistiche nel Gabon non terminavano così come le continue sorprese non avevano fine, difatti girando da quelle parti e consultando le cartine inglesi si veniva a scoprire che tante località avevano nomi latini grazie agli esploratori portoghesi, spagnoli e italiani che in precedenza avevano battuto quelle terre, che ora erano diventate delle fabbriche a cielo aperto per il legname, per il quale si adoperavano specialmente gli indigeni, “uomini nudi che non conoscono altro mondo che questo”, vivendo in modo selvaggio come “animali umani rimasti indietro mille e mille anni”.
Sempre in Gabon conobbe un avvocato nero, la sua famiglia si era riscattata da tempo, il padre e i fratelli avevano studiato a Parigi, avevano acquisito posizioni all’interno della società civile, avevano ricoperto ruoli importanti anche in Francia, ma rimanevano fondamentalmente degli indigeni con la loro “negligenza” e il loro tipico “sudiciume”; trasformato però dai francesi “in una persona civilizzata e decente, anti-cristiano, anti-europeo, anti-francese, anti-capitalista, socialdemocratico e boscevicofilo, il quale si sente profondamente ed esclusivamente «nero»” e come tale si comportava, sobillando i suoi compaesani contro i colonizzatori, sparlando contro la Francia, in questo sorretto da politici francesi di stampo socialista che mai avevano conosciuto le colonie e che credevano, in nome del progresso e dell’eguaglianza, che tutto e tutti potessero raggiungere lo stesso grado di una omologata civiltà.
Appelius non nascose il suo odio per quel Jean-Jacques, il quale con l’astante di turno era capace di tessere le lodi della nazione del suo interlocutore, in questo caso pure del fascismo e di Mussolini, pur di accaparrarsi le simpatie del momento e sprigionare la sua avversione alla Francia; un “disprezzo” di Appelius che non era certo rivolto al “povero nero della capanna, anche se è nudo, superstizioso, ignorante, pigro e magari cannibale”, ma solo a quel falso avvocaticchio ripulito sebbene rozzo, dai tratti animaleschi, e per quelli come lui che i francesi, incoscientemente, stavano allevando a loro danno, inseguendo sogni di egualitarismi autodistruttivi.
Lì fece conoscenza di una donna, o meglio di una bellissima quindicenne, scrisse di essersene innamorato, pur non consumando quel suo amore in modo carnale, anche in questo caso la censura fascista non intervenne e come ho detto in tante altre occasioni in realtà gli interventi del Regime in ambito artistico, letterario e pure politico son stati sempre molti meno di quel che comunemente si è voluto far credere per ovvie finalità politiche dal dopoguerra in poi. Va detto certo che a quella età le ragazze venivano in Africa considerate delle donne, ed in effetti anche da parte degli indigeni non venivano disdegnati dei rapporti completi per tradizione o per necessità, in ogni caso il giornalista italiano disse che non andò mai oltre un affetto platonico quando invece avrebbe appunto fare altro, forse lo disse per non disturbare le coscienze dei lettori italiani, forse perché in quel caso sarebbe incappato di sicuro nella censura e in conseguenze che avrebbero fermato la sua carriera o forse perché quella narrata fu più semplicemente la realtà dei fatti, poiché Appelius fu appunto frenato dall’età di quella giovane descritta intensamente per la sua dolcezza e bellezza, frutto di popoli antichi, rigeneratisi nella loro antica purezza, resistenti alle contaminazioni dei bianchi.
Non fu facile lasciare quel posto, in quel momento capì di amare l’intera Africa con tutta la sua esotica e primordiale meraviglia.
Fu sempre la fanciulla Diulà a raccontargli la leggenda del Dahomey, inerente alle origini dell’uomo, un mito che lo colpi con piacere e lo divertì: “… al principio del mondo gli uomini erano tutti neri e tutti eguali, ma erano così cattivi che un giorno i Feticci li distrussero, meno due fratelli che furono risparmiati con le loro mogli per perpetuare la razza […] Un giorno, durante la stagione secca, i due fratelli cercavano invano un corso d’acqua per bagnarsi secondo l’usanza, quando ad un tratto sotto i loro piedi si formò una piccola fossa piena d’acqua. Era così piccola la conca che non potevano entravi tutti e due. V’entrò il primogenito e di mano in mano che si bagnava cambiava colore, si schiariva, finché diventò interamente bianco. Quando ebbe finito invitò il fratello a fare altrettanto, ma intanto l’acqua s’era quasi consumata e solo ne rimaneva un poco nella quale il secondogenito poté appena bagnare le palme delle mani e le piante dei piedi. Per questo ci sono gli uomini bianchi e gli uomini neri”.
Gli stessi neri che a quei tempi sottostavano ai colpi delle fruste inglesi, durante il trasporto del carbone a Port Harcourt in Nigeria, una città separata nettamente tra bianchi e indigeni; gli uni e gli altri erano lontani 3 chilometri, oltre che lontanissimi per il tenore di vita tenuto, anche se i bianchi avevano sempre l’opportunità di visitare la parte abitata dagli autoctoni e a suon di spicci potevano assistere alla celebrazione delle loro tradizioni, danze, abitudini ecc.
Sempre a bordo della nave italiana assistette ad una delle più atroci battute di caccia; quella al delfino, a ucciderlo fu un marinaio italiano, lo fece per sfamare se stesso e suoi compagni di bordo, ma la scena è una di quelle che un qualsiasi lettore preferirebbe non leggere mai.
Nel Gabon, come altrove, constatò quanto poteva esser difficile la vita per i coloni bianchi. Le mogli accompagnavano sempre i loro mariti, assieme facevano anni di sacrifici, per poi andarsene, tornare in Francia passando il resto del tempo in serenità e nell’agio. I rischi erano tanti, a volte bastava una infezione, una puntura di zanzara, dunque la contrazione della febbre gialla e allora la vita si spezzava in un soffio. Le mogli francesi anche in quei posti si portavano con sé la nomea di donne frivole, facili, un pregiudizio diffuso per il mondo che Appelius però criticava, così come rifiutava tutti quei luoghi comuni che colpivano gli italiani sparsi per necessità lavorative in tante nazioni di tutti i continenti.
In Gabon l’inedia, il deperimento fisico e psicologico, il posto insalubre colpivano i gabonesi e anche i francesi, i quali vivevano talvolta in un ambiente malato come non sana appariva neppure la loro menzionata promiscuità.
Quel che colpì il viaggiatore italiano fu la rinuncia a vivere di quella popolazione che nonostante circondata da una Natura rigogliosa, trascorreva le giornate nel non far nulla, riducendosi a morire di pigrizia e di fame, una malsana abitudine che colpiva anche una parte del Congo, un suicidio collettivo che era naturalmente inconcepibile per un europeo e per chiunque altro. Un grave problema demografico da quelle parti era una realtà che i francesi avevano compreso, ma come avrebbe colmato quel vuoto la Francia quando in casa soffriva di una grave denatalità?
I cugini d’oltralpe avevano dimostrato di saper amministrare bene nelle colonie del nord e dell’ovest africano, anche se la Tunisia “è stata messa in valore da quel formidabile colonizzatore mediterraneo che è il contadino siciliano”, ma quelle equatoriali erano ridotte piuttosto male, questo perché le Democrazie si erano appropriate tutto pur non avendo la capacità di gestione di quel che presero in taluni casi. I francesi da quelle parti avevano circa più di 2.800 connazionali, troppo pochi di fronte a quelle masse colpite da quella “malattia del sonno”, sebbene fossero stati profusi denari pubblici per sistemare l’intera area e nonostante gli sforzi dei missionari cattolici che però non avevano cambiato molto la situazione perché i neri “Non capiscono le leggi; non comprendono i regolamenti; non vedono nel bianco che un tiranno il quale è venuto a turbare la loro libera vita”, in alcuni casi fatta anche di cannibalismo che, a dispetto dei divieti imposti, non era stato del tutto cancellato.
Sempre lì conobbe un francese di nobili origini, ammiratore di Mussolini, imbestialito per le manie di eguaglianza a tutti i costi che avevano ammorbato le menti dei parlamentari francesi, del tutto incoscienti delle realtà che si vivevano in Africa, nelle colonie.
La rigogliosa Natura offriva multiple ricchezze, il legname era una di queste, in quelle strabordanti foreste equatoriali gli alberi ricrescevano con una velocità tale che le zone dedicate alla deforestazione si rinverdivano dopo poco tempo. “È la razza bianca che impone la sua forza ed i suoi metodi di lavoro alla foresta millenaria” scriveva e quel lavoro, per quanto faticoso, dava la possibilità anche all’ultimo operaio di guadagnare bene e di raggiungere livelli di benessere economici elevati. La manodopera locale invece era carente, appunto gli indigeni da quelle parti vivevano in un voluto degrado fisico, morale, psicologico, tant’è che al lavoro preferivano l’ospedale o il carcere.
A Capo Lopez si concluse il suo viaggio, laddove si era sviluppata una vera e propria industria della lavorazione delle carni delle balene, cacciate, uccise e squartate, prima da alcuni operai bianchi, poi da quelli neri.
“Nel paese degli uomini nudi” però non finisce qui, contrariamente alle altre sue opere, Appelius dedica un ultimo capitolo di tipo politico, dal titolo “I risultati delle colonizzazione europea”. In quei 7 mesi di viaggio, aveva visto un’altra faccia del Continente Nero, quella appunto occidentale, e aveva constatato e ribadito che là vi viveva “gente primitiva, puerile, assolutamente inferiore, gente che il più delle volte non riconosce altra legge che la forza brutale e la fame”.
Quelle ampie terre erano in mano in piccolissima parte ai portoghesi che cooperavano con gli inglesi in Guinea; parte della Guinea era degli spagnoli, i quali erano stati i primi ad esplorare quella grande area africana, anche se ormai si erano a loro avvicendati i francesi e gli inglesi, la nazione spagnola d’altra parte era in crisi da tempo. La filo-americana Liberia e l’Etiopia dunque erano gli unici due stati continentali con una loro sovranità nazionale. Massimo ordine ed organizzazione si trovavano nelle colonie britanniche, del resto il “prestigio della razza bianca è uno dei capisaldi della politica coloniale inglese”: “Il bianco si limita ad esercitare solo funzioni direttive o di comando.
Per tutti i lavori e gli uffici subalterni il colonialismo inglese ha creato la casta dei clarks indigeni, la quale in sostanza ricorda quella dei liberti dell’impero romano” che però venivano tenuti a debita distanza dai bianchi britannici ma educati, formati e messi in riga da questi ultimi. La confusione razziale ai padroni inglesi appariva come una “mostruosità”, gli inglesi però peccavano di “Alterigia, egoismo, materialismo economico, indifferenza per la vita psichica degli indigeni, durezza dei mezzi di repressione, alcolismo, ipocrisia”, anche se le colonie inglesi, essendo le meglio sfruttate e le più produttive, offrivano agli stessi autoctoni un tenore di vita migliore rispetto alle altre terre occupate da altri colonialisti.
Il grosso ce l’aveva la Francia che a fatica gestiva quegli spazi così enormi. Al contrario delle colonie inglesi in cui le grandi compagnie private avevano poteri anche di comando, in quelle francesi tutto arrivava da Parigi. I francesi quindi come visto tendevano a trattare come un “essere umano” l’individuo appartenente alle popolazioni locali: “la Francia batte falsa strada con la sua politique indigene la quale si basa sul principio, teoricamente giusto ma colonialmente sbagliato, della perfetta eguaglianza delle razze. Il negro è sempre un negro […] cioè un individuo inferiore che è uscito da poco tempo dal bosco originario e che non può assorbire a fondo la nostra civiltà – la parte spirituale della nostra civiltà – perché non ha attraversato come noi i secoli che i nostri padri hanno percorso con la fronte orientata verso la luce della irraggiungibile divinità”; e ancora: “Di tutti i sistemi coloniali sono d’opinione che il migliore è quello applicato dai romani ai barbari dell’Europa e dagli spagnuoli ai barbari dell’America latina: trapiantare, cioè, masse bianche nei paesi da colonizzare e… far figli: figli bianchi e magari figli di colore che via via si sbiancheranno di pelle e di anima. Quando questo sistema non si può applicare perché la matrice del popolo colonizzatore non arriva a tanto, allora trovo che l’unico metodo ragionevole è quello inglese: formare una classe dominante bianca e mantenerla sopra uno zoccolo monumentale di alto prestigio; creare una casta intermedia di neri subalterni che sostituisca il numero di bianchi mancante; amministrare con paterna severità il resto della massa indigena, abituandola pian piano prima a non mangiare carne umana, poi a coprirsi le natiche, poi progressivamente ad adoperare la forchetta e magari la pallottola elettorale.
Ma pigliare di punto in bianco un senegalese e farne un elettore che invia deputati al Parlamento di Parigi vuol dire, a mio parere, prendere in giro le millenarie armonie della natura e giuocare con la dinamite”, infatti il dispregio dei neri per i bianchi oltre che evidente andava diffondendosi e “l’esperienza insegna che quando, come nell’Occidente africano, si è, sì o no, cinquantamila europei contro cinquanta milioni di neri, non si può fare a meno del prestigio. Quando i francesi credono di poter sostituire il prestigio con l’amour de la France, fanno semplicemente dell’accademia, pericolosa per loro e per gli altri”.
Prima parte:





