GOFFREDO COPPOLA: FASCISTA FINO A DONGO, FASCISTA FINO IN FONDO - PUBBLICATO SULLA RIVISTA "L'ULTIMA CROCIATA"
Papirologo, latinista, grecista, filologo, nei 600 giorni della Repubblica Sociale e dopo l'assassinio di Giovanni Gentile divenne il più importante intellettuale che aderì, anima e corpo è il caso di dire, all'ultimo disperato fascismo, quello repubblicano.
Coppola “Era un fascista e non fu mai responsabile di aggressioni fisiche nei confronti di alcuno, credeva fermamente nell'Asse Roma – Berlino ed era un europeista, era un razzista - antisemita e aveva un'elevata e raffinata cultura.
Una figura come la sua abbatte in un sol colpo tre dogmi storico – politici imposti dal nostro Sistema: l'identificazione del fascismo con la violenza, l'idea di un'Europa nata col 'Manifesto di Ventotene' su basi democratiche ed antifasciste, l'associazione del razzismo ad un'ignoranza di ogni tipo e specie” (tratto dall'incipit del saggio introduttivo di Flavio Costantino: Il professor Coppola ovvero quel che non ti aspetti, in Goffredo Coppola, Trenta danari, testo del 1944, riedito grazie a Edizioni all'insegna del Veltro - Parma 2020 - e che contiene anche la post – fazione di Claudio Mutti Gli Ebrei sono semiti?).
In questo articolo però si vuole approfondire alcuni aspetti relativi al carattere, alla fisicità e alle idee politiche del professore, e lo si vuole fare tramite due testimonianze che non sono entrate a far parte della mia introduzione testé menzionata. La prima, che è stata riscoperta da un lettore delle Edizioni di Ar e rivelata alla casa editrice tempo fa, è qui riproposta così come è stata sezionata in originale appunto dal Sig. Lao; la seconda invece è stata scovata dal sottoscritto.
Entrambe fanno capo a due differenti libri di Enzo Biagi e vengono qua per la prima volta ripubblicate, tant'è che in nessuna biografia o altra pubblicazione su G. Coppola le si possono rintracciare:
I) “[Alla redazione del 'Resto del Carlino'] veniva spesso il professor Martelli [ovvero Goffredo Coppola]. Si fermava a chiacchierare nell'ufficio del capo. Piccolo, fragile, la testa calva, sembrava un uccello con gli occhiali […] Martelli era scapolo, e forse gli rimproveravano di non contribuire tangibilmente alla battaglia demografica. «Una volta o l'altra sposerò la figlia di un mugnaio» prometteva, ma il suo vero, profondo amore era il Duce. «È come Cesare» spiegava «anzi: è più grande» [...] Martelli insegnava latino all'Università [di Bologna] e da giovane aveva frequentato dei corsi ad Heidelberg. Se i tedeschi godevano della sua considerazione, le iniziative del Fuehrer lo mandavano in estasi […] Trovai il professore più entusiasta del solito. «Sotto con la Danimarca e la Norvegia, poi toccherà alla Francia, e poi sarà la volta dell'Inghilterra. Non possiamo aspettare, l'Asse dev'essere una realtà armata. Le democrazie sono sfinite e corrotte. È l'ora dei popoli forti» […] «Anche lei» dissi timidamente [al professor Martelli] «ha più o meno le idee di quel rumeno, di Codreanu: gli eletti, i puri, poi gli altri, quelli che debbono servire. Gli israeliti, ad esempio». «Io credo nella razza come fatto di cultura, e anche di sangue. Ma non sono un mistico fanatico; sto preparando, figurati, un saggio su Epicuro. E lo sai cosa predicava il filosofo greco?» «Mangia, bevi, e chiava» disse subito il capo. «Be', così è un po' riassunto. Diceva: 'Nessun piacere in sé è un male; ma talune cose atte a procurar gioia, recano più danno che gaudio' [… nella primavera – estate 1943] anche il professor Martelli, nonostante le soddisfazioni che gli stava procurando il libro su Epicuro, appena pubblicato, si rendeva conto della gravità dell'ora, confermata anche dai commenti di Mario Appelius dopo il giornale radio, ma non rinnegava la sua devozione al Duce e la stima per l'alleato germanico. Dall'altra parte c'era sempre il bolscevismo, e la congiura demoplutomassonica che voleva soffocarci. «Gli ordini non si discutono». «Chi lo dice?» domandò Mario. [Risponde il professor Martelli:] «Gli inglesi. Proprio loro ma, debbo ammetterlo, hanno un'altra coscienza. Quel Churchill è un ubriacone, però gli ha insegnato a tener duro. Noi no, non ne siamo capaci. Latini marci. Uno statista come Mussolini non lo meritiamo». [... Dopo l'8 settembre 1943 e la liberazione del Duce dal Gran Sasso] Riapparve il professor Martelli col cuore diviso tra il Duce e la Germania, Schopenhauer e Goebbels, la sua giovinezza ad Heidelberg e le risorse nascoste della Wehrmacht. «Avete visto» diceva con orgoglio «come sono riusciti a portarlo via dal Gran Sasso? Hitler non aveva dimenticato l'amico, il camerata fedele». [… Dopo il 25 aprile 1945] 'Giornale dell'Emilia' si chiamava il quotidiano pubblicato con l'approvazione e la sorveglianza degli alleati […] Vidi comporre la prima pagina col racconto della morte del Duce. Prima poche righe: 'Partigiani italiani hanno giustiziato ieri a Giulino di Mezzegra (Como) Benito Mussolini', poi la confusa cronaca di quelle ultime ore […] arrivò una telefoto, con la fucilazione dei gerarchi, davanti a un muretto a Dongo: l'ultimo piccolo, magro, in fondo, con gli stivaloni eccessivi, sull'attenti, un po' sbiadito, mi parve di riconoscerlo, era il professor Martelli. Disse Antonelli: «Se da Epicuro non aveva imparato a vivere, bisogna riconoscere che i classici gli hanno insegnato a chiudere con decoro»” (Enzo Biagi, Disonora il padre. Il romanzo della generazione che ha perduto tutte le guerre, Rizzoli, Milano 1975, pagg. 94 – 96, 142, 199 – 200).
II) Di seguito invece il suo stato d'animo in quei suoi ultimi istanti di vita e di fronte alla catastrofe: “dal diario di un giovane giornalista mio amico, Weiss Ruffilli, coinvolto nell'epilogo della Repubblica di Salò: «Mi trovai davanti Coppola che passeggiava con Mezzasoma. Il Ministro della Cultura popolare mi riconobbe: 'Tu' mi disse ' lo potrai raccontare questo momento'. Rimasi solo con Coppola: stava fieramente piantato dentro gli stivali, e il suo insistente sguardo di miope mi metteva a disagio. Mi prese a braccetto e mi confidò: 'Tu sai, ci conosciamo da tantissimi anni ormai, che cosa significhi questo, per me. Io non ho avuto amori nella vita, se togli il greco e il latino, nemmeno le donne. Ma questo, sì: questo era l'amore della mia vita'. Si interruppe: 'La mia vita' riprese 'ormai, che conta la mia vita?'” (Enzo Biagi, 1943 e dintorni, Mondadori, Milano 1983, pag. 210).
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