(Prima parte)
MUSICA PER LUPI - IL RACCONTO DEL PIÙ TERRIBILE ATTO CARCERARIO NELLA ROMANIA DEL DOPOGUERRA
In Romania, tra il 1949 e il 1952, accadde qualcosa di particolarmente orribile. Ci fu un esperimento, un abominevole esperimento nel carcere di Piteşti.
Eugen Ţurcanu (1925-1954) aveva fatto parte della Câmpulung Frǎţia de Cruce, una delle tante Confraternite della Croce, le organizzazioni giovanili legate alla Guardia di Ferro, e aveva sposato la figlia di uno dei responsabili del movimento politico di C. Z. Codreanu.
Così nella prigione di Piteşti, dove era stato appena trasferito, Ţurcanu propose il suo piano direttamente al capo della Securitate, il Generale Alexandru Nikolski, il quale delegò a sua volta il Colonnello Zeller per la messa in pratica di questo progetto infernale. Ţurcanu diventò subito un informatore al servizio della polizia segreta, in realtà diventò molto altro, una sorta di educatore per rieducare i prigionieri e trasformarli in nuove mostruose entità al servizio del regime.
I bersagli umani erano coloro che avevano dimostrato di essere molto religiosi, di esser stati dei Legionari, dei nazionalisti, dei monarchici, di esser appartenuti al partito liberale, al Partito Nazionale Contadino, bastava essere un comunista eretico ma era sufficiente essere un soggetto ritenuto nemico del nuovo governo o una persona alla quale era stato appiccicato un pericoloso sospetto.
Cori Mindrut ad esempio era un giornalista socialdemocratico, il che era sufficiente per essere preso d’occhio e ricevere certe rischiose attenzioni.
La “rieducazione” del prigioniero aveva il fine ultimo di creare un “uomo nuovo”, un uomo svuotato dal suo passato, reciso alle sue più profonde radici, rigenerato a piacimento secondo le volontà dei suoi educatori, affinché diventasse perfettamente fedele e fosse reso docile davanti alle linee politiche vigenti. La “rieducazione” perciò si sviluppava in differenti fasi.
Le torture erano molteplici e terribili. A riguardo si riporta di seguito un estratto de “L’esperimento carcerario di Piteşti: quando si voleva rieducare anche l’anima” (in https://win.storiain.net):
“Il catalogo delle torture e dei supplizi prevedeva tecniche sia classiche sia fantasiose: lesioni con corpi contundenti, marchiature e bruciature sul corpo, perforazione delle piante dei piedi per mezzo di aghi, privazione del sonno o costrizione a dormire in posizioni fisse (ad esempio immobili con le braccia rigidamente incrociate sul petto), mancanza della luce per lunghi periodi o esposizione prolungata a luce intensa, divieto di parlare, sospensioni dal soffitto per ascelle con pesi sulle spalle, schiacciamento sotto il peso di altri corpi, strappo dei capelli alla radice, rottura delle dita di mani e piedi, obbligo di inghiottire sale senza poter bere, tortura con il metodo della goccia cinese (metodo di tortura che consiste nell'immobilizzare il malcapitato e fargli cadere sulla fronte, sempre nello stesso punto, una goccia d'acqua ad intervalli regolari, che alla lunga portano alla follia e a serie lesioni al cranio), obbligo a mangiare direttamente dalle gavette cibo bollente, costrizione ad urinare nelle bocche dei compagni, immersioni prolungate della testa in secchi colmi di urina e feci, costretti a mettersi nudi e a carponi in cerchio per baciare il sedere di chi stava avanti, coprofagia forzata, atti sessuali contro natura.
Tra le parodie sacrileghe c'erano processioni completamente nudi con in testa un detenuto vestito con abiti sacerdotali e con in mano un fallo di sapone che rappresentava la croce che tutti erano costretti a baciare.
In Romania, tra il 1949 e il 1952, accadde qualcosa di particolarmente orribile. Ci fu un esperimento, un abominevole esperimento nel carcere di Piteşti.
Erano gli anni del regime comunista, prima nella lunga stagione di Nicolae Ceauşescu.
Eugen Ţurcanu (1925-1954) aveva fatto parte della Câmpulung Frǎţia de Cruce, una delle tante Confraternite della Croce, le organizzazioni giovanili legate alla Guardia di Ferro, e aveva sposato la figlia di uno dei responsabili del movimento politico di C. Z. Codreanu.
Entrò poi della Tineretul Naţional Liberal Creștin, il gruppo di giovanile del Partito Nazionale Liberale, ma nel frattempo nel suo Paese era calata la dittatura comunista, cosicché fu tratto in arresto e condannato a 7 anni proprio per i suoi trascorsi politici.
Nella prigione di Suceava, Ţurcanu assieme ad altri carcerati, alcuni dei quali erano stati Legionari, afflitti dalla reclusione, scesero a patti con il nuovo potere.
Proprio in quel luogo, grazie specialmente all’iniziativa di A. Bogdanovici, sorse la Cu Covingeri Comuniste di Organizatia Detinutilor (“Organizzazione di detenuti di convinzioni comuniste”).
Così nella prigione di Piteşti, dove era stato appena trasferito, Ţurcanu propose il suo piano direttamente al capo della Securitate, il Generale Alexandru Nikolski, il quale delegò a sua volta il Colonnello Zeller per la messa in pratica di questo progetto infernale. Ţurcanu diventò subito un informatore al servizio della polizia segreta, in realtà diventò molto altro, una sorta di educatore per rieducare i prigionieri e trasformarli in nuove mostruose entità al servizio del regime.
I bersagli umani erano coloro che avevano dimostrato di essere molto religiosi, di esser stati dei Legionari, dei nazionalisti, dei monarchici, di esser appartenuti al partito liberale, al Partito Nazionale Contadino, bastava essere un comunista eretico ma era sufficiente essere un soggetto ritenuto nemico del nuovo governo o una persona alla quale era stato appiccicato un pericoloso sospetto.
Cori Mindrut ad esempio era un giornalista socialdemocratico, il che era sufficiente per essere preso d’occhio e ricevere certe rischiose attenzioni.
Sobillatori, terroristi, insomma “nemici del popolo” erano queste le accuse più tipiche rivolte ai detenuti, ma ve ne era un’altra molto diffusa, quella di aver smerciato o trattenuto armi illegalmente, questo perché diversi fucili, pistole e altro, con la ritirata dei tedeschi nel 1944, erano stati conservati dai cittadini romeni, soprattutto dai contadini per i più disparati motivi, soprattutto con la speranza che quei pezzi avrebbe potuto avere un certo valore nell’immediato futuro.
La “rieducazione” del prigioniero aveva il fine ultimo di creare un “uomo nuovo”, un uomo svuotato dal suo passato, reciso alle sue più profonde radici, rigenerato a piacimento secondo le volontà dei suoi educatori, affinché diventasse perfettamente fedele e fosse reso docile davanti alle linee politiche vigenti. La “rieducazione” perciò si sviluppava in differenti fasi.
Nella prima il carcerato raccontava tutto, e molto di più di tutto perché veniva costretto a “confessioni” estorte con le violenze; faceva opera di delazione, denunciando amici, familiari, conoscenti anche completamente innocenti, del resto le torture spesso non potevano non condurre a questo perverso meccanismo. Si doveva rinnegare il proprio passato politico e religioso.
In sostanza, nella prima fase dello “smascheramento” il detenuto doveva giurare fedeltà al partito comunista;
nella seconda si svelavano i vari comportamenti compromettenti degli altri prigionieri, cioè di coloro che in un modo o nell’altro aiutavano anche con semplici parole di conforto i compagni di sventura, generando perciò una delazione generalizzata che portò risultati importanti ai fini del controllo asfissiante del nuovo stato di polizia politica instauratasi;
nella terza fase si profanava tutto quel che alla persona poteva esser sacro: la famiglia, costringendo il carcerato a denunciare amici e parenti, e la religione facendo proferire e commettere azioni sacrileghe allo sventurato;
nell’ultima fase il soggetto veniva costretto a “rieducare” un amico, un parente, la persona da lui denunciata, tramite minacce, violenze fisiche e psicologiche di ogni tipo.
Le torture erano molteplici e terribili. A riguardo si riporta di seguito un estratto de “L’esperimento carcerario di Piteşti: quando si voleva rieducare anche l’anima” (in https://win.storiain.net):
“Il catalogo delle torture e dei supplizi prevedeva tecniche sia classiche sia fantasiose: lesioni con corpi contundenti, marchiature e bruciature sul corpo, perforazione delle piante dei piedi per mezzo di aghi, privazione del sonno o costrizione a dormire in posizioni fisse (ad esempio immobili con le braccia rigidamente incrociate sul petto), mancanza della luce per lunghi periodi o esposizione prolungata a luce intensa, divieto di parlare, sospensioni dal soffitto per ascelle con pesi sulle spalle, schiacciamento sotto il peso di altri corpi, strappo dei capelli alla radice, rottura delle dita di mani e piedi, obbligo di inghiottire sale senza poter bere, tortura con il metodo della goccia cinese (metodo di tortura che consiste nell'immobilizzare il malcapitato e fargli cadere sulla fronte, sempre nello stesso punto, una goccia d'acqua ad intervalli regolari, che alla lunga portano alla follia e a serie lesioni al cranio), obbligo a mangiare direttamente dalle gavette cibo bollente, costrizione ad urinare nelle bocche dei compagni, immersioni prolungate della testa in secchi colmi di urina e feci, costretti a mettersi nudi e a carponi in cerchio per baciare il sedere di chi stava avanti, coprofagia forzata, atti sessuali contro natura.
La lunga lista degli orrori prevedeva anche atti sacrileghi, specie quando si avvicinavano le feste della religione cristiana.
Così si doveva partecipare a processioni e messe blasfeme, o a parodie sessuali della vita del Cristo: alla fantasia perversa degli aguzzini non c'erano limiti.
Tra le parodie sacrileghe c'erano processioni completamente nudi con in testa un detenuto vestito con abiti sacerdotali e con in mano un fallo di sapone che rappresentava la croce che tutti erano costretti a baciare.
I partecipanti erano costretti a cantare canti religiosi con i testi cambiati e con delle parole offensive contro Gesù e la Madonna.
Oppure scenette che riprendevano il tema del Natale: dopo aver assegnato un ruolo ad ogni detenuto (Giuseppe, Maria, l'asinello e così via), si passava alla rappresentazione con l'asino che palpava Maria Maddalena, ‘Giuseppe’ sodomizzava l'asino che stava con la testa poggiata nelle braccia della ‘puttana Maria’ che a sua volta era sodomizzata da ‘Gesù’.
Oppure ancora, si obbligava un detenuto a sedersi sul water in presenza di tutti e dopo aver defecato tutti dovevano farsi il segno della croce perché, si diceva, era appena nato Gesù.
C'erano anche lezioni teoriche, dove si diceva che il Cristo era un impostore, che non era figlio di Giuseppe e, quindi, era un bastardo, che Maria Maddalena era l'amante di Gesù, che Giuseppe era stato incornato da Maria.
A proposito del Cristo, Ţurcanu amava ripetere durante le sedute di rieducazione: ‘Se mi fossi occupato di Gesù, lui non sarebbe mai diventato Cristo’.
Spesso si ricorreva anche alla simulazione del battesimo: i detenuti dovevano immergere la testa in una tinozza piena d'urina e di materia fecale, mentre gli altri detenuti attorno salmodiavano la formula del battesimo.
Molti dei detenuti che avevano subito sistematicamente questa tortura, acquistarono un automatismo che durò circa due mesi: tutte le mattine alla sola presenza degli educatori immergevano da soli la testa nella tinozza.
Ovviamente tutto questo aveva un impatto devastante sui giovani detenuti, specie per gli studenti di teologia”.
Dario Fertilio ne ricorda anche altre di violenze, ad esempio la “rotativa”, cioè quando “il prigioniero vien fatto piegare all’indietro, con pugni legati alle caviglie e un bastone infilato nell’incavo delle ginocchia; una serie di colpi bene assestati permette di realizzare la rotazione spontanea del corpo”;
Ovviamente tutto questo aveva un impatto devastante sui giovani detenuti, specie per gli studenti di teologia”.
Dario Fertilio ne ricorda anche altre di violenze, ad esempio la “rotativa”, cioè quando “il prigioniero vien fatto piegare all’indietro, con pugni legati alle caviglie e un bastone infilato nell’incavo delle ginocchia; una serie di colpi bene assestati permette di realizzare la rotazione spontanea del corpo”;
la pulizia del samot, ossia lo sfregamento con stracci asciutti per intere giornate sul pavimento gommoso del carcere;
il “rodeo”, che “consiste nel far strisciare un detenuto sotto il giaciglio, ordinandogli di rialzarsi di colpo e rovesciare tutto; quindi, a colpi di randello, lo si costringe a rifare ogni cosa identica al millimetro, pena ricominciare da capo”;
il “guanto di ferro” ovvero una “corsa fra due ali di rieducatori armati di aste e bastoni che colpiscono con durezza; si deve avanzare lentamente, senza ripararsi”;
“l’aeroplano” quando un soggetto, costretto a salire “sulle spalle di un compagno” si doveva lanciare a terra “ma la regola prescrive che ci si abbatta con la pancia sul pavimento e le braccia aperte”, in caso contrario la prova la si ripeteva fintanto che non veniva eseguita perfettamente o secondo i gusti di coloro che costringevano gli altri a portarla a termine;
con la “serpentiera” la persona era costretta a strisciare per terra, il punto è che queste violenze diventavano particolarmente brutali perché venivano ripetute e ripetute fino allo sfinimento della persona che doveva patirle.
E poi ancora: colpi alla testa e alle articolazioni, frustate, le teste venivano fracassate anche contro i muri, la rottura delle costole era anch’essa un qualcosa di ordinario tra quelle mura, usando un qualsiasi oggetto contundente a portata di mano.
(Domani la seconda parte)
(Domani la seconda parte)
