BLACK METAL COMPENDIUM. VOLUME 2 EUROPA E REGNO UNITO
A cosa servono 101 recensioni di 101 album black metal differenti? Potrebbero avere una loro utilità per i novizi che hanno bisogno di una discografia orientativa, affinché si possano muovere con passo più fermo tra le infinite produzioni, tuttavia la descrizione canzone per canzone di ogni disco neppure in questo caso risulterebbe indispensabile, poiché la Rete oggi offre la possibilità di ascoltare quasi tutto e di saperne un po’ su tutto.
Ma invece uno come il sottoscritto, che ha iniziato nell’ormai lontano 1994 ad abituarsi a certe frequenze, che se ne fa di un libro di questo tipo?
Be’ non molto, può essere un buon pretesto per fare una ripassatina e per riesumare qualche ricordo, qualcheduno anche ben sommerso dal tempo.
Quindi tante parole e poca sostanza, almeno per quel che mi riguarda, però qualcosina di stuzzicante lo si trova qua e là.
Giustamente nell’introduzione i due autori sottolineano che la “second wave” (che fastidio questo abuso gratuito degli inglesismi!) del black metal, quella degli anni Novanta - che poi sarebbe la prima perché in precedenza si dovrebbe al massimo parlare, non senza pochi sforzi, solo di proto black metal, ma ormai questa diceria sembra essersi ben consolidata nonostante tutte le evidenze contrarie – arrivò con “A Blaze in The Northern Sky” dei Darkthrone… ma come!?!?! E l’omonimo disco di Burzum? Dove è andato a finire??? Sì perché sono proprio questi due album in studio, usciti quasi contemporaneamente nel marzo 1992, ad aver aperto il varco attraverso il quale son transitate poi le migliaia di band negli anni successivi.
La lacuna è piuttosto grave e lascia molto perplessi se non seccati. Cos’è? Varg è così scomodo da non potergli riconoscere quanto essenziale è stata la sua figura? In parte purtroppo è così e certi limiti sono facilmente riscontrabili tuttora, anzi ora peggio che mai, talvolta a causa anche di ottusità politiche diffuse.
Tornando a quella che si potrebbe definire la “prima ondata” o “first wave” (tanto per dirla come piace ahimè a loro e non solo a loro), io mi chiedo come si fa ad affermare che “forse la primissima incarnazione del black metal” coinciderebbe con il demo “Satanic rites” degli svizzeri Hellhammer del 1983?
Non siamo per nulla affatto messi meglio di fronte alla asserzione: “potremmo dire che il metal estremo, almeno nell’accezione comune, nasce col thrash e la pubblicazione di ‘Kill’em All’ dei Metallica nel 1983 e, pochissimi mesi dopo, con ‘Show No Mercy’ degli Slayer” (eh sì lo hanno detto per davvero!); e ancora, va bene citare i Celtic Frost e i Venom ma i Bathory che vengono a mala pena qui menzionati e messi in secondo piano rispetto alle tre band appena citate, quando se proprio un vero inventore del black metal si deve menzionare quello sarebbe proprio Quorthon???
Ma passiamo oltre: l’elenco è lungo, tuttavia non si capisce perché siano stati presentati gruppi che con il black metal non c’entrino nulla (vedi gli Elend, gli Alcest, un album ambient dei Pazuzu ecc.), ci sono poi tante (troppe!) altre formazioni che si poteva evitare tranquillamente di tirar fuori.
Di sicuro intervengono i gusti personali ma oggettivamente troppi titoli non hanno avuto il peso che invece gli è stato dato con troppa generosità in questa pubblicazione.
Noto invece una quasi totale assenza delle formazioni islandesi, che al contrario hanno creato una delle scene musicali migliori di sempre nell’ultimo e passa decennio; scarsa è la presenza dei gruppi ucraini, ce ne sono tanti e tutti di ottimo livello, e molti di questi hanno generato una scena politica e musicale di alto valore ma salta agli occhi un’altra pesantissima mancanza: non c’è una scheda su “The Principle Of Evil Made Flesh” dei Cradle of Filth, disco che fece molto scalpore e dette un grosso schiaffone rigenerativo al metal estremo quando uscì nel marzo 1994; ricordo che le prime stampe, nel giro di poco, volarono via inaspettatamente, infatti con qualche difficoltà solo verso la fine dell’anno riuscii ad acquistarne una grazie alla mitica distribuzione Polyphemus.
Giusto, giustissimo presentare le band greche che forgiarono una schiera musicalmente non eccelsa e molto legata al thrash e allo speed tra i più immediati e semplici, ma che è riuscita a fare storia, contrapponendosi a fatica contro l’altra scena, quella preponderante scandinava; perciò la carrellata non può non comprendere i dischi dei Rotting Christ, dei Necromantia, dei Septic Flesh (che però sono death metal!!!), dei Varathron ecc.
Dei portoghesi Moonspell ricordo che con “Under the Moonspell” (1994) e “Wolfheart” (1995) conquistarono subito i gusti della critica di settore, solo che non li ho mai considerati un gruppo black ma perché fondamentalmente non lo sono; all’epoca difatti non me li filai quasi per niente, appena di quel poco per constatare che non mi piacevano e non facevano per me.
L’Italia ebbe delle realtà veramente seminali, già attive negli anni Ottanta, tutte pre – black, e che lasciarono lo stesso il segno, benché un segno sfortunatamente nascosto per quel che dopo si scatenò negli anni Novanta. Immancabili i Mortuary Drape, anche loro più su sonorità thrash rudimentali; i bravi toscani Necromass e tanti altri che se non offrirono prodotti di alta qualità, ognuno a modo proprio aggiunse un tassello originale e personale, nonostante i limiti artistici; perciò non si possono non citare gli Evol, gli Opera IX, i siculi di nome e di fatto Inchiuvatu che mischiarono i freddi suoni black a quelli popolari della cultura siciliana; una recensione è stata altrettanto correttamente dedicata agli Aborym e al loro album “Kali Yuga Bizarre” (oltremodo sopravvalutato quando uscì nel 1999!) anche se sarebbe stato meglio ricordare almeno alcune delle molteplici giravolte dialettiche, politiche, musicali del signor Fabban, perché per raccoglierne tutte non sarebbe bastata una enciclopedia, tuttavia come si fa ad accennare a mala pena agli Spite Extreme Wing, ricordandoli solo attraverso la raccolta “B.M.I.A. Signum Martis” del 2007, alla quale parteciparono assieme ad altri che avevano aderito al progetto musicale e politico denominato Black Metal Invitta Armata, che però ebbe breve vita purtroppo?
Insomma stiamo parlando del combo italiano più importante dagli albori, per la professionalità e la preparazione culturale che non ha avuto eguali!?!?
Io avrei aggiunto pure i bravissimi Movimento d’avanguardia Ermetico, senza dubbio, ma qui non se ne trova traccia. Perché? Come per Vikernes siamo di fronte ad una censura per faziosità politiche per caso? Forse come per Burzum la volontà è stata quella di eliminare per quanto possibile coloro che navigano nell’area della cosiddetta estrema destra? Se fosse così sarebbe abbastanza meschino.
Detto ciò, aggiungo io, il panorama italico si è distinto sempre dagli altri per un paio di fattori specifici: spesso la non facile orecchiabilità dei pezzi e la serietà degli argomenti proposti nei testi, sia che si trattasse di esoterismo, di patriottismo, di filosofie, religioni ecc.
I passaggi più interessanti di queste 190 pagine - scritte a caratteri talmente minuscoli che a fine lettura avrò perso mezza diottria - riguardano la storia delle Légions Noires: siamo in Bretagna, Francia; intorno al 1992 e in particolar modo fino al 1996 - poi in modo ridotto e più frazionato negli anni a seguire – nasceva e si allargava ma in modo circoscritto uno strano movimento.
Una decina di persone, tre delle quali furono gli artefici di tutto, misero in piedi una ventina di gruppi diversi, alcuni dei quali fecero una apparizione fulminea per scomparire poi nel buio più nero. Molti erano dediti ad un cupo dark ambient, altri ad un black più sporco, più basilare e quindi nessun fronzolo, copertine rigorosamente in bianco e nero, nessuna intervista o quasi (ne ho trovate qualcheduna in una fanzine del 1995, “The Black Plague), nessuna etichetta o concerto, gli accoliti di questa specie di ‘setta’ stranamente rigettavano l’uso delle droghe - dico stranamente perché tanti altri loro colleghi del genere invece non lo facevano affatto - i loro album venivano registrati a presa diretta, riprodotti su cassetta e divulgati copiando rigorosamente solo su altre cassette, tant’è che è oggi in pratica impossibile capire cosa sia originale o cosa sia una copia (anche se oggi qualche raccolta o demo o altro lo si può trovare ufficiosamente in CD); le uscite erano sempre semi-ufficiali, i testi venivano scritti e cantati in ‘gloatre’, una lingua inventata con assonanze francesi, le tematiche affrontate riguardavano il vampirismo, il satanismo, la magia e affondavano nell’immaginario gotico, inoltre i componenti non disdegnavano un certo atteggiamento pseudo-nazistoide, o interpretabile come tale, anche se mai si esposero politicamente in modo esplicito; sconosciuti erano e sono in parte tuttora i nomi all’anagrafe dei membri, di conseguenza nacquero non poche leggende sul loro conto.
Gli oscuri francesi rispondevano in tal modo con una chiusura totale ai colleghi norvegesi, che invece si aprivano alla commercializzazione.
Lo scontro virtuale e a distanza era in atto. I Vlad Tepes - il gruppo dei gruppi delle Légions Noires - videro nell’assassinio di Euronymous e nella incarcerazione di Vikernes la possibilità di un fermo alla deriva commerciale scandinava, anche se poi proprio quegli eventi ebbero gli effetti contrari da loro desiderati.
Il disco di questa fazione che tra tutti è il più facile da reperire è quello dei Mütiilation, “Vampires of black imperial blood” del 1995 e sempre i Mütiilation risultano essere gli unici o quasi in attività, benché abbiano cambiato sensibilmente i modi di proporsi e di apparire al pubblico, ma qualcosa proprio a metà anni 90 successe: i Mütiilation furono cacciati dalle Légions Noires perché usavano stupefacenti e perché non erano proprio in linea con le altre regole della congrega. Fu l'inizio della fine del movimento.
In ogni caso la Francia ha offerto nei lustri, ed offre anche adesso, tanti gruppi di valore per tutti coloro che apprezzano il black in tutte le sue forme e sostanze (Blut Aus Nord, gli eccezionali Deathspell Omega con alla voce lo straordinario cantante finlandese dei Clandestine Blaze, i folli e inimitabili fascisti Peste Noire ecc.).
Certo che l’Inghilterra non solo per il death metal ma pure per il black metal è stata un centro propulsore non da poco.
Infatti uno degli snodi principali è riconducibile a quel concerto del 1993, che vide condividere il palco del “Fear a Black Metal Planet” da parte dei Cradle of Filth e degli Emperor.
Dunque non possono non saltar fuori i nomi appunto dei Cradle of Filth e del loro capolavoro “Dusk and Her Embrace”, dei black-industrial-grindster Anaal Nathrakh; di una delle realtà migliori di sempre, ovvero dei bravissimi e professionalissimi Fen (tanto per capire per davvero quale evoluzione ha avuto concretamente il genere, perché mi pare che tanti parlino senza cognizione di causa, specialmente i vecchi metallari di vecchio stampo), immancabili anche gli irlandesi Primordial, che però da molti anni si son buttati su altri stili lontanissimi dal black metal.
Per quel che concerne il centro-nord Europa non si possono dimenticare i particolarissimi Abigor, (tra i miei gruppi preferiti dal 1995), con il loro “Nachthymnen (From the twilight kingdom)” proprio del ‘95, un disco con delle partiture di batteria fuori dal comune per l’epoca e delle atmosfere veramente originali sorrette da tempi complessi (ma in questo catalogo non ci avrei messo anche il loro disco “Leytmotif Luzifer” del 2014); i Summoning (che non mi hanno mai convinto), i quali assieme a i Golden Dawn e agli Abigor crearono un altro piccolo movimento chiamato A.B.M.S. (Austrian Black Metal Syndacate), un’altra insegna per fare un qualche piccolo clamore, che però non ha mai avuto risvolti pratici eclatanti.
Sui tedeschi Absurd bisognerebbe fare un inciso: è vero che influenzarono il black metal, che attirarono a sé le attenzioni per i fatti criminosi commessi e che per le loro posizioni contribuirono fortemente ad allargare la platea NSBM, ma è pur vero che agli inizi loro col black ebbero poco a che fare, in quanto la loro musica era molto ancorata all’oi, al punk e all’hardcore. Poi quanti meriti abbia avuto Möbus nel campo artistico sia appunto con i suoi Absurd che con la sua etichetta discografica politicizzata (Darker Than Black) non c’è neppure bisogno di dirlo.
Un bel pezzo di storia l’hanno scritta gli svizzeri Samael e correttamente viene qui presentato il loro album del 1992 “Blood Ritual”, ancora molto condizionato dal thrash, ma compare anche il più elettronico e metal-moderno “Passage” del 1996 (però poi il duo Ottolenghi – Vavalà a fine libro si scusa per non averli citati?!?! e sempre loro affermano: “sarebbero probabilmente da considerare tra gli indiscussi capostipiti del genere, dato che la loro formazione risale nientemeno che al 1987”… mah! Un po’ di confusione mi pare che entrambi ce l’abbiano).
Be’ i Nargaroth in questo listone ci possono pure stare, se non altro perché il disco “Black Metal ist krieg” del fantasista e talvolta fregnacciaro R. Kanwulf Wagner è già di suo emblematico per l’intero genere e difatti gli autori proprio per i Nargaroth hanno usato più inchiostro e quindi concesso maggiore spazio (sarebbe però bastato già questo per dare una doverosa spuntatina a questa scheda).
Sono altresì d’accordissimo sulla presenza degli elvetici Darkspace che effettivamente con una certa originalità hanno ricreato suoni oppressivi, lunghi, cosmici e neri, così tanto da aver dato il via ad una serie di diversi gruppi che a loro si sono ispirati.
Accettabile è pure la presenza dell’album degli Schammasch, “Triangle” del 2016, ma non tanto per la musica registrata ma per una serie di dettagli che hanno reso eccezionale il cofanetto: per la grafica avanguardistica e insolita, per il fatto che questo album è composto da 3 cd che a loro volta si sviluppano su tre livelli musicali differenti: il primo copia in modo ben fatto i Behemoth, il secondo è un particolare miscuglio di varie tipologie metal e non solo metal, che vanno dai Batushka più corali, passando per i Mastodon fino ad arrivare a qualche aria pinkfloydiana, il terzo è per la sua totalità ambient; 3 dischi, 33 minuti circa ciascuno, più di 100 minuti di buona musica, insomma in questo senso “Triangle” è un unicum.
Sul fronte polacco ci dovevano stare per forza i Behemoth e i mitici Graveland, rispettivamente con “Grom” (1996) e “Carpathian wolves” (1994). Obbligatoria è l’apparizione dei romeni Negură Bunget - con “’N crugu badului” (2002) - che tanti i meriti avrebbero, ma spesso son stati presi in considerazione troppo poco, altri due loro album qui non avrebbero stonato per nulla.
Stessa sorte avrebbero meritato i bravi ucraini Drudkh (“Blood in our wells” 2006 ma il titolo vero è in cirillico) o uno dei loro tanti progetti laterali, tutti di spessore, e grazie ai quali si è creata una vera e propria scena musicale e politica in Ucraina, sempre orientata verso l’estrema destra. Identico discorso vale per gli ucraini Nokturnal Mortum che nel 2009 se ne uscirono incredibilmente con un disco che si è rivelato essere tra i migliori di sempre: “The voice of steele” (in realtà anche questo titolo è in cirillico) ma la loro carriera oltre che lunghissima è pure tra le più interessanti sia per gli aspetti musicali, che per quelli sempre politici (anche loro si sono esposti verso un chiaro filo-fascismo), che per quelli tradizionali-folcloristici.
Quella degli MGLA, con il loro “Exercises of futility” del 2015, sembra essere una scelta voluta oltre che dovuta, visto che i polacchi da qualche annetto vanno per la maggiore ma non mi sono mai spiegato il perché, dato che di eccezionale non hanno molto; al contrario preferisco di gran lunga il loro progetto laterale, i Kriegsmaschine, e qua viene riportato l’album “Altered states of divinity” del 2005, che è un disco solo discreto, ma tenendo in conto che questo libro è uscito nel 2017, non si fa parola di un’altra loro uscita per davvero notevole ed innovativa, ossia il loro “Enemy of man” del 2014.
Apro infine una parentesi che esula da questo libro: facendo una panoramica del tutto personale, partendo dalle mie esperienze e dalla mia collezione discografica più che trentennali, posso fare alcune affermazioni sparse, tanto per inquadrare questo fenomeno musicale e non solo musicale.
Apro infine una parentesi che esula da questo libro: facendo una panoramica del tutto personale, partendo dalle mie esperienze e dalla mia collezione discografica più che trentennali, posso fare alcune affermazioni sparse, tanto per inquadrare questo fenomeno musicale e non solo musicale.
Tanto per iniziare i gruppi che usavano la simbologia satanista, ma che erano soltanto anticristiani, spesso avversavano quella ridicola americanata della ‘Chiesa di Satana’ del furbastro Anton LaVey. Il black metal è cambiato moltissimo negli anni sia per la tecnica, per le contaminazioni, per le idee e quindi in fase compositiva, sia per i testi scritti, più impegnati e cantati non più finalmente in inglese ma nella propria lingua d’appartenenza, il che vuol dire che è cambiata non poco anche la musicalità dei pezzi stessi.
A trasformarsi in modo sensibile sono state le registrazioni, più raffinate ma che di solito riescono a mantenere una certa veridicità di suoni, cosa che al contrario è andata perduta negli altri generi. Oggi non è neppure così facile stabilire cosa sia o non sia black metal, anzi spesso questa etichetta viene appiccicata in modo arbitrario e completamente errato.
L’indirizzo politico condiviso in apparenza o in concreto da molte band è ovviamente quello inerente all’area dell’estrema destra. Altri sono apertamente filo-nazisti, tantissimi cercano assidui collegamenti con le culture antiche e i grandi Miti passati, spesso proprio questi Miti sono quelli che appartengono alle terre da dove provengono i gruppi; son mutate le grafiche, i simboli, per fortuna molto spesso sono stati abbandonati i becerumi pseudo-satanisti e ciò è avvenuto grazie soprattutto alle formazioni provenienti dall’est Europa, che hanno preso molto sul serio quel che fanno.
Dal 2005 - si prenda solo come indicativa questa data – c’è stato un vero stravolgimento che ha migliorato di molto questo genere, ecco che però fino al 2005 se sono usciti dei capolavori assoluti, o comunque dei dischi imprescindibili, guardando queste 101 schede non si può non riconfermare che la media della qualità musicale proposta non era proprio elevata, specialmente se messa a paragone con la vasta scena Death Metal che però se era entrata in crisi dal 1994, più che altro nei primi anni del nuovo millennio iniziò ad agonizzare; viceversa il black metal sembrò aggiungere una nuova e potente linfa vitale ai suoi filoni che andavano moltiplicandosi, raggiungendo ad oggi vette direi impensabili un tempo.
Tutto questo però non viene approfondito in questo volume 2, “Europa e Regno Unito”, preso soltanto perché a prezzo scontato, così come è scontato che gli altri due - volume 1 “Scandinavia e terre del nord” e volume 3 “Stati Uniti e resto del mondo” - eviterò ben volentieri di acquistarli.
“Black Metal Compendium” mi ricorda dunque tanto una di quelle riviste specializzate degli anni '90, in cui i diversi album metal venivano appositamente sopravvalutati, talvolta pure in modo smaccato (si doveva pur campare no!?!) e in cui ogni Lp veniva presentato al lettore facendo una disamina di tutte o quasi tutte le tracce contenute.
Ma son passati 30 anni e quindi è chiaro che questo libro avrebbe dovuto avere ben altra impostazione.
P.S. e poi... che brutta che è la copertina!!
P.S. e poi... che brutta che è la copertina!!
