GLI STATI UNITI, IL SIONISMO E ISRAELE (1938-1956)
Tra la fine del sec. XIX e e gli inizi del XX tanti ebrei approdarono in America, spesso in fuga dalla Russia zarista e dai Paesi dell'Europa dell'Est dove negli anni si erano succeduti pogrom e maltrattamenti di vario genere.
Per Truman non era solo una questione di solidarietà e riconoscimento dei 'diritti' israeliani, ci stava qualcos'altro: “devo dare risposta alle centinaia di migliaia di persone che sono preoccupate per il successo del sionismo; io non ho centinaia di migliaia di arabi tra i miei elettori”.
L'Inghilterra uscita vincitrice dal secondo conflitto mondiale in realtà era sta sconfitta, non aveva più il peso politico internazionale di prima e cominciava a perdere a gran velocità pezzi di territori fino ad allora controllati e dominati.
Ben Gurion, il nuovo Primo Ministro, fu piuttosto esplicito sulle alleanze: “Israele non è né passivo né neutrale. Ideologicamente, è democratico e anticomunista. Politicamente, favorisce la pace e la cooperazione tra il mondo democratico e i paesi comunisti” e “Comunque noi combatteremo per la libertà nel mondo perché gli ebrei non possono vivere sotto il totalitarismo, quello di Hitler o quello di Stalin. Sfortunatamente i nostri vicini non la pensano allo stesso modo”; una mezza neutralità che agli inglesi, i quali continuavano a vendere armi agli arabi, non piacque affatto e che tanto meno poteva piacere ai russi che dopo l'appoggio alla fondazione di Israele si trovarono messi fuori dai giochi dagli israeliani, ma un'altra carta da giocare ci stava ed era quella filo - araba e i sovietici cercarono di tenersela stretta per insinuarsi nell'area.
Rimanevano in ballo i 900.000 profughi palestinesi, cacciati dalle loro terre dagli ebrei e dagli eventi bellici, una questione alla quale non vi era soluzione, che non si trovava e non si voleva trovare da entrambe le parti, pure perché i mussulmani usavano la controversia come grimaldello per attaccare Israele. Ma il mondo arabo era ed è diviso tuttora, il successo degli Stati Uniti in quelle zone è dipeso spesso dai contrasti interni in mezzo ai quali si sono spesso piazzati gli americani, fomentandoli e generandoli a suon di fucili e soldi.
Infine alcune personali costatazioni mi sembrano necessarie: questo libro è in ogni caso degno di essere letto e studiato, anche perché scritto da un esperto di Stati Uniti.
Tra la fine del sec. XIX e e gli inizi del XX tanti ebrei approdarono in America, spesso in fuga dalla Russia zarista e dai Paesi dell'Europa dell'Est dove negli anni si erano succeduti pogrom e maltrattamenti di vario genere.
Negli Stati Uniti “il sionismo ha registrato il suo maggior successo” anche perché in breve tempo gli ebrei immigrati occuparono posti nei gangli dello Stato e in quelli dell'alta finanza e pure perché i socialisti, bundisti, rivoluzionari ebrei arrivati nel Nuovo Continente spostarono le loro attenzioni ed interessi sul sionismo.
Fu più che altro la 'dichiarazione Balfour' del 1917 - tramite la quale si approvava in sostanza un cosiddetto 'focolare ebraico' in Palestina, accettata preventivamente dal Presidente W. Wilson - che iniziò a far avvicinare gli ebrei d'America agli obiettivi sionisti, quando fino a poco prima alcune delle loro organizzazioni si erano espresse sfavorevolmente alla costituzione di uno Stato ebraico.
Da lì in poi si susseguiranno decine e decine di progetti formulati da più parti, piani che falliranno uno dietro l'altro.
Dal canto loro gli inglesi, dopo quel primo impegno, fecero ostruzionismo per 30 anni per non inimicarsi il mondo arabo e per poter continuare a gestire la zona mediorientale.
La contrapposizione culminò con il famoso 'Libro Bianco' nel difficilissimo anno 1939, testo che scatenò le ire della 'Jewish Agency':
“È nell'ora più buia della storia ebraica che il governo inglese propone di privare gli ebrei della loro ultima speranza e di chiuder loro la strada del ritorno verso la madrepatria”.
Il Presidente Roosevelt portò avanti una politica ambigua, si barcamenò soprattutto nel periodo della guerra, non poteva scontentare né gli ebrei che rappresentavano un tassello fondamentale e finanziario del suo elettorato, né poteva dichiarare una aperta ostilità ai mussulmani che invece in alcune loro frange avevano mostrato una certa simpatia per il fascismo e il nazionalsocialismo in funzione anti – inglese.
Il petrolio dell'area faceva gola ed era indispensabile, inoltre Roosevelt, benché filo – sionista, aveva le mani legate per la questione palestinese perché avviare una aperta causa israeliana avrebbe significato contrapporsi all'alleato inglese; ma c'è di più, il Presidente americano alla Conferenza di Casablanca del gennaio 1943 fece un paio di ammissioni di non poco conto, a posteriori persino sconcertanti e che non si citano mai come giustamente scrive il Donno: riteneva “comprensibilmente [la] lamentela dei tedeschi a proposito degli ebrei in Germania, i quali, mentre rappresentavano una piccola parte della popolazione, costituivano il 50% degli avvocati, dottori, insegnanti, docenti universitari di tutta la Germania” e aggiunse che “nessun passo doveva esser fatto presso Hitler per il rilascio di futuri profughi”.
Difatti tentativi in questo senso non ne furono fatti o se furono fatti con altre modalità furono del tutto inutili come non furono cambiate le quote d'immigrazione.
Le organizzazioni mondiali ebraiche fecero sempre più pressioni ma, almeno in parte e non del tutto a torto, le priorità in quel conflitto tremendo rimanevano altre: la più importante era quella di sconfiggere Hitler nel più breve periodo possibile, colpendo gli obiettivi militari e purtroppo anche civili alla faccia delle convenzioni internazionali.
Deposte le armi si aprì un'altra battaglia, quella del Presidente Truman - convinto che il mondo intero avesse un debito col perseguitato popolo ebraico - contro il Dipartimento di Stato americano e contro i laburisti inglesi che si erano avvicendati al governo Churchill, entrambi intenzionati a mantenere lo status quo in Medio Oriente.
Una lotta fatta di sgambetti, progetti e contro – progetti, commissioni su commissioni, provvedimenti presi alle spalle l'uno dell'altro mentre in Palestina i movimenti nazionalisti ebraici si armavano e iniziavano a sparare contro i soldati del Regno Unito.
Per Truman non era solo una questione di solidarietà e riconoscimento dei 'diritti' israeliani, ci stava qualcos'altro: “devo dare risposta alle centinaia di migliaia di persone che sono preoccupate per il successo del sionismo; io non ho centinaia di migliaia di arabi tra i miei elettori”.
L'Inghilterra uscita vincitrice dal secondo conflitto mondiale in realtà era sta sconfitta, non aveva più il peso politico internazionale di prima e cominciava a perdere a gran velocità pezzi di territori fino ad allora controllati e dominati.
La partita allora diventava sempre più tutta interna agli Stati Uniti e, nonostante i tentennamenti, il Presidente proseguiva per la sua strada sostenuto e spronato soprattutto da una campagna insistente pro – Israele da parte dei 'Liberals'.
Nel novembre 1947 l'ONU approvò un piano di spartizione che scontentò tutti (disse poi l'israeliano e uomo di stato B. Gurion: “Non sentiamo moralmente vincolante la risoluzione delle Nazioni Unite perché non hanno fatto nulla per salvarci”) tranne proprio Truman, così gli ebrei decisero di mettere il mondo di fronte al fatto compiuto e il 14 maggio 1948 fu dichiarata la nascita di Israele mentre gli arabi da tempo si organizzavano per un assalto alle comunità israeliane costituendo un fronte filo – sovietico, quando fino al 1948 l'URSS si era sbilanciata a favore della costituzione di una nazione israeliana.
Nel frattempo altri tentati accordi di pacificazione saltarono uno dietro l'altro, quei pochi e fragili equilibri esistenti vennero meno del tutto.
Ben Gurion, il nuovo Primo Ministro, fu piuttosto esplicito sulle alleanze: “Israele non è né passivo né neutrale. Ideologicamente, è democratico e anticomunista. Politicamente, favorisce la pace e la cooperazione tra il mondo democratico e i paesi comunisti” e “Comunque noi combatteremo per la libertà nel mondo perché gli ebrei non possono vivere sotto il totalitarismo, quello di Hitler o quello di Stalin. Sfortunatamente i nostri vicini non la pensano allo stesso modo”; una mezza neutralità che agli inglesi, i quali continuavano a vendere armi agli arabi, non piacque affatto e che tanto meno poteva piacere ai russi che dopo l'appoggio alla fondazione di Israele si trovarono messi fuori dai giochi dagli israeliani, ma un'altra carta da giocare ci stava ed era quella filo - araba e i sovietici cercarono di tenersela stretta per insinuarsi nell'area.
La situazione internazionale andò peggiorando, la guerra di Corea (1950 – 1953), la crisi di Suez e quella iraniana misero in seria in difficoltà il neo – nato Stato israeliano, gli americani viste le intromissioni sovietiche cercarono di spostare la politica estera verso un minore filo – israelismo e lo fecero specialmente con l'elezione del repubblicano D. Eisenhower alla guida degli Stati Uniti, il quale seguì la politica del “doppio binario” elaborando allo stesso tempo dei sistemi di sicurezza e di intervento anti - sovietici.
L'URSS, dal canto suo, divenne il maggiore fornitore a buon prezzo di armi poiché nel 1954 gli USA si erano rifiutati di vendere armi all'Egitto, a quel punto i rapporti tra arabi e Paesi del Patto di Varsavia divennero ufficiali e stretti. Così nel 1954 le armi furono vendute in gran quantità alla Siria, nel 1955 proprio all'Egitto di Nasser.
Rimanevano in ballo i 900.000 profughi palestinesi, cacciati dalle loro terre dagli ebrei e dagli eventi bellici, una questione alla quale non vi era soluzione, che non si trovava e non si voleva trovare da entrambe le parti, pure perché i mussulmani usavano la controversia come grimaldello per attaccare Israele. Ma il mondo arabo era ed è diviso tuttora, il successo degli Stati Uniti in quelle zone è dipeso spesso dai contrasti interni in mezzo ai quali si sono spesso piazzati gli americani, fomentandoli e generandoli a suon di fucili e soldi.
Infine alcune personali costatazioni mi sembrano necessarie: questo libro è in ogni caso degno di essere letto e studiato, anche perché scritto da un esperto di Stati Uniti.
Certo se un concetto sfugge di sicuro non può sfuggire una seconda, terza, quarta volta ecc. la ripetitività non è assente, mi lascia invece alquanto perplesso la acriticità direi assoluta del professor Donno sui soprusi degli ebrei in Palestina e sugli accordi puntualmente disattesi dagli israeliani, come è insoddisfacente la sua posizione fortemente critica nei confronti dei repubblicani e pro – democratici americani, tanto che diverse pagine sono state generosamente concesse all'iper – sionista e democratico Adlai E. Stevenson.
Israele è stato il risultato di straordinarie forze, di grande volontà, di lotte ed eroismi invidiabili, su questo non ci piove ed anzi spesso non lo si riconosce, però si dica anche che senza gli Stati Uniti la nazione israeliana non sarebbe mai esistita, Israele in fondo è sempre stata la longa manus degli americani, prima ed ora, con tutto ciò che ne consegue e che sappiamo sempre se vogliamo saperlo.
