venerdì 31 ottobre 2025

A PIEDE LIBRO n.158 - Streghe e stregonerie in terra di Tuscia - Giancarlo Breccola

A PIEDE LIBRO n.158
Intima ed irregolare rubrica libraria - Anno VI

STREGHE E STREGONERIE IN TERRA DI TUSCIA 

Se tra il XIV e il XV sec. i processi erano condotti contro coloro che tramite le loro arti magiche arrecavano danno alla società, dal XVI sec. la caccia alle streghe divenne più violenta, avendo come fine ultimo la sconfitta del maligno in tutte le sue presunte forme. 

La folle guerra santa raggiunse il suo culmine tra il 1580 e il 1650; solo in Germania, nei Paesi Bassi, in Francia e in Svizzera si svolse in quel periodo il 75% dei processi per stregoneria. 

In Italia, anche se l’Inquisizione fu attiva per molto tempo, le pene capitali furono proporzionalmente inferiori al nord d’Europa e comunque vennero più che altro comminate nel settentrione.

La strega è la risultante di figure arcaiche quale la dea sumerica Lilith, le Arpie, le Sirene, le Lamie e le Strigi, tutte entità femminili capaci di trasformarsi in animali o già di per sé in parte animali, preferibilmente in gatto o in capra, dedite all’assassinio, specialmente agli infanticidi, capaci di volare, di far abortire donne e femmine di animali, in grado di diventare vento. 

Il più delle volte erano invece solo donne nubili o vedove, di bassa estrazione sociale, talvolta straniere.

La divulgazione del Cristianesimo non cancellò tante di quelle usanze legate alle culture antiche che però con l’affermazione della Chiesa iniziarono ad essere considerate come diaboliche. Lo stesso accadde ad alcune divinità fortemente radicate nella tradizione popolare, come ad esempio Diana, dea lunare della fertilità. 

Nel “Canon episcopi” (906 d.C.) del benedettino tedesco Regino di Prüm si leggeva: “certe donne depravate, le quali si sono volte a Satana […] affermano di cavalcare la notte certune bestie al seguito di Diana, dea dei pagani […] di ubbidire ai suoi ordini […] si allontanano dalla vera fede e cadono nell’errore dei pagani”. 

Diana diventava così la prima strega ante litteram, le sue cerimonie oniriche diventavano i primi sabba da fermare e abolire, ma era anche la dimostrazione che nei secoli che sopraggiunsero non si fece questa gran distinzione tra magia bianca, magia nera e antichi riti pagani.   

Nel 1258 d.C., Papa Alessandro IV  ordinava che la materia in questione fosse trattata dai tribunali; nel 1320 d.C., Papa Giovanni XXII chiese ad un consesso di teologi se coloro che facevano uso della magia fossero da considerarsi eretici. 

Le lunghe discussioni culminarono con la bolla dello stesso Papa, la “Super illius specula” (1326 d.C): “quanti siano cristiani solo di nome […] stringono un’alleanza con la morte e stipulano un patto con l’inferno”. Chi veniva accusato di tali scelte riceveva la scomunica e se entro 8 giorni non si pentiva gli venivano confiscati i beni e subiva le ulteriori pene previste per gli eretici. 

La prima donna che fu arsa viva dovrebbe esser stata l’irlandese Petronilla De Meath nel 1324. In Italia toccò a Franceschina di Lippo Caleffi nel 1346 a Lucca, la seconda l’anno dopo a Pisa, si trattava di una certa Riccola di Puccio, accusata di aver invocato “supradictorum immundorum spiritum et malorum et dapnatorum spirituum, videlicet Belsabuct principis demonio rum et aliorum demonum infernalium cum speculo et sine speculo”; il terzo rogo colpì Rita di Angeluccio a Viterbo nel 1347. 

È proprio in questo periodo che andò introducendosi a forza nell’immaginario collettivo il prototipo della strega con tutte le sue malefatte. 

Ancora però si era lontani dalle numerose condanne a morte che rimanevano tutto sommato una eccezione in quei decenni. 

Nel 1361, il senese Martino detto “Baloccho, uomo vile, abietto e bestemmiatore di Dio e dei santi” fu messo in carcere, poi costretto ad andare a Roma con una scritta sul cappello “Credo in unum deum patrem innipotentem”; nel 1375, Gabrina degli Albeti di Reggio Emilia fu marchiata e fuoco e le fu tagliata la lingua; nel 1384, ad Orvieto, Donna Mita dovette fare una decina di giorni di prigione e fu allontanata dalla città, altre soffrirono fustigazioni, torture, la gogna ecc. 

Chi meglio di altri tracciò quello che divenne il vero e proprio identikit della strega fu Bernardino da Siena (1380-1444), il quale aizzò le autorità e la gente a prendere provvedimenti drastici, altro che ‘fratello Sole e sorella Luna’, fu proprio un francescano a rendersi responsabile di tutto quello che stava e che sarebbe successo. 

Quindi fu col processo di Matteuccia di Francesco (1428) che saltò fuori tutto il tipico armamentario stregonesco, la noce di Benevento, le formule magiche, il pactum diabolicum, il segno del diavolo ecc. ecc.     

Innocenzo VIII, con la bolla “Summis desiderantes affectibus” del 5 dicembre 1484, ordinava di eliminare stregoneria ed eresia dalla valle del Reno, incaricando i domenicani Henricus Institor (Heinrich Kramer) e Jakob Sprenger di dare una soluzione al problema. I due divennero poi famosi per la compilazione del “Malleus maleficarum” (1487), un trattato scritto in latino che diventò presto un testo epocale e di riferimento per gli inquisitori.   

Il Cardinale Gian Pietro Carafa, poi Paolo IV, diceva nel 1552: “Da qua avanti proceder con dolcezza e deputar tanti confessori a quali ogn’uno possa andar a confessar li peccati suoi et ricever l’absolutione”, in effetti nella prima parte del XVI sec. i procedimenti penali di questo tipo subirono un arresto chiaro che durò soltanto qualche decennio, per ripartire poi in modo più virulento che mai. 

Breccola mette assieme una storia dietro l’altra di persone, specialmente donne abbastanza spesso vittime della delazione di altre donne, e lo fa grazie ad una personale ricerca presso gli archivi locali, tramite la quale si evince che per le malcapitate se andava bene se la scampavano con una abiura pubblica, con l’essere rinchiuse in un gabbione di ferro esposto all’entrata di una città, con la punizione corporale, con le torture che servivano ad estorcere una qualsiasi confessione ma che non in modo automatico avrebbero portato alla morte. 

Qualcuna delle incriminate, messa alle strette, riuscì e vendicarsi: nel 1588, il processo a Donna Prudentia di Blera si ritorse contro tutta la comunità, perché l’imputata accusata da altre donne, ad un certo punto, dichiarò di essere una strega ma dichiarò anche che lo erano le testimoni dell’accusa. Come finì non si sa, i documenti purtroppo non ce lo riportano.   

Nel XVII secolo sul territorio della Tuscia ci furono altri casi: nel 1636 Angela Barghina di Valentano fu accusata di stregoneria e meretricio, pare che invocasse Lucibello e che irretisse facilmente gli uomini della zona. L’attese il carcere e una sanzione, ma una volta rimessa in libertà tornò a vivere nel sue paese.

Nel 1640 Anna di Marta dovette digiunare 5 giorni, pregare, fare le elemosine e chiaramente abiurare. La superstizione era un po’ alla base di tanti comportamenti, per questo spesso le pene non erano molto severe, ma se lo diventavano potevano essere per davvero crudeli, perché ammettevano l’uso delle sevizie e prevedevano il rogo per i condannati.

È soltanto nell’800 che i processi andarono a parare altrove. 

Una certa Serafina Manzi venne accusata di stregoneria mentre svolgeva la sua attività di levatrice, però il sindaco del paese chiudeva la faccenda in questo modo: “per prima volta ora l’apprendo, e credo che tal opinione sia ad attribuirsi a pregiudizi esistenti presso gl’ignoranti villici del nostro contado”. 

Nel Novecento invece si passò direttamente a dubitare delle facoltà mentali di certune oppure si procedette penalmente contro talune che avevano raggirato dei poveri creduloni.  

Tante streghe e stregonerie varie si trovano sparse dunque nella Tuscia. 

Una delle leggende vede la nascita della cittadina di Bolsena grazie ad alcuni coraggiosi che interrompevano e occupavano le zone vicino al lago, zone frequentate appunto dalle streghe per i loro sabba. 

Valentano invece ci fornisce un elenco straordinariamente variegato di entità mostruose. Il pianoro di Monterufeno ad Acquapendente è tra i più famosi, perché là si svolgevano i conciliaboli più oscuri tra il diavolo e le streghe. 

Ma è Montefiascone la capitale del viterbese per queste presenze femminili agli ordini del diavolo, anche se in Italia, chissà per quali motivi, il ritrovo principale rimaneva Benevento, a cui seguivano Triora, Villacidro. 

Nella Casa del Cempene, una ex villa romana formata da rovi e ruderi, le streghe si riunivano in questa costruzione che si diceva venisse distrutta ogni notte per poi esser ricostruita; la strega superiora qui con due bastoncini faceva una croce che la nuova strega avrebbe dovuto calpestare e vilipendere. Poi le donne uscivano dalle finestre di questo edificio dopo essersi spalmate uno strano unguento sul corpo, dicendo “onquento, io onquento, porteme sopr’acqua e sotto vento” e volavano verso il luogo di incontro con il demonio che le accoglieva sotto forma di caprone, circondato da un colore azzurro, “azzurro come i demoni delle tombe di Tarquinia, perché gli etruschi ritenevano l’azzurro il colore dell’inimicizia. Infatti per loro il cielo era nemico. Da lassù venivano le tempeste e i temporali. Gli etruschi erano uomini di terra e per loro le forze benefiche venivano dà di sotto. Gli etruschi erano uomini di terra e per loro le forze benefiche venivano da sotto”. 

In questi consessi erano d’obbligo il signum diaboli, ossia un segno diabolico sul corpo, l’osculum obscenum, cioè il bacio al deretano del satanasso, l’uso di una crema speciale, la quale “oltre a contenere la cenere dell’erba pepe, veniva amalgamata con olio di olive bacchiate nelle notti di novilunio dell’avvento e pestate in un mortaio di tufo rosso – dovevano essere presenti piante come la belladonna (atropa belladonna) contenente l’atropina, la mandragora (herba apollinaris) contenente scopolamina,  e inoltre il giusquiamo, lo stramonio (datura stramonium), l’aconito”.

Questa mistura oltre ad essere utilizzata per librarsi nell’aria serviva per far ammalare, per uccidere, per trasformarsi in un qualche animale ecc.. 

Le streghe falische scendevano a valle per raggiungere il lago. Mediante una barca raggiungevano l’isola Martana, dove si scatenavano in danze sfrenate, a quel punto dappertutto spuntava l’erba pepe e il demonio, reclamando l’intervento del fuoco del vulcano, essendo il lago di Bolsena d’origine vulcanica, faceva bruciare quella vegetazione, che trasformatasi in cenere veniva poi riutilizzata dalle streghe per il suddetto unguento indispensabile per prendere il volo. 

Luoghi del viterbese, nomi tramandati nei secoli che evocano tempi così remoti quanto oscuri ed affascinanti, storie e leggende per definire ancor meglio la strega che nelle sue danze diaboliche saltava al suon dei cembali, che odiava l’acqua santa, la luce del sole e il suono dei bronzii, che era  capace di vomitare sangue dalla bocca ( “si trattava di sangue di bambino che avevano succhiato durante le notte e che sarebbe servito per impastare fàrvele. Le farvele erano focacce di cui le streghe si servivano per rendere difficile la vita alla gente”). 

Ma le streghe non apparivano agli altri solo sotto forme animalesche, talvolta assumevano le sembianze di esseri innocui, tuttavia pericolosamente innocui. 

Il saggio si conclude con una piccola serie di formule magiche che si possono definire pratiche, ad uso e consumo dei problemi quotidiani della gente, se ne riportano alcune tra le più curiose:

“Ad coglioni infiati: Recipe lo roscio del lovo frescho et mistica bene con un poco de mele et metti su et guarirà subito”; per far passare le coliche invece: “Io ti arresto nel nome di Dio, fermati punta di dolore, vero sangue di colore nero più rosso più come fu fermato il fiume Giordano, il diluvio universale quando passò Cristo, e come fu legato Cristo alla colonna. Recitare un Pater, Ave, Gloria e un Credo”; poi “Ad conoscere si una donna è virgine o no: Dalle ad bere ova di formiche, si non è vergine subito anderà a pisciar, si è vergine no” mentre contro i vermi si poteva recitare il “Santo Giobbe. 3 pater ave e gloria Dio per Giobbe, il verme creò. Dio per Giobbe il verme ammazzò”.