sabato 25 ottobre 2025

A PIEDE LIBRO n.124 - Diario dal carcere - Corneliu Zelea Condreanu

A PIEDE LIBRO n.124
Intima ed irregolare rubrica libraria

DIARIO DAL CARCERE 

Fu per lui il terzo arresto subito. L’ultimo, il più brutale, quello che lo condusse alla morte. Il 16 aprile 1938 fu fermato dalle forze dell’ordine, dopodiché trascorse i mesi successivi tra la prigioni di Jilava e di Doftana.

Chiuso e isolato in un seminterrato, due assi per letto, il tremendo freddo, l’umidità che divorava le ossa e colmava d’acqua i polmoni, solo una piccola candela per non rimanere nel gelido buio e poi pidocchi, pulci, nessun ricambio.

Impossibile dormire, impossibile non pensare alla tragica missione, alla amata Romania e a quel milione di romeni che avevano riposto le loro speranze nella Guardia di Ferro.

Le visite erano vietate e allora il pensiero andava soprattutto alla madre, rimasta sola, perché altri suoi parenti erano stati arrestati, incluso suo padre; tutti erano stati rinchiusi in carceri a lui sconosciute. 

Pure uomini di Chiesa vicini al loro movimento erano stati imprigionati ma anche persone che non c’entravano nulla e spesso senza mandato di cattura.

Per un ortodosso come lui la cara Pasqua scivolava via tra i più tremendi dolori del corpo e della mente. Il mangiare era scarso, ma Codreanu aveva lo stomaco abituato a quel che si chiama il ‘digiuno nero’, cioè al digiuno integrale o comunque ad una alimentazione molto frugale. 

Nei sogni gli comparivano i suoi cari, i suoi camerati, Motza, il Generale Cantacuzino ecc. Le sofferenze e i patimenti provati in tutti quegli anni non gli facevano più credere nelle giustizia umana, gli rimaneva quella però per lui più preziosa ed importante: quella divina.

Gli interrogatori si facevano più pressanti e viste le domande più assurde rivoltegli non c’era nulla di buono da attendersi. 

Venivano riesumate le vecchi accuse, per le quali era stato in precedenza prosciolto, la persecuzione che aveva avuto un inizio sembrava non avere una fine.

Poi la spada di Damocle. I due capi d’accusa: incolpato di aver preparato una guerra civile in Romania e per la combutta con un non identificato Stato straniero. 

Entrò in contatto con gli avvocati per la preparazione della sua difesa, ma non fu facile trovare dei difensori, sia perché molti non volevano accollarsi certi rischi sia perché tanti degli avvocati della Guardia di Ferro erano stati a loro volta arrestati. 

Gli fu permesso di rivedere anche la moglie e la madre, un passerotto presso la grata della sua cella e una cavalletta come compagni, i primi tepori della metà di maggio, qualche pasto più decente, il trattamento distaccato ma apparentemente umano dei carcerieri, le preghiere attutivano per qualche momento l’insopportabile dolore per lui più grande: quello di esser stato accusato di tradimento della Patria.

Tre giorni soli per preparare la difesa, era tutta una farsa. Rifiutati i testimoni a favore dell’imputato, rifiutate alcune prove che lo avrebbero scagionato dalle false accuse, il processo durò una manciata di ore. La condanna era scontata: dieci anni di lavori forzati. 

Non valsero a nulla le ultime parole del Capitano: “Onorevole tribunale, nelle vostre mani avete non la mia vita, che offro con gioia, ma l’onore di tutta la giovinezza della Romania”. 

Vi era tutta la consapevolezza del suo estremo dramma quando dietro alle sbarre scrisse il 3 giugno: “Non so se sia mai esistito, nella vita pubblica della Romania, un uomo attaccato con tanta rabbia, ferocia e mala fede, da tutta la stampa e da tutti i covi ebraico-polizieschi, così come lo sono stato io”. 

In effetti il legionarismo se crebbe in modo evidente grazie al consenso popolare fu allo stesso tempo attaccato da molti, per primo dal Re Carol II, dalla Chiesa con a capo il patriarca Miron Cristea, e anche questo fu motivo per lui di grande sofferenza: “Lottiamo, ci sacrifichiamo, cadiamo, sgorga il sangue dai nostri petti per difendere le chiese… e la Chiesa ci condanna come «pericolosi per la Terra» come «traviati» come «estranei alla Terra». Che tragedia nelle nostre anime!”.

Dalle celle ogni sera echeggiavano i canti “Dio è con noi, Ascoltate o popoli e inchinatevi”, la voce disperata e speranzosa dei camerati brancolava tra le mura della galera, per tutti loro e per Codreanu in particolar modo l’anima veniva sollevata dalla lettura dei Vangeli; il sacrificio di Cristo  si ergeva a stile ed esempio di vita nel martirio. 

Le notti si susseguivano tra sogni di atroci tragedie e di vittoriose battaglie e il calore dei cari lontani ma sempre vicini nella memoria. Il Capitano fece testamento, un breve documento, anche perché non aveva beni materiali da consegnare ad alcuno, aveva sempre vissuto rinunciando e donando agli altri. 

Poi nel giugno ‘38 il trasferimento verso la prigione di Doftana, nei pressi di Bucarest. Quei luoghi accentuarono la nostalgia dei momenti migliori e più fruttuosi dell’attività politica, cameratesca ed economica del suo movimento; la Primavera dava i primi segni della sua energia ma il suo stato di salute continuava ad essere precario. 

Il suo diario si interruppe qua.

5 mesi dopo, nella notte tra il 29 e il 30 novembre 1938, fu preso insieme ad altri suoi commilitoni per un finto trasferimento.

La polizia denunciò un tentativo di fuga terminato con la morte dei prigionieri. 

Era tutto falso. 

La detronizzazione di Carol II e il mutamento politico in corso svelarono i mandanti, gli esecutori, le macchinazioni per architettare lo stravolgimento dei fatti criminosi. 

Il Capitano e i suoi furono strangolati, i loro corpi vilipesi, terribili e strazianti sono le confessioni di due rei esecutori materiali e confessi riportate in questo libro. I mandanti erano la casa regia, la signora cattolica di origini ebraiche Magda Lupescu, amante del Re, i potentati economico – giudaici del Paese, i massimi esponenti politici defenestrati con l’insediamento del Regime di Antonescu.

Passavan per le valli
le squadre dei Legionari
tutti in verde…
E in testa, sotto alla bandiera,
sopra un agile cavallo di Moldavia,
sembrava volare come un fulmine
il giovane Capitano...

P.S. Mi lascia un po’ perplesso la introduzione non firmata da parte di Franco Freda, che comparve già nella prima edizione italiana del 1970 e che qua, nella terza edizione, viene riproposta. Quello di Freda mi pare proprio un tentativo poco convincente di de-cristianizzazione e al contempo di paganizzazione del Guardismo. Insomma una contraddizione in termini.

Ci sta inoltre da evidenziare una precisazione presente in questo diario di Codreanu, quella che secondo il suo Capo differenziava il legionarismo dal fascismo e dal nazismo ad esso alleati, consegnando così una sua unicità al movimento della Guardia di ferro:
“Tutti i grandi uomini del mondo di ieri e di oggi: Napoleone, Mussolini, Hitler, etc., sono maggiormente preoccupati di quelle vittorie” cioè delle vittorie su altri uomini, ma “Il movimento legionario fa eccezione, occupandosi – ma insufficientemente – anche della vittoria cristiana nell’uomo, in vista della sua redenzione. Insufficientemente! La responsabilità di un capo è grandissima. Egli non deve lusingare le sue schiere con le vittorie terrene, senza prepararle nello stesso tempo alla lotta decisiva per la quale l’anima di ognuno possa incoronarsi con la vittoria eterna e con la sconfitta eterna”.