mercoledì 22 ottobre 2025

A PIEDE LIBRO n. 19 - Da mozzo a scrittore - Mario Appelius

A PIEDE LIBRO n. 19
(Intima ed irregolare rubrica Libraria)

DA MOZZO A SCRITTORE - MARIO APPELIUS 

“Non v'è angolo del mondo che non sia interessante per chi sappia guardarlo e non v'è uomo del mondo che non sia degno d'essere ascoltato per chi sappia ascoltarlo” ma “se il mondo è bello non v'è luogo del mondo più bello dell'Italia”.   

È la vita rocambolesca e romanzata di un uomo straordinario.

Mario Appelius è stato per anni una delle voci più importanti della Radio fascista, ad un certo punto, durante la foga propagandistica della Seconda Guerra Mondiale, fu costretto a mollare il microfono per il suo linguaggio senza filtri, tuttavia è stato un intellettuale di rango superiore, un eccellente scrittore e un giornalista dalla penna sciolta quanto caustica.

Da giovincello ribelle si imbarcò come mozzo, per 23 anni vagò per il mondo sbarcando il lunario nei modi più impensabili e questa autobiografia uscita nel 1934 alla fin fine parla di se stesso in maniera reale e surreale ma è tutta dedicata al dramma degli italiani all'estero, alle umiliazioni e fatiche subite, ai loro successi, alla loro forza e al loro spirito di sacrificio, cose che se analizzate attentamente farebbero escludere, a coloro che hanno ancora un briciolo di sensatezza, tutti i troppi, facili, superficiali ed attuali parallelismi che si fanno con le massicce immigrazioni che da anni a questa parte avvengono nel nostro Paese:

“Ho conosciuto l'italiano che vive isolato nella steppa, nella pampa, nella foresta vergine […] Ed ho conosciuto l'emigrante che vive nei formicai delle metropoli, soffocato da milioni di esseri umani arrivati prima di lui, più preparati di lui, più protetti di lui, obbligato per non morire di fame a condividere coi neri e coi gialli i mestieri più umilianti” e poi ci stavano “le tragedie degli italiani assassinati nelle fazendas brasiliane e nelle estencias argentine senza che nessuno paghi; degli italiani incarcerati dai caudillos perché non vogliono vendere la loro figlia ad un mulatto od imprestare la loro moglie degli Appennini ad un meticcio incattivito dal microbo di Hansen; degli italiani sgozzati e rovinati durante le tragico – burlesche rivoluzioncelle centro – americane e sudamericane: degli italiani che dopo trent'anni di eroica fatica e di sublime economia sono spogliati dei loro sacrosanti patrimonii dal signorotto creolo che fa il buono ed il cattivo tempo nella regione? E i drammi spirituali dei padri italiani che dopo aver creato con una intera vita di stenti la ricchezza dei loro figli s'accorgono che questi disgraziati si vergognano delle umili origini del genitore?”. La lista è lunga, inoltre ci sono stati i tanti altri invece che “Ogni tanto scomparivano […] erano partiti per un angolo del mondo con la loro zappa di contadini, col loro trincetto di calzolai, col loro rasoio di barbieri, coi loro strumenti di geometra, con la loro cazzuola di muratori senza pari, col loro metro di venditori ambulanti, altrettanto pronti a cambiar paese che mestiere, sempre in piedi, sempre disposti a qualsiasi fatica e capaci di superarla, onesti ma non cretini, scaltri ma non malvagi, docili ma non grulli, rassegnati a sopportare con serenità filosofica la prepotenza straniera ma anche a farsi rispettare con una lama di coltello, quando la giustizia umana si mostrava impotente e la divina era distratta.
Furono essi i miei grandi maestri. Da essi ho imparato ad amare il lavoro, a non aver mai troppa fame né troppa sete né troppo sonno, a vincere con la speranza del domani l'oggi sfavorevole, a rispettare Dio, ad amare la patria, a sentirmi italiano in ogni momento ed in ogni circostanza”.

“Questa immensa battaglia italiana […] ha dieci milioni di combattenti, milioni di morti, milioni di mutilati, centinaia di migliaia di invalidi” ma “Ovunque ho ritrovato i miei fratelli italiani che come prima lavorano in tutti gli angoli del mondo fabbricando civiltà e figliuoli […] Tuttavia troppa nostra emigrazione continua ancora a fecondare con la sua sofferenza e con la sua miseria gli interessi e le ricchezze altrui”.

La sua è stata la generazione che attraversò anche quel grandioso quanto drammatico evento della Grande Guerra : “Per istinto tutti gli italiani all'estero erano interventisti” tranne quelli arricchitisi, “Come sempre erano le masse quelle che sentivano fortemente la voce della patria” ma il tifo lo colpì e il suo ambito dovere venne meno. 

Conobbe Arnaldo Mussolini e per poco o niente iniziò a scrivere per “Il Popolo d'Italia”, quando ancora quel quotidiano tirava avanti più con il sudore degli altri che con i proventi degli incassi o le sovvenzioni altrui. 

Non partecipò alla Marcia su Roma, come spesso nella sua vita accadde anche in quei giorni stava gironzolando in altri posti del mondo ma di sicuro fascista lo fu e lo fu fino in fondo.