(prima parte)
Ci fu una guerra parallela a quella combattuta con le armi; le parole furono proiettili, l’etere fu il mezzo con cui far arrivare i colpi all’avversario.
Chiaramente le guerre si vincono al fronte ma anche le propagande hanno il loro peso.
Nel caso specifico dell’Italia, le radio nemiche bersagliarono direttamente lo stato d’animo già precario degli italiani, tra il 1940 e il 1945, e ciò ebbe senz’altro un riscontro al momento dello sbarco degli Alleati in Sicilia e poi durante la risalita della Penisola tra il 1943 e il 1945.
A questo va aggiunto un dato forse in parte criticabile ma comunque credibile, quello fornitoci dall’antifascista Ruggero Orlando: il “7-8%” di italiani era antifascista, il circa “10%” era convintamente fascista, il restante “70-80%” rimase “in posizione di attesa” durante il secondo conflitto mondiale.
Se a quel tempo gli apparecchi radio in Italia erano abbastanza diffusi ma non troppo (erano circa un milione nel 1938), tante persone avevano lo stesso la possibilità di ascoltare i programmi dai parenti, dagli amici, dai vicini di casa, nei locali perfino in quelli del dopolavoro, soprattutto di sera.
La radio inglese ebbe un certo seguito soprattutto nella borghesia mentre la radio sovietica captata non sembrava riscuotere un gran successo; Radio Londra iniziò ad essere di gran lunga la più ascoltata sin da subito, vuoi per i toni accomodanti e meno retorici o anche apparentemente amichevoli, vuoi perché spesso dava notizie che altri non facevano passare, sia perché le informazioni venivano fornite con un largo anticipo, pure quelle spiacevoli per gli inglesi, e quindi perché traspariva la sensazione che quella radio non avesse quel serrato controllo politico, come al contrario accadeva in altre nazioni.
In realtà una supervisione e delle direttive ci stavano e sbaglia chi parla di indipendenza della BBC dagli organi politici, così come cade palesemente in errore chi crede che da una parte del fronte ci fosse la verità e la sincerità e dall’altra solo l’inganno. In merito si potrebbe fare forse l’esempio più lampante: il colonnello Stevens sosteneva che “noi non difendiamo oro o terre” quando al contrario la Corona britannica arrivava ad occupare e a controllare grosso modo un terzo dei territori mondiali, oppure quando, l’11 giugno 1942, affermava senza imbarazzi: “Farinacci designato da Hitler a successore di Mussolini e designato da Hitler ad esaltare la fusione dell’Italia nel Reich tedesco”; non andava meglio il 23 luglio 1943, quando dispensava ‘consigli’ al Duce dopo il bombardamento subito da Roma il 19 luglio 1943, che provocò più di 700 morti e quasi 1.700 feriti: “Mussolini avrebbe potuto benissimo risparmiare ai romani gli orrori della guerra.
Egli, che aveva ceduto la città del Vaticano al papa, bastava allargasse le frontiere di questa fino ad includere tutta l’urbe” e poi aggiungeva che da 1922 da quella “Roma intangibile e intatta Mussolini poté invece procedere al saccheggio di tutta l’Italia”.
Insomma le sciocchezze potevano essere fuor di dubbio democratiche come antidemocratiche
Quel che è perciò più pertinente in tutto questo discorso è la percezione che di fatto gli utenti avevano in Italia, ascoltando la voce del nemico, il resto per quanto conti, risulta essere di secondaria importanza.
Radio Londra cominciava i suoi programmi con quattro colpi, di cui l’ultimo più prolungato, il che tradotto nell’alfabeto Morse voleva dire “vittoria”, ma in pochi sapevano decifrare questi segnali acustici. Dopodiché il palinsesto si dipanava durante l’intera giornata; le attività erano molto mirate, dietro vi era una organizzazione complessa e capillare, che fu il vero punto di forza e di vittoria della propaganda inglese, la quale concentrava i propri sforzi soprattutto verso i territori invasi dall’Asse.
Venivano dunque quotidianamente vagliati con attenzione i giornali stranieri, i discorsi dei vari Capi di governo, le scelte politiche delle Nazioni coinvolte e le comunicazioni venivano rilanciate un po’ dappertutto, vista la strumentazione moderna, le conoscenze linguistiche e umane che i britannici avevano a disposizione e la capacità di penetrare ovunque, data la grande potenza di dominazione mondiale del Regno Unito.
Il Colonnello Stevens iniziò a parlare in italiano subito dopo l’invasione nazista della Polonia ma fu a partire dalla riunione tenutasi tra il Foreign Office, il Ministero dell’Informazione e il Political Intelligence Department il 20 settembre 1940, che si formulò un testo molto esplicito e una pianificazione precisa delle attività: “gli italiani sono di giorno in giorno più avidi di notizie veritiere, e che la verità è stata loro sistematicamente distorta negli ultimi diciassette anni. Perciò occorre dar loro prima di tutto dei fatti. Poi le spiegazioni e le interpretazioni”, la “propaganda dovrà essere più antifascista che antitaliana. Si dovrà gettare tutto il possibile biasimo, riguardo alla guerra e alle sue conseguenze, sul regime fascista. La guerra è impopolare in Italia” e infatti da lì in poi accuse, critiche e insulti ai fascisti e al fascismo non furono risparmiati;si doveva tenere in considerazione che gli italiani “restano in prevalenza e sostanzialmente monarchici” e che “non amano generalmente i tedeschi, anzi ne hanno paura”.
È in particolar modo dal 1941 che, grazie all’indispensabile aiuto dei fuoriusciti italiani, gli inglesi, presero di mira l’Italia, ritenuta il punto debole del Tripartito.
Sin dal 1939 le relazioni di Polizia e dei fiduciari da tutto il Paese rilevavano quel preoccupante crescendo di persone che si sintonizzavano sulle radio straniere e in modo preponderante su Radio Londra.
I risultati non potevano che essere deleteri perché quelle stesse persone non facevano altro che riunirsi e tramite il passaparola diffondevano notizie, vere o false che fossero, illazioni, timori: “Hanno effetto soprattutto i pistolotti del sedicente colonnello Stevens. Ne consegue una propaganda disfattista di certa portata che danneggia enormemente lo spirito nazionale” si comunicava da Padova il 3 dicembre 1940, ma in generale tanti informatori segnalavano il “L’ha detto la radio inglese”, cioè la frase ricorrente che passava di bocca in bocca e che era diventata sinonimo di “verità” per tanti, difatti “si ascolta Radio Londra più del nostro bollettino” (sempre da Padova, il 2 marzo 1941).
Quel che preoccupava erano i tanti “mormoratori” che erano combustibile per il disfattismo, il quale andava allargandosi a macchia d’olio pure perché le trasmissioni inglesi si intensificarono nell’autunno 1942, con le pesanti sconfitte dell’Asse in Africa e poi con quelle subite ad inizio 1943 sul fronte russo.
Un altro punto forte della propaganda britannica furono i bombardamenti sulle città italiane, a seguito dei quali si evidenziavano gli errori, le incapacità e l’ostinazione di un fascismo impotente davanti alle bombe che cadevano dal cielo.
In sostanza di nuovo si faceva pressione sulla popolazione addossando le colpe al Regime; psicologicamente la tattica funzionava, perché quella era una guerra fondamentalmente fascista e ne erano convinti in molti.
Se il primo decreto del 16 luglio 1940 semplicemente vietava l’ascolto delle radio nemiche, altri provvedimenti seguirono; l’ultimo del gennaio 1942 fissò la pena dell’arresto che andava dai sei mesi ai tre anni e imponeva una multa dalle 4.000 alle 40.000 lire.
Furono inoltre emesse onde che disturbavano i collegamenti a lunga distanza, che però non assicuravano grandi esiti, specialmente nei centri rurali e nelle periferie, e poi anche perché la BBC aveva fornito agli ascoltatori alcuni accorgimenti per aggirare ostacoli di questo tipo.
Insomma nonostante il rischio di una detenzione e di una sanzione amministrativa elevata, la gente continuò a sentire la voce del nemico, ma ciò avvenne proprio perché quelle pene previste non furono mai quasi applicate, se non come aggravante di altri reati commessi.
Insomma nonostante il rischio di una detenzione e di una sanzione amministrativa elevata, la gente continuò a sentire la voce del nemico, ma ciò avvenne proprio perché quelle pene previste non furono mai quasi applicate, se non come aggravante di altri reati commessi.
Era difficile cogliere in flagrante il reo ed essendo così largamente diffuso il fenomeno la rigida applicazione delle misure avrebbe avuto conseguenze imprevedibili se non pericolose, sia sul piano dell’ordine pubblico, sia sul piano più strettamente del consenso politico; Stevens in persona diceva che in Italia vi era posto solo per 42.000 detenuti nelle carceri, ma le radio era due milioni (in realtà erano come detto di meno), un problema perciò esisteva e non era numericamente risolvibile.
Tutte queste difficoltà, incluse alcune delle poche condanne, Radio Londra le rese note, creando ulteriori complicazioni al Regime fascista che faceva fatica ad aggiornarsi, ad attirare gli utenti con maggiore affabilità e ironia, che soffriva di una più pesante retorica propagandistica e che non ebbe fino al 1942 un gruppo di intercettazione delle radio straniere.
Quel che mancava era da una parte una organizzazione e una pianificazione e dall’altra una flessibilità di movimento e di controffensiva dialettica.
Il 4 gennaio 1943, la direttiva del Ministro Alessandro Pavolini sintetizzava in parte gli errori commessi fino ad allora e lanciava dei nuovi indirizzi da rispettare: in sostanza i radio-commentatori dovevano tenere bene a mente che non si trovavano a fare un discorso in una piazza o in un teatro, si doveva dunque evitare di “gridare”, “recitare”, “cantare”, si chiedeva una “Voce pacata”, di rispettare uno “stile” che fosse “semplice, senza ricorrere all’enfasi, all’abuso dei superlativi, all’abbondanza dell’aggettivazione”.
I tempi erano mutati, gli accadimenti si stavano facendo più problematici che mai, perfino il popolarissimo e schieratissimo Mario Appelius aveva completamente cambiato atteggiamento: “è un anno di sangue e di dolore. Dobbiamo attraversarlo con cuore fermo, denti stretti, risoluti a combattere con tutte le possibilità […] Chi perde il 1943 perde la guerra, la storia, la patria, la casa, la ragione di vivere […] Puntiamo i piedi con tutte le energie individuali e collettive, stringiamoci gli uni agli altri, per essere più forti, fraternamente, aiutiamo il Duce lo Stato, i soldati per salvare la patria, la nazione e la razza perché escano fuori dalla tempesta”. “È questo finale che pronunziato con voce rotta ed affannata ha provocato una specie di panico” appuntò qualcuno sul discorso scritto di Appelius, il quale di lì a poco, non a caso, fu rimosso dal programma radio “Commenti del giorno”, anche se continuò a collaborare con “Il Popolo d’Italia”, il quotidiano di Benito Mussolini.
Appelius però, e in questo saggio non lo si dice, aveva da tempo cambiato il suo linguaggio, prima sfrontato e a tratti ingiurioso, in misurato, sofferto e dubbioso, infatti sempre più conscio del disastro in arrivo, in due occasioni tra il la fine del 1942 e il gennaio 1943, chiese udienza proprio al Duce per esporgli le sue perplessità su una vittoria non più certa.
Al secondo incontro fu bruscamente congedato ma di questo e di tutto ciò che riguarda Mario Appelius dirò molto di più nel libro al quale sto lavorando da qualche anno, la bozza sta a buon punto, spero di concluderla entro l’anno e prima o poi anche questo testo, speriamo, sarà pubblicato.
Tuttavia già in altri numeri di questa rubrica ho avuto modo di parlare del viaggiatore e corrispondente aretino e in altri continuerò a farlo. Inoltre va evidenziato che proprio Appelius e Stevens ingaggiarono una disfida a distanza, durata mesi e mesi.
Nel saggio della Piccialuti Caprioli sono raccolti alcuni radio-discorsi dell’ufficiale britannico, nei quali Stevens se la prende con il giornalista italiano, viceversa, in “Parole dure e chiare” di Mario Appelius, uscito nel 1942, si possono trovare gli strali del suo autore contro Stevens.
N.B. Domani la seconda ed ultima parte
N.B. Domani la seconda ed ultima parte
