martedì 25 agosto 2026

A PIEDE LIBRO n. 89 - Nel Paese degli Uomini Nudi - Mario Appelius - Prima parte

A PIEDE LIBRO n. 89
Intima ed irregolare rubrica Libraria - Anno IV

NEL PAESE DEGLI UOMINI NUDI 

(prima parte)

Al seguito di una missione commerciale e scientifica, che avventurosamente aveva attraversato l’Africa per poi sbarcare in Asia, peregrinando tra l’India e la Cina, cosa che gli permise di mandare in stampa una serie di altri libri, dovette infine abbandonare la prevista tappa giapponese, perché i due anni trascorsi in quel lunghissimo e spossante viaggio avevano messo a dura prova il suo fisico. 

Abituato a trascorrere la sua vita senza fissa dimora e in giro per il mondo, convivendo con le peggiori scomodità e i tanti rischi, quella volta era stato obbligato a rifugiarsi e a riposarsi alla Canarie per qualche tempo, tuttavia ben presto il suo ‘Mal d’Africa’ lo irretì pian piano.  

Nel Continente Nero c’era stato in diverse occasioni ma riprogrammò di andarci una seconda volta sempre da corrispondente de “Il Popolo d’Italia”. 

Le sue nuove cronache furono pubblicate dal novembre 1926 al maggio 1927 e confluirono nel 1928 in quel libro che intitolò “Nel paese degli uomini nudi”, pubblicato ancora dalla Alpes del gerarca intellettuale Franco Ciarlantini. 

Ma già tra il 1922 e il 1924 i suoi pezzi usciti sul giornale di Mussolini, proprio in occasione delle sue prime corrispondenze africane, andarono poi a comporre il libro “La sfinge nera” del 1926.

Quindi il suo trampolino di lancio fu Las Palmas. Carpito dalle continue partenze e dalla visioni del suo recente passato (“Sento la voce formidabile del continente vicino che mi riparla dopo un anno e mezzo di silenzio”, “io amo l’Africa con tutti i miei sensi e con tutto il mio spirito”) si era convinto che “al di fuori dell’Africa non c’era altro paradiso per me”.

Stavolta il suo itinerario comprendeva la parte più dura, più impervia, “la zona più brutta e più bella, l’Africa occidentale”; allora Senegal, Gabon, Gambia, Costa d’Oro, Costa degli Schiavi, Costa d’Avorio, Togo, Dahomey e Nigeria entrarono a far parte delle sue nuove memorie.

Prima di approdare si fermò momentaneamente a Tenerife, dove tanti navigatori soprattutto italiani erano passati, tra gli altri Colombo, i fratelli Vadino, Guido Vivaldi, Teodosio d’Oria, Antonio Usodimare e osservò “Queste montagne che forse conoscono il segreto del continente subissatosi nell’oceano”. 

Da quelle parti incontrò “uomini bruni e muscolosi che paiono meticci senza esserlo […] Hanno il profilo mediterraneo con qualche cosa di africano”, per poi lanciare degli indizi sulla mitica Atlantide: 

“La guida ci addita uno strano paese di caverne trogloditiche nel quale abitavano anticamente i famosi gancios della Canarie, autoctoni di pelle bianca e di alta statura trovati nell’isola dai primi esploratori. Chi erano e donde venivano? La scienza non si è ancora pronunciata con sicurezza. Come mai erano bianchi gli antichi abitanti dell’isola se l’arcipelago appartiene geograficamente all’Africa e l’emigrazione bianca non sorpassò mai a memoria di uomo le colonne di Ercole? 

Chi erano questi gancios misteriosi che vivevano ancora sei secoli fa e che poi sono stati pian piano assorbiti dall’immigrazione spagnuola? Erano forse i diretti e puri discendenti di quegli antichi egiziani che secondo Erodoto partiron dal Mar Rosso per fare il giro dell’Africa e finirono dopo due anni di navigazione, nelle Canarie dove si fermarono disperando ormai di poter ritrovare la loro patria?

Oppure discendevano da quegli altri intrepidi navigatori cartaginesi che secondo Polibio partirono su sessanta navi al comando di Hammon per violare i misteri dell’Atlantico? […] I gancios delle Canarie sarebbero stati i soli superstiti del formidabile cataclisma nel quale si inabissò tutta una parte del mondo insieme con le conquiste di cento e cento generazioni? […] 

Finora le caverne non hanno dato alla luce nessun vestigio architettonico di quel gran mondo scomparso, ma ciò potrebbe esser spiegato dal fatto che le isole attuali erano le altissime vette inabitate delle maggiori montagne. Manca qualsiasi documento. Perciò la scienza lascia il campo ai poeti i quali sognano e talvolta indovinano gli enigmi dell’universo”.

Fu Dakar la prima sua tappa, il primo porto occidentale del continente, dove gli “abitanti neri” erano considerati cittadini francesi; quella era una pariteticità inconsueta in altre colonie, specialmente in quelle inglesi dove la distinzione tra colonizzatori e colonizzati rimaneva netta; questo privilegio riguardava più che altro il Senegal che poteva eleggere anche un suo autoctono per la Camera dei Deputati di Francia, quel che conseguiva era che “La prima impressione è in genere spiacevole per il bianco il quale sente la superiorità assoluta della sua razza gloriosa, poi si finisce col prendere la cosa come uno scherzo e col credersi personaggi di una continua farsa”. 

Invece l’intera area che stava sotto il controllo di Parigi – per una dominazione iniziata nel XVII sec. – conteneva una popolazione di 12 milioni di abitanti ed aveva  una estensione pari a circa 15 volte l’Italia, costretta al contrario dai suoi limitati confini. 

I burocrati e i funzionari francesi, pur decisi a mantenere la Democrazia, la collaborazione e i diritti in questa parte del mondo, da alcuni piccoli comportamenti dimostravano di non prendere del tutto sul serio la cosa, lo confermava il fatto che se era vero che un senegalese si comportava in tutti i modi come un francese, era pur vero che la Madrepatria non aveva elargito altrove quella stessa giurisdizione basata sulla eguaglianza dei diritti. Inoltre la realtà strideva copi tanti buoni propositi, se tanti senegalesi si atteggiavano a buoni cittadini francesi, non pochi altri “comperano ancora le loro donne e vivono in capanne di fango battuto”. 

Oggettivamente poi c’era dell’altro: “Nessuno contesta più il fallimento della politica di assimilazione. Or è di moda la politica di associazione che alcuni si compiacciono di definire politica di addomesticamento. I francesi hanno le loro brave ragioni per scegliere la terminologia politica che loro meglio conviene”, insomma una buona dose di ipocrisie non mancava e a confermarlo c’era molto altro, ossia la realtà: “dai corpi sudati veniva a vampe il lezzo formidabile dell’Africa nera, quel sudore di capro che segna l’abisso fisiologico delle due razze e stabilisce una gerarchia insopprimibile” scriveva Appelius, che non si può certo accusare di esser stato un borghese benestante e sofisticato poiché aveva conosciuto sin da ragazzino vagabondo tutte le difficoltà di una persona senza fissa dimora, senza un lavoro stabile, senza una certezza materiale e non solo.

Dakar in ogni caso rappresentava l’ultimo baluardo dell’Occidente, l’ultimo posto dove nei locali “si ritrova la donna bianca, la bambola divina della razza con la carne color latte-rosa”, che con le sue forme appariva nella sublimità maggiore a colui il quale per molto tempo aveva visto solo migliaia e migliaia di corpi femminili nudi dal color d’ebano. In più la donna bianca non solo emergeva per la sua bellezza: “il bianco pel quale tutte le donne della sua razza sono infinitamente buone perché negli occhi di tutte gli par di riconoscere la dolcezza della madre e la tenerezza dell’unica amante”. 

Tuttavia le africane occidentali pur non avendo una grande bellezza, non avevano “neppure la bruttezza scimmiesca delle razze del Sud” mentre gli indigeni della Costa d’Oro erano fisicamente i più belli del continente sempre se si eccettuava però il “viso scimmiesco”.            

Non si cada però fin troppo rapidamente in errore, l’autore lungo le quasi 450 pagine fa diverse descrizioni dei corpi africani sia maschili che femminili, tuttavia le sue puntualizzazioni anche razziste pseudo tali, e comunque comuni a tanti altri suoi contemporanei, non erano altro che una presa d’atto di quel che vide; in mezzo alla calca di Freetown si sentì dopo un po’ di dover cambiare strada: “Quando dalla testa i piedi sono una cosa sola sporca ed appiccicosa, quando il lezzo del carname nero m’è penetrato attraverso i pori fino alle radici della vita e sento alla bocca dello stomaco uno stimolo che rassomiglia al mal di mare, quando la permalosità della mia vecchia pelle europea si ribella contro la curiosità del giramondo”. 

Dakar però, proprio perché si era oltremodo occidentalizzata, sembrava essere la più “brutta città” del continente. 

L’Africa era anche ben altro e se ne rese di nuovo conto nel momento in cui si trovò davanti al grande fiume Niger, quando vide i componenti della tribù degli Habès, una tribù selvaggia, incontaminata, auto-isolatasi da sempre, quando entrò in Sudan, un territorio dove le città si ingrandivano ma dove Tombuctù e Djennè coi loro ruderi antichi testimoniavano i fasti di antiche civiltà, ribaditi dalla leggenda che da quelle parti si erano trasferiti nei secoli addietro le genti provenienti dall’Egitto, che si stabilirono su quelle terre fertili non dissimili da quelle da loro in precedenza abitate nei pressi del Nilo.    

Nel Gambia vigeva l’ordine, la parte del Paese sotto controllo inglese era ben lontana dalla tumultuosa e ribelle India difatti i britannici “sono amati in Gambia come in poche delle loro colonie”. In quella piccola colonia britannica la disciplina aveva dato i suoi frutti. 

Ospite per alcuni giorni dal Governatore a Bathurst, dove “incomincia” per davvero l’Africa, quell’uomo era uomo fedelissimo della  sua Nazione, amato dagli indigeni e in procinto di pensionamento dopo una vita condotta ad eseguire e ad impartire i comandi. 

Là Appelius  ebbe modo di fare la conoscenza di alcuni notabili della Corona, tutti incuriositi dal fascismo e simpatizzanti di Mussolini, uno di loro chiese: “non potreste sintetizzarci in poche parole il programma del Fascismo? – Amare la Patria, lavorare, obbedire!” rispose.

Lasciata Bathurst si unì ad un gruppo di viaggiatori capitanati da un ufficiale inglese; con eccitazione ma anche con un certo disagio partecipò ad una sanguinosa battuta di caccia agli ippopotami. Anche in questo caso, come era d’altra parte nel suo stile, Appelius descrisse i tanti terribili particolari di quella mattanza.

A Conakrì, la capitale della Guinea, vide quel che appariva essere una sorta di giardino sul mare. Pur dubitandone, i francesi prima o poi forse avrebbero cementificato e modernizzato quel centro abitato, naturalmente Appelius non ci sperava affatto. Quei pochi bianchi che ci vivevano avevano un aspetto emaciato e sofferente; pure da quelle parti erano passati gli italiani con la loro maestria, le loro capacità di resistenza ed adattamento, ma era trascorso del tempo e di loro non era rimasto neanche il ricordo.

A Freetown, in Sierra Leone, si erano stabilite le maggiori compagnie commerciali inglesi ma il fascino del Continente Nero sembrava esser scomparso nelle zone commerciali. La città non finiva però lì. Una parte di essa era puramente africana poiché abitata dagli indigeni, in un’altra parte ci stavano le persone di colore che vivevano imitando la civiltà inglese, infine vi era il quartiere dei padroni inglesi che vivevano nel benessere, foraggiati dai loro guadagni e sostenuti dalla Corona. La separazione, la disciplina, l’ordine, le capacità di comando ecc. facevano sì che “l’indigeno delle colonie è abituato a vedere sempre gli inglesi in una aureola di fasto che è il prestigio della razza”.

Il viaggio continuava, si penetrava nell’Africa sempre più selvaggia, dove era quasi impossibile approdare per l’assenza di porti e di strutture di qualsiasi tipo, dove il caldo era così soffocante che toglieva il fiato ai polmoni, tant’è che a quelle temperature un bianco non poteva sopravvivere lavorando senza l’aiuto dei nativi a bordo, capaci di svolgere qualunque lavoro di fatica e tutti loro erano in grado di parlare un inglese contaminato dai tanti dialetti e dalle altre lingue. 

Ufficialmente in quei mezzi navali vigeva uguaglianza davanti alle leggi e alle regole, eppure si poteva facilmente notare che i neri, oltre a tenersi in disparte, nutrivano “il più sincero disprezzo verso tutti i bianchi del piroscafo, eccettuati il comandante, il cambusiere ed il dottore: chi paga, chi dà da mangiare e chi può spedire all’altro mondo”. 

Nel gennaio 1927 si trovava nel Grand Bassam ma, nonostante alcuni sforzi dei francesi, la Costa d’Avorio rimaneva un paese primitivo e quindi puro. Una volta sul posto, constatò che la “Costa d’Oro e la Costa d’Avorio posseggono senza dubbio le più belle razze dell’Africa”, sia l’eleganza e le sensuali proporzioni femminili che il fisico scultoreo degli uomini non avevano a nulla a che fare con altri popoli del continente, “dalle forme più o meno scimmiesche”, anzi “Tutte queste razze, vissute durante i secoli nella selvaggia libertà della foresta vergine, in un paese ricco di caccia grossa e selvaggina, in guerre perpetue che selezionavano le generazioni senza impoverirle, sovente migliorate da innesti di tribù superiori discese dal settentrione, si sono conservate fisicamente sane e forti. Accanto a gruppi etnici che hanno raggiunto un grado superiore di vita collettiva altri rimanevano negli stadi primitivi della pratica antropofaga e del più infantile feticismo. La Costa d’Avorio è un mosaico, lo studio del quale potrebbe forse offrire utili indicazioni sul modo di rinsanguare certe miserabili razze del Gabon e dell’Oubangui che sono altrimenti destinate a sparire”. 

Scandagliare il golfo di Guinea non era da tutti, significava penetrare nell’Africa più nera, più vera. Nella Costa d’Oro invece incontrò dei lavoratori italiani, messi sotto contratto per prestare la loro manodopera per la costruzione di una linea ferroviaria, quasi tutti venivano da Ivrea a da Bergamo ma ci stavano anche napoletani e toscani. 

Come sempre, per lui fu motivo d’orgoglio incontrare i connazionali sparsi per il mondo per lavorare; altri ve ne erano in Costa d’Oro, tuttavia gli italiani erano quasi una eccezione, perché rimanevano fra i gli ultimi bianchi ad essere al servizio di altri bianchi “capitalisti stranieri”. 

Da qui si riaccendeva la sua solita volontà di riscatto per il suo popolo; prima o poi, diceva, le cose sarebbero finalmente cambiate. D’altra parte Appelius era stato “un uomo come voi che ragazzo ha contato con voi i sacchi di cemento ed i vagonetti di pietra sulle piste ferroviarie dello Zanzibar. Oggi egli non ha più la forza fisica di fare il vostro lavoro, perché le grandi città lo hanno abbiosciato nei loro tentacoli di velluto, ma a volte rimpiange i bei tempi di allora quando più robusto era il braccio e più schietto il riso”. 

In ogni caso quegli italiani così lontani dalla loro madrepatria seguivano “il poderoso fiorire della potenza nazionale” e avevano capito per conto proprio che “la fortuna individuale di un lavoratore italiano all’estero è legata alla fortuna collettiva della Nazione intera”.

Appelius tornò sui propri passi quando venne a sapere che il famoso aviatore Francesco De Pinedo, pluridecorato nella Grande Guerra, sarebbe passato per Dakar. Per il giornalista era una conoscenza sfiorata in passato e più che mai desiderata e infine realizzata dopo una rocambolesca corsa. 

Da Dakar al Dahomey, ma anche altrove come in Marocco, i francesi erano stati in grado di compiere una pacificazione diffusa, pur non avendo la mentalità coloniale degli inglesi, senza avere le loro esperienze e capacità in tema coloniale e i loro mezzi e soldi, pur sottostando a più ingarbugliate politiche estere ed interne della Francia, ma ciò confermava anche che gli italiani avrebbero potuto fare anche di meglio, con le simili virtù latine e il tanto materiale umano a disposizione per l’Africa. 

I francesi erano riusciti inoltre a instaurare dei rapporti di buona amicizia con gli autoctoni e “tali rimarrebbero senza dubbio per parecchio tempo ancora se i partiti della democrazia francese non avessero nel libro mastro della loro gerenza politica anche la rubrica coloniale, la quale si occupa di anticipare artificialmente quella rivolta spirituale del nero contro il bianco che è la conclusione fatale di tutte le colonizzazioni europee in Africa”.    

Fu a Porto Novo che visse l’essenza dell’Africa, in quella città fondata nel XVII secolo e che diventò il centro del traffico di carne umana assieme a tutto il Dahomey, da dove erano partiti una infinità di neri venduti per esser spediti in America come schiavi, dove ancora i cadaveri dei propri cari venivano seppelliti sotto le abitazioni, dove avere una strega a cui rivolgersi era la normalità, dove le fazioni senza passare dalle stanze della giustizia sistemavano i conti a modo proprio e molto spesso in modo efferato e dove Appelius poté assistere ad una importante festa locale, quella del Danghé o del Serpente Feticcio alla quale partecipava l’intera popolazione nuda o quasi, gli stregoni, tutte le tribù in una confusione generata dall’irrefrenabile tam – tam delle percussioni; l’Islam e il Cristianesimo in quei giorni venivano messi da parte per far posto al culto dei serpenti, animali che incarnavano tutte le virtù degli uomini e per questo motivo venivano considerati sacri e non potevano esser uccisi.

Era un crescendo, fin tanto che dal tempio principale non usciva la processione composta da 300 vergini circondate da sacerdoti e tutte le altre possibili figure imbellettate che facevano parte di quella società tribale. Le danze sempre più frenetiche erano eseguite da ballerini che riproducevano i movimenti sinuosi dei rettili. Le giovani procedevano nella loro nudità completa o quasi del tutto completa, alcune di loro al collo portavano qualche simbolo cristiano o islamico, prima di esser prese carnalmente da altri giovinotti che poi se le sposavano otto giorni dopo. Una volta però anche questo rito si trasformava in una buona occasione per gli schiavisti, i quali potevano accalappiare i partecipanti e venderli agli americani. 

Questo culto aveva origini antichissime, così come la somma divinità di questa religione, Mahù, una entità indecifrabile e tra questo Essere Supremo, creatore del Tutto, e gli uomini, si frapponevano i feticci o vodum. 

Il primo dei feticci, l’olio di palma contenuto in un cestino di paglia, era quello per la famiglia, proteggeva i raccolti, le relazioni familiari, allontanava le malattie e il malocchio, perdonava la moglie adultera ma solo dopo che il marito “punita la carne colpevole con una scarica più o meno energica di legnate, si rivolge allo stregone perché con opportuna cerimonia interceda”. 

Il perdono si trasformava quindi in un banchetto pubblico e la faccenda finiva là. Ogni tribù, ogni paese aveva il suo feticcio, che poteva essere un animale, un evento naturale ecc. Gli indigeni spesso invocavano i loro morti per qualsiasi cosa, sacri erano gli alberi ma in Natura appariva tutto avere una sua sacralità perché tutto poteva essere la casa dei “genii” ossia lo “spirito delle cose vive” e quindi il tutto poteva avere e aveva una sua anima. 

Appelius chiuse un po’ sorprendentemente in questo modo: “In sostanza il paganesimo di Dahomey, sul quale sono state scritte molte inesattezze, da viaggiatori frettolosi e superficiali, è assai meno prosaico del paganesimo dei nostri padri romani. Il loro Mahù è più spirituale e più alto di Giove, il quale si mescolava bonariamente alle beghe degli dei, aveva moglie, figli, amanti, e a volte non disdegnava le grazie di qualche figlia della terra. 

Questa visione quasi metafisica dell’Essere Supremo, unitamente al culto dei morti e alla divinizzazione dello spirito di famiglia, creano un curioso rapporto di affinità fra il feticismo del Dahomey e le religioni dell’Asia gialla. Alcuni studiosi, come il Monteil, vi scorgono audacemente i resti delle antiche credenze dell’Egitto faraonico; altri vi vedono invece lontane infiltrazioni del rustico cattolicesimo abissino”.

Fu solo a Lagos che finalmente vide una città grande ed espressione di una potenza reale, là gli inglesi avevano impiegato denari e molti progetti per la costruzione di un porto dalle grandi dimensioni, tant’è che quel grande sviluppo commerciale derivato da quelle moderne strutture portuali aveva tolto forza e scambi commerciali persino alla Libia italiana. 

Lagos era “l’unica vera città imperiale che gli europei abbiano finora creato sulla costa dell’Occidente africano, l’unica nella quale il bianco abbia realmente la sensazione di essere il grande re dell’umanità vivente”. 

Quella era un’altra porzione di terra ben scelta dai britannici e lo era anche perché la popolazione non aveva velleità rivoltose come in India, Appelius perciò ripeteva: “Di fronte a tante ricchezze possedute dagli altri la mia anima italiana ha sempre una stretta al cuore pensando ai bisogni della patria, ma oggi la stretta è meno forte perché so che noi abbiamo ormai abbandonato il dilettantismo facilone di ieri e abbeveriamo lo spirito della razza alle fonti purissime dei nostri padri romani, dai quali gli inglesi hanno imparato le somme virtù che determinano nel tempo ogni successo: la tenacia degli uomini e la continuità dei governi”.

Come in diverse altre pagine, Lagos e i suoi grandi mercati all’aperto, dove ebbe modo di incontrare fiumane di persone, gli dettero modo di tornare sulle bellezze o bruttezze femminili di colore: “quando una nera è vestita è novantanove volte su cento una scimmia in ghingheri che vi fa torcere il muso dall’altra parte, mentre quando lascia il suo torso splendere al sole fa concorrenza a quelle sale dei musei nelle quali sono raccolti i capolavori in bronzo dei grandi maestri” ma “io ho per il bianco (latte-rosa o latte-ambra) una adorazione esclusiva che non consente strappi nemmeno col pensiero, checché ne pensino i miei amici europei della Costa d’Africa che si sono abituati ai frutti dell’Equatore”.