Intima ed irregolare rubrica Libraria - Anno IV
Cominciamo così: il “Dracula” di Abraham Stoker (1847-1912) è un capolavoro letterario ma è al contempo una grandissima balla che distorce la storia e la tradizione della Romania.
Il famoso romanzo, pubblicato nel 1896, nacque da un’idea dello scrittore irlandese e di Hermann Wamberger, un ebreo avventuriero, al servizio della Corona d’Inghilterra come consulente.
Il “Dracula” riprende alcune atmosfere già riproposte da Alexandre Dumas ne “Il Conte di Montecristo” (1845-46), ma soprattutto nel suo “Mille e un fantasma” (1849), ambientato nel circondario di Neamţ, in Moldova, nell’attuale Romania nord orientale. Lo stesso vale per “Il castello dei Carpazi” (1892) di Jules Verne, dove la trama si dipana tra la Bucovina, la Transilvania e la Valacchia, ossia il sud del Paese.
Due storie di vendette, di sangue, di fantasmi e di entità mostruose e soprannaturali.
Ma chi era Vlad? Principe di Valacchia, discendente di altri principi e nobili eroi guerrieri che si posero a difesa del continente, della cristianità e dei loro regni contro gli assalti turchi, prese il soprannome di Ţepeş (‘Impalatore’) per il feroce trattamento che riservava ai nemici che cadevano nelle sue mani. Imprecise e di parte sono però le fonti sul suo conto, anche perché gli autori di quei documenti erano spesso i suoi avversari: ungheresi, sassoni, turchi, altri nobili, perfino suoi parenti che puntavano alla conquista del potere, cosicché la sua cattiva fama ebbe inizio ancor quando Vlad era in vita.
Perché Dracula? Il padre Vlad Dracul prese questo appellativo perché faceva parte dell’Ordine del Drago, una corporazione di cavalieri cristiani ortodossi, unitisi per combattere gli islamici Turchi, fondata dall’Imperatore Sigismondo nel 1418. Vlad III nacque nella magica capitale dacica di Sighişoara nel 1431, l’anno in cui il Padre Vlad II entrò a far parte proprio di quell’Ordine
In romeno ‘drac’ vuol dire ‘diavolo’, parola che deriva dal latino ‘draco’, ossia ‘drago’, che, come sappiamo, è una figura mitologica la quale, in tempi antichi e pre-cristiani, spesso rappresentava il guardiano di quel “tesoro spirituale” a cui il neofita doveva accedere dopo appunto aver sconfitto quel custode leggendario.
Ciò non vuol dire che il drago abbia avuto significati associabili al Male, è vero invece che talvolta raffigurò quel paganesimo sconfitto dal Cristianesimo, ma tutto ciò nulla aveva a che fare con il maligno in senso assoluto; lo dimostra anche l’esistenza di una cavalleria romena denominata i ‘dragoni’, oppure la fondazione del Principato di Moldavia voluta dal Principe Dragoş.
A volte, nelle sue lettere, Vlad Ţepeş si firmava con il suo nome e il termine “Draculea”, ovvero figlio di Dracul. In questo modo, nella fantasia di certi scrittori moderni, il cerchio si chiuse e nacque quell’anti-mito di Dracula modellato sul vampiro, che in Inghilterra come parola e come figura mostruosa iniziò a prender forma dal XVIII secolo.
Per correttezza proprio di anti-mito sarebbe meglio parlare, lo sostiene Mihai Marinescu, il quale, tramite questa sua conferenza riprodotta in questo libro (con introduzione del filologo e rumenologo Claudio Mutti), ci ricorda che il vero mito si fonda su tutto quel che è da considerarsi sacro e non può certo essere questo il caso, poiché nel “Dracula” il sacro viene meno come d’altra parte tutto quello che concerne la nostra modernità, il che vuol dire che questo ‘tutto’ scade inevitabilmente nella maledizione e nelle superstizioni.
Vlad Ţepeş non ha avuto la stessa fortuna dell’altro popolare cugino, il Principe Stefan cel Mare (Stefano il Grande), “Grande e Santo”, visto come un “eroe solare” che nel giorno fatidico si sarebbe reincarnato per condurre l’ultima sanguinosa battaglia vincitrice. Stefan perciò diventò nei secoli l’archetipo dei romeni, il “Rex absconditus”.
Questa condizione di non-morto non la si ritrova nella leggenda che circonda Vlad Ţepeş, però quest’ultimo ricomparirà in questo stato tra morte e vita nella versione demoniaca con il romanzo di Stoker.
Il romanziere irlandese di distorsioni ne iniettò molte altre all’interno del suo capolavoro. Simboli, significati e figure mitologiche della Tradizione rumena vennero piegate e inserite in un mondo prettamente orrorifico: i vampiri, ad esempio, sono la trasposizione degli strigoii, stregoni vivi o morti che fossero. Nella cultura romena i defunti, in alcuni momenti dell’anno, tornerebbero tra coloro che vivono, specialmente a cavallo del periodo pasquale, quando le persone, secondo costume, sulle finestre delle loro case strofinavano sedano o aglio per tenere lontano gli spiriti cattivi ma questa ‘convivenza’ temporanea non aveva nulla di abominevole, come invece sin troppo facilmente si potrebbe pensare.
La stessa cripta di Dracula è un luogo di morte eterna, di fatto però le cavità naturali o artificiali in tutte le mitologie sono un luogo di attesa per una rinascita, un posto per la cura del proprio spirito in vista di una resurrezione simbolica.
Egualmente il discorso vale per il sangue. Nel “Dracula” il sangue diventa il tramite della perpetuazione della morte e del diabolico, è ciò che nutre il vampiro, al contrario, da che mondo e mondo, il sangue è segno di vitalità, forza, risorgimento, come appunto nel caso di Stefan il Grande, che ritornerà e ne spargerà a danno dei nemici per affossare il vecchio mondo deviato e per rifondarne un altro.
Stessa sorte subiscono gli animali: il lupo diventa un essere esclusivamente malvagio eppure, in particolar modo nelle civiltà nordiche, incarnava le divinità solari, ugualmente nella antica Grecia il lupo compare con questo significato; si pensi che la parola Lykos (lupo) deriva da Lyke, termine con il quale si identificava la prima luce del mattino.
La parola Dacia - ossia l’antica Romania - sembrerebbe derivare da ‘dhau’ – ‘daos’ che in Frigia appunto significava lupo. I Daci poi si consideravano dei lupi in alcuni momenti, l’identificazione con l’animale aveva un significato ritualistico, mistico, estatico, non è da escludere con certezza l’esistenza di congregazioni di guerrieri che, secondo le credenze popolari, vivendo isolati si comportavano come delle belve in Natura; un lupo con corpo di drago avevano nelle loro insegne.
Poi nel calendario romeno erano dedicati una trentina di giorni al lupo, che era considerato un perfetto difensore dagli attacchi dei diavoli. In alcune zone del Paese inoltre si dava il primo latte al figlio con una ‘bocca di lupo’, una specie borraccia costruita con una mascella di lupo.
Gli appellativi Ursu e Lupu venivano dati ai bambini che non erano in salute e che per questo motivo, dopo il battesimo cristiano, venivano di nuovo battezzati secondo i riti tradizionali e pagani di un tempo. Solo con l’Inquisizione il lupo diventò una espressione del Male.
Marinescu affonda il colpo anche sull’erotismo del “Dracula” di Stoker, in parte discutibilmente poiché il suo punto di vista è prettamente cristiano, in ogni caso l’erotizzazione della trama e dei personaggi in particolar modo femminili, con relative confusioni di genere si direbbe oggi, rimane un dato di fatto che contribuisce a questo generale disordine mentale e sociale.
La strega stessa, nei romanzi dell’Ottocento, acquisisce connotati prettamente maligni ma nella tradizione romena la questione è molto più complessa e soprattutto meno categorica. Dalla dea romana Diana deriva la parola zână (maga), le “zâne assumono diversi nomi, tra i quali sânziene, drăgoaice, rusalii. Talvolta, però, non hanno nessun nome. Sono semplicemente iele, cioè ‘esse’. ‘loro’, quelle di cui non si può pronunciare il nome” ma appunto vengono chiamate pure le “sante”, le “misericordiose”, le “diligenti”, le “buone” eppure di notte si riuniscono in nove o in un numero multiplo di tre per danzare instancabilmente fino ad uno stato di ipnosi, nei luoghi non frequentati, presso gli incroci e coloro che provano ad interrompere le loro danze contraggono gravi malattie e subiscono maledizioni, perché “quella che è una benedizione per chi conosce la loro natura e comprende la loro danza, diventa una maledizione per lo sconsiderato che osa affrontarle o disturbarne la danza”. In effetti nella Romania reale esiste una “danza sulle tombe” chiamata “Lioara”, eseguita da giovani ragazze all’interno dei cimiteri nei giorni pasquali per fissare “l’equilibrio tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti”.
Anche il colore nero ha significati ben diversi da quello associabile alle tenebre, al Male e così via. “Il nero, dice Vasile Lovinescu, è un colore che ha sempre avuto uno stretto rapporto con la Dacia. La storia ci dice che Daci discendevano da Pelasgo, ovvero che erano nati nella ‘Nera Terra”. Il mare dacico era ed è ancor oggi il Mar Nero. I Valacchi sono stati chiamati “Valacchi Neri’ e il loro paese ‘Valacchia Nera’. In Dacia, il nero era il colore di Saturno, del Vecchio Crăciun, il dio dacico per eccellenza. Presso i Daci, la funzione suprema era rappresentata da Negru-Voda (letteralmente: Principe Nero), che fondò il principato valacco. Lungi dall’essere un personaggio storico determinato, Negru-Voda impersonava tra i Daci la funzione suprema, simultaneamente sacerdotale e regale. D’altronde la parola ‘Valacco’ significa ‘Terra Nera’ o ‘Terra dei Neri’. I principi fondatori degli Stato romeni arrivarono tutti dalla Transilvania, centro dacico ab immemorabili, ed erano o ‘giunti da una provincia nera’ o ‘neri’ loro stessi”.
È difficile infine sostenere la 'buona fede' dell’autore perché Stoker con buona probabilità conosceva le leggende romene e le tradizioni del Paese, seppur superficialmente ma le conosceva, intanto perché la Romania aveva degli alti rappresentanti della società Teosofica e quindi perché Stoker era un associato del circolo magico “Golden Dawn” di Aleister Crowley e poi il personaggio principale del suo libro, l'avvocato Jonathan Harker, sembra in effetti parlare di colui che lo ha inventato quando dice:“Ho letto che tutte le superstizioni del mondo si trovano raccolte entro l'arco dei Carpazi, come se tutti i vortici dell'immaginazione avessero avuto qui il loro epicentro”.
In definitiva quel che Marinescu ci vuole ricordare è che tutto quello che concerne il mito, il sacro, i costumi tradizionali è stato portato nell’epoca contemporanea alla esteriorizzazione e al contempo allo stravolgimento dei significati originali. Potrebbe sembrare eccessiva questa tesi, ma l’uomo moderno è in sostanza il frutto di queste secolari deviazioni, aggiustamenti e in taluni casi patologie.
Concludo con una curiosità, con il giudizio sferzante di un maestro dell'orrore cosmico. H. P. Lovecraft si espresse in questo modo sul conto di Stoker e delle sue opere: “Stoker era uno scrittore piuttosto inetto quando non era aiutato dai revisori, e il suo 'La Tana del Verme Bianco' è così brutto che molti hanno ritenuto che fosse una parodia. Conosco un'anziana signora che ha quasi avuto il compito di revisionare 'Dracula', nei primi anni del 1890 – ha avuto per le mani il manoscritto originale, e dice che era un casino spaventoso. Alla fine qualcun altro (poiché Stoker pensava che il prezzo che lei chiedeva per il lavoro fosse troppo alto) lo sistemò dandogli la forma narrativa che ora possiede”.
