venerdì 17 ottobre 2025

A PIEDE LIBRO n.157 - Radio Londra 1939-1945 - Piccialuti Caprioli - Seconda parte

A PIEDE LIBRO n.157
Intima ed irregolare rubrica libraria - Anno VI
(seconda ed ultima parte)

RADIO LONDRA 1939 - 1945 

Fino al 25 luglio 1943 Radio Londra colpì rendendo pubbliche le aggressioni militari tedesche e l’aggressività politica nazista, i proclami per la vicina e fallita conquista di Stalingrado del Terzo Reich e la sconfitta dell’Asse in nord Africa, e quindi il crollo del mito dell’invincibilità tedesca, gli insuccessi italiani sul campo a partire dal 1940, le promesse di vittoria del Duce puntualmente disattese dai fatti e i suoi silenzi con l’andare dello scontro armato, specialmente quelli inerenti al fronte dell’est - dove ad un certo punto le sconfitte e l’inadeguatezza degli equipaggiamenti militari divennero sempre più chiari - la subalternità politica e militare dell’Italia alla Germania, la retorica roboante della stampa e della radio italiane, la crescente difficoltà di queste ultime nel fornire notizie complete e veritiere.

Ovviamente, dopo la caduta del fascismo il 25 luglio 1943 e perciò durante i 45 giorni del governo Badoglio, Radio Londra utilizzò parole sempre dure contro il Maresciallo, contro la monarchia, contro la classe dirigente dello Stato che era scesa a compromessi negli anni; Candidus appena il 26 luglio disse che Mussolini se la era data a gambe “vilmente […] senza aver avuto il coraggio di uccidersi o di farsi uccidere” e il popolo italiano? “non è possibile che gli italiani continuino a tacere e ad abbassare il capo” di nuovo di fronte a un Badoglio che annunciava “la guerra continua” perché “l’Italia mantiene fede alla parola data”; la colpevolizzazione si trasferiva pericolosamente sulla gente; ancora l’8 ottobre 1943, quindi un mese dopo la resa incondizionata dell’Italia, Candidus diceva: “Gli italiani hanno ragione di non voler essere chiamati a rispondere dei delitti di cui si è macchiato il fascismo; hanno un po’ meno ragione se respingono ogni corresponsabilità negli errori e nelle colpe di cui si è macchiato il regime; hanno ancor meno ragione se credono di poter evitare le conseguenze dei venti anni di dittatura mussoliniana; meno ancora se pensano di aver cancellato la realtà di tre anni di guerra con un applauso, un fiore e un sorriso; e infine non avrebbero ragione affatto se immaginassero che il modo di salvare la nazione è quello di riadagiarsi nella passiva accettazione degli eventi e di riprendere l’atteggiamento di rassegnata impotenza con la quale hanno sopportato i venti anni di regime fascista”.

Anche Stevens il 17 agosto 1943 parlò senza tanti scrupoli, dicendo che nel mese del luglio 1943 sulla Germania erano state riversate 36.000 bombe, al contrario la Germania sull’Inghilterra aveva lanciato soltanto 700 bombe, per l’Italia quindi non c’erano molte speranze se non quella di arrendersi per non ritrovarsi per intero sotto le macerie; d’altra parte si condannavano i tentennamenti e le ambiguità dei regnanti d’Italia ma anche il pericolo di una prossima occupazione tedesca. 

A capitolazione avvenuta, il 14 ottobre invece l’ufficiale diceva, non senza qualche ipocrisia, che “a vittoria delle nazioni unite assicurerà all’Italia indipendenza, rispetto e decoro”.

Dalla resa incondizionata dell’8 settembre, gli attacchi si rivolsero alla nascente RSI e alla sua agonia, tra gli altri si distinguono proprio per una certa violenza quelli di Calosso. 

Tramite poi messaggi decifrabili si comunicava coi partigiani, i quali però iniziavano a seguire sempre più i propri dettami politici, affiorarono perciò sui giornali clandestini resistenziali i primi contrasti con gli alleati inglesi.

A proposito delle bugie di Radio Londra, Stevens, il 14 dicembre 1943, diceva: “Siamo tutti d’accordo, italiani e inglesi, che il regime fascista era incompetente e corrotto” e che per il benessere e la libertà dei popoli “I prepotenti, piccoli e grandi, saranno eliminati. A noi inglesi è stato detto che abbiamo fatto la guerra per questo; e ne siamo, tuttora, assolutamente convinti”.

I repubblicani fascisti, che tacciavano soprattutto gli altri italiani di tradimento e di odio per la Patria, ebbero ancora meno mezzi e capacità di fronte alla soverchiante forza anglo-americana; si minacciarono pene detentive fino ai 20 anni, nei casi più estremi addirittura la pena di morte, ma anche stavolta la gravità di altri avvenimenti fece sì che fosse del tutto inutile perseguire i detentori di radio clandestine e gli ascoltatori delle radio nemiche.

Dalla seconda metà del ‘43 la funzione primaria di Radio Londra iniziò lentamente a scemare, poiché altre radio sia straniere che appartenenti alla Resistenza furono messe in funzione. La concorrenza diventava grande e ognuno cercava di portare a sé quel consenso indispensabile per ridisegnare l’Italia secondo i propri modelli politici.

Intanto però, dall’inizio della Operazione Barbarossa, ovvero da quando le truppe del Terzo Reich presero d’assalto l’Unione Sovietica nel giugno 1941, l’anticomunismo inglese era scomparso apparentemente del tutto, la BBC tacque per anni, e anche questo fu motivo di recriminazione da parte fascista, che utilizzò l’argomento durante tutto lo svolgersi del conflitto. 

Altra curiosità: Paolo Treves il 1° dicembre 1943 parlò di solidarietà tra italiani e slavi, dalle Alpi Giulie al litorale adriatico slavo, solo che fino a poco prima erano stati commessi i primi infoibamenti, di cui rimasero vittime circa 500 italiani, avvenuti per circa un paio di mesi a partire dall’8 settembre; i crimini, come sappiamo si replicheranno verso la fine e dopo la fine della guerra, almeno fino al luglio 1945, producendo quei tristi numeri che si conoscono.

Giustamente l’autrice di questo testo rileva che “raramente  si usano le espressioni «Resistenza» e «partigiani». Il termine più usato è patrioti. 

Parlando del movimento resistenziale in Italia lo si definisce non di rado secondo Risorgimento” e le azioni dei partigiani, rientravano in quella che era una “guerriglia”. 

Ma è anche così, ossia dalla revisione dei termini nei decenni, che la storia della Resistenza ha subito ritocchi, aggiustamenti, occultamenti, sempre per raccontarla nel migliore dei modi possibili, al di la della realtà dei fatti e dei misfatti compiuti.

Stevens il 24 novembre 1944: “la tragedia che si svolge nell’animo dei patrioti italiani è ancora più profonda; perché essi sono consapevoli  di contribuire al riscatto di gravi errori imputati a tutto il popolo italiano, più vittima che colpevole”, i timori inglesi verso la fine della guerra si acuirono, le prime schermaglie iniziate quell’anno in Grecia tra comunisti e anticomunisti esplosero terribilmente tra il 1946 e il 1949. Un’altra guerra, quella “fredda”, era già cominciata. 

D’altra parte sempre il colonnello il 13 febbraio 1945 ammetteva: “il trattamento alla Germania è severo. Essa aveva minacciato l’esistenza degli avversari che l’hanno battuta; ed è ovvio che questi non vogliono correre nuovi rischi. Ma gli alleati non intendono abusare della vittoria: le disposizioni prese per l’occupazione militare e l’amministrazione della Germania non si estendono ad alcuno degli Stati europei, grandi o piccoli, che della Germania furono alleati”.
Stevens 27 aprile 1945 chiuse il suo operato così: “Benito Mussolini ancora non era stato concepito dalla Provvidenza per castigare l’Italia di chissà quale misfatto. Buona sera”, ancora poche ore e arrivò l’assassinio di Mussolini in circostanze tuttora da chiarire.

In definitiva, chi collaborò attivamente per la propaganda di Radio Londra rivolta agli italiani?
Marus (Candidus) ovvero Joseph John Marus nato in Inghliterra; Marus aveva i genitori che provenivano dal Friuli, prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale lasciò l’Italia per fare ritorno in Inghilterra, lavorò a Radio Londra appunto con lo pseudonimo di Candidus e rimase per il Regime fascista una incognita senza soluzione, perché il suo vero nome non balzò fuori se non con la pace e quindi dopo il 1945.

Quel che rinfacciò al Duce fu curiosamente il suo “tradimento” dell’Italia, per esser entrato in guerra con una impreparazione militare che avrebbe dovuto esser compensata da una ‘guerra lampo’ tedesca. I preparativi militari previsti per la fine del 1942, invece alla nostra nazione “le avrebbero conservato l’impero e gli altri vantaggi strategici, che ormai sono scomparsi” (16 dicembre 1942); mentre il 5 marzo 1943 preannunciava che la nuova rivoluzione antifascista stavolta sarebbe arrivata proprio da quei giovani cresciuti nel fascismo. 

Appunto vi era il gradito ufficiale Stevens con il suo cortese “buonasera”, che parlava fluentemente l’italiano pur con una inflessione napoletana; Stevens conosceva molto bene il Belpaese; i suoi avi, che commerciavano in vino, si erano stabiliti proprio a Napoli. 

Il suo approccio tipicamente inglese, elegante e educato, aveva attirato gli ascoltatori italiani anche se in realtà i testi da lui pronunciati, interpretati e limati, venivano scritti da Aldo Cassuto ma questo non poteva saperlo chi lo ascoltava. 

Poi c’erano i tanti italiani antifascisti, diversi erano di origine ebraica: Aldo Cassuto, Elio Nissim, gli attivissimi Paolo Treves e Piero Treves, figli del noto socialista Claudio Treves, fuggito dall’Italia per andare in Francia. 

C’era Umberto Calosso già combattente per le brigate internazionali nella guerra civile spagnola, il quale il 24 settembre 1942 disse: “il razzismo dettato da Berlino altro non era se non il primo passo della capitolazione morale, politica, economica e militare dell’Italia nei riguardi della Germania hitleriana” e il 28 novembre 1942 propose una “pace separata” per l’Italia sia perché era convito che russi, inglesi e americani fossero degli alleati veri, sia perché questa pace, secondo lui, avrebbe posto il nostro Paese in “una situazione di forza”, anche se Calosso evidentemente non si rendeva conto di quanto potesse essere rischiosa una soluzione di questo genere e la guerra civile 1943-1945 ne fu poi la dimostrazione, o forse lo era ed allora era perfino colpevole per la sua malafede. Calosso, anche se di solito non lo si sa, fu colui che, riprendendo i neologismi di Vittorio Alfieri, utilizzò il termine “repubblichini” in senso ovviamente dispregiativo, per coloro che avevano aderito alla RSI. 

Vi erano anche Livio Zeno Zencovich e Ruggero Orlando, fuoriusciti pure loro, che come tali erano chiaramente tutti o quasi tutti “scrittori non graditi”, così come erano stati definiti in un elenco del MinCulPop del 1940. 

Infine, tuttavia in realtà all’inizio, il bel saggio è introdotto da una intervista rilasciata da Ruggero Orlando: altro giovane fascista, deluso e annoiato dal Regime, nel 1938 atterrò in Inghilterra, ma nonostante il suo antifascismo gli fu concessa qualche collaborazione con l’EIAR come corrispondente estero. Iniziata la Seconda Guerra Mondiale, lui e altri italiani con residenza in Gran Bretagna furono internati. 

Tornato in Italia prima della fine della guerra constatò qualcosa che non si aspettava: “la gente se ne lamentava con me, che ero appena venuto dall’Inghilterra: «Gli inglesi – dicevano – non mantengono le loro promesse». 

E io: «Ma scusate, che promesse vi hanno fatto?». «Mah, almeno un po’ più di comprensione di quella che ora ci mostrano»”.