martedì 16 dicembre 2025

A PIEDE LIBRO n. 68 - Putin contro Putin - Aleksandr Dugin - Prima parte

A PIEDE LIBRO n. 68
Intima ed irregolare rubrica Libraria - Anno III

PUTIN CONTRO PUTIN 

DUGIN CONTRO PUTIN, DUGIN CON PUTIN (prima parte)

“questo libro contiene riflessioni sulla Russia, il suo governo, la sua politica e i suoi problemi durante gli ultimi 13 anni”.

Benché scritto nel 2012 e pubblicato in Italia nel 2018, questo voluminoso e talvolta ripetitivo testo  ci dice molto sugli eventi attuali, proprio perché certe problematiche di politica internazionale ce le siamo trascinate dietro per troppi anni.

Avevo già affrontato in parte questo argomento nei nn. 53 e 54 di questa rubrica, ci ritorno su, perché di materiale in queste pagine ce ne sta tanto ed è tutto molto interessante.

Come si sa, Dugin è passato dal Tradizionalismo, alla Rivoluzione Conservatrice, dalla Terza Via all’Eurasiatismo, sostenendo comunque e sempre “il popolo sopra ogni cosa”. 

Evola, Arthur Moeller van den Bruck, Jünger, Carl Schmitt, Niekisch, Halford Mackinder, Martin Heidegger ecc. sono i suoi riferimenti culturali, come lo è il Cristianesimo ortodosso - preferibilmente quello precedente alla riforma del XVII secolo, poiché “Vecchio Credente” - che non è solo una religione ma è una “dottrina” e una “teologia politica” e che nel passato aveva generato delle élite solide e di alto livello, scardinate prima dallo scisma e dopo dal comunismo che a sua volta si è rivelato una antitesi pratica al popolo. 

Dugin, bene o male, è un ottimo interprete della realtà russa e rilascia da sempre giudizi sugli avvenimenti che scatenano forti reazioni e lo si vede oggi più che mai.

LE PRESIDENZE DI PUTIN

Era il 1999. Putin cercò subito di rimediare al disfacimento della propria nazione in sbandamento da quel 1991, quando l’Unione Sovietica era rovinosamente caduta. 

L’invasione del Daghestan servì a stabilizzare l’intera area che era stata messa a soqquadro dagli islamici integralisti Wahhabiti, i quali avevano colpito con una serie di attentati a Mosca già all’epoca di Eltsin e successivamente nel 2001 al teatro Dubrovka, un attacco che si concluse con l’intervento delle forse speciali russe e una terrificante strage di attentatori e ostaggi.

Quindi la messa in sicurezza del Caucaso, la stroncatura di alcune velleità separatiste, la nascita di un blocco economico tra alcuni paesi asiatici dell’Ex URSS, l’EurAsEc e il Ces (uno spazio economico comune, che includeva anche l’Ucraina), Putin stava inizialmente muovendo i primi incerti passi verso un mondo multipolare ma gli americani si erano trovati la strada spianata, si incunearono in Russia grazie a una classe politica aperta agli affari e agli intrighi provenienti dall’Occidente e alle ONG, che avevano importato nel Paese una serie di principi appartenenti al modello demo-liberale e che portavano avanti politiche che spesso venivano mascherate dalla solidarietà.

L’allontanamento di alcuni oligarchi e il maggior controllo di altri però preannunciava una svolta anche in questo campo, anche se il suo operato fu completato a metà. Putin era subentrato a Eltsin, inizialmente seguendo l’impronta liberal-occidentale del suo predecessore ma poi passò mano a mano sempre più ad un patriottismo che era venuto meno dal 1991. 

Per la precisione la formula che nel primo mandato adottò fu quella di liberalismo+nazionalismo in contrapposizione alle forze  nazionaliste e cosiddette rossobrune, ossia nazionaliste-comuniste, e a quelle più apertamente liberal-occidentali. 

Dal popolo fu visto come l’uomo giusto al momento giusto, l’Uomo del Destino, se non altro perché aveva finalmente frenato la corsa della decadenza in atto nel Paese, ecco a cosa è dovuto tuttora il suo ampio consenso, ampliatosi pure per la naturale resistenza al liberalismo della gente.  

Nei primi due mandati Putin in sostanza chiuse con l’esperienza della de-politicizzazione eltsiniana in favore delle oligarchie, rimettendo ordine nello Stato, ricompattando il Paese a rischio di frazionamenti, iniziando ad inimicarsi gli amici-nemici stranieri dei tempi antecedenti al suo governo.

Per quanto gli fu possibile pose un limite alla degenerazione delle informazioni e dei media, anche qui defenestrando alcuni proprietari di tv e giornali che gli remavano contro, il punto debole però consisteva nel non essere riuscito a fare piazza pulita in certi ambienti, di non essere stato in grado di portare a termine alcune scelte, di non avere le idee chiare in altri ambiti di politica estera, di non essersi circondato di collaboratori professionali e politicamente preparati, di non aver avviato la formazione di una élite. 

Sono un po’ queste le accuse mosse alla sua presidenza da parte di Dugin, il quale inoltre ha scritto: “Putin si è concesso lo strano lusso di obbedire alla Costituzione adottata illegalmente negli anni ‘90 […] io non potrò mai comprendere questo gesto”.

Oggi forse possiamo dire che sul successore di Putin - Medvedev - Dugin aveva completamente sbagliato opinione, intanto perché Medvedev era chiaramente stato piazzato da Putin al suo posto e poi perché Medvedev da sempre era, ed ora ancor di più a conflitto in corso, uno dei più fedeli di Putin. 

Va ammesso tuttavia che tra il 2008 e il 2012 Putin tentò una nuova apertura apparentemente liberale verso l’Occidente, periodo in cui il separatismo  e la disunione nello Stato si fecero più forti, e periodo in cui gli occidentali credettero, sbagliando, di poter manovrare il nuovo Presidente che in realtà era manovrato dal suo predecessore.

Il ritorno di Putin, una volta terminato il mandato Medvedev, per Dugin, rappresentava la sua ultima chance, una possibilità che ora sembra realizzarsi con il conflitto in Ucraina, scoppiato il 24 febbraio scorso, ufficialmente approvato dal filosofo russo.     

DUGIN CON E CONTRO PUTIN

Per Dugin, pur sostenendolo palesemente, Putin è una figura politica incagliata in una zona grigia, anzi nel testo fa a riguardo una affermazione molto inquietante quando, rifacendosi a due padri della Chiesa ortodossa, afferma che “si può dire ‘no’ al potere maligno, fino al regicidio, se uno Zar rinnega la sua fede e recide il sacro legame”.  

Quello del capo del Cremlino è un “conservatorismo di destra”, in bilico tra il rilancio della Russia e il “miraggio”; una delle colpe che Dugin attribuisce a Putin è quella di non aver elaborato una “strategia nazionale”, errore che avrebbe fatto moltiplicare la corruzione, accentuando i conflitti interni alle oligarchie a sfavore del Paese. 

Dugin va ben oltre quando dice che “Putin ha fallito nel risolvere i più importanti problemi geopolitici a favore della Russia”, mentre il fallimento in politica estera era stato altrettanto evidente: in Europa l’atlantismo aveva avuto la meglio, anche grazie alle bombe sulla ex Jugoslavia, in Siria, in Libia e in Iran, in Georgia e in Ucraina le cose non procedevano come avrebbero dovuto, insomma le problematiche geopolitiche non solo non erano state risolte ma si erano aggravate. 

Per questi motivi il popolo russo continua a pensare ad una grande Russia e ad avere nostalgia di Stalin, visto che il vuoto ideologico ha creato un grave spaesamento tra le persone; si è lontani da una “nazione russa borghese basata sul nazionalismo russo” anche se poi Dugin, come è noto, dà una definizione negativa, quanto molto criticabile, del termine nazionalismo in senso stretto: “L’idea di nazione è inestricabilmente legata al capitalismo, all’industrializzazione e al rifiuto della mentalità collettiva tradizionale”, questo vuol dire secondo lui che una modernizzazione corretta dovrebbe passare (addirittura!) dal “nazionalismo, lo stalinismo e l’autoritarismo”. 

La formula patriottismo + liberalismo non funziona più, quel che ci vorrebbe è una rivoluzione conservatrice “Ma Putin lo capisce?”, c’è bisogno di una Terza posizione che in profondità muti la società e la mentalità, una rivoluzione condotta da una rivolta di Popolo, perché è “sbagliato e irresponsabile, in una simile situazione critica, lasciare il futuro del paese nelle mani di un solo uomo”, Putin o chicchessia; questa “Forse è l’ultima battaglia” prima del crollo totale quando invece le politiche del capo del Cremlino continuano ad essere contraddittorie e costituite da palliativi. 

Putin è un “realista” con tutti i pregi e i difetti che può avere un pragmatico del suo tenore, e quello del realismo è un campo dove spadroneggia la “intuizione e l’agilità nell’adattarsi […] e questo non ha nulla a che fare con l’Idea Nazionale”, ma c’è bisogno di altro, i tempi son mutati, e Putin, nonostante tutto, potrebbe impersonare quel “cesarismo” necessario per una rivoluzione dei nuovi tempi, solo che deve prendere decisioni radicalmente diverse. 

LA RIVOLUZIONE EURASIATICA

“La Russia è il centro, chi controlla il centro, controlla il mondo” (Halford Mackinder)
e secondo Dugin, nel 2012, la “battaglia per la Russia è ora all’apice”, figuriamoci oggi allora.  
L’immagine del pensatore che da all’Eurasiatismo è una commistione tra il patriottismo, la reintroduzione dell’Uomo Nuovo del secolo scorso, il cristianesimo ortodosso, strizzando l’occhio al nazionalbolscevismo che in passato aveva dimostrato di carpire in parte alcune finalità eurasiatiche: “il nuovo ordine eurasiatico – il KGB continentale, solare, trascendentale – affermerà i valori positivi dell’Eurasia. Ho pensato al tempo stesso che questo ordine potesse includere una nuova stirpe di giovani spietati verso i nemici, ironici, con un barlume rosso negli occhi e ali di drago dietro la schiena, con binocoli e bastoni, anelli col veleno e bombe a orologeria. La mia immaginazione ha dipinto la visione di un’alba dorata, un’alba pronta a marciare. Sono giunto alla conclusione che indirizzare il Paese verso un sentimento patriottico, preservare la sua integrità territoriale e svilupparla indipendentemente seguendo il suo cammina nazionale necessitasse di persone di un nuovo tipo, di un nuovo strato sociale. Gente così, pensavo, non sarebbe emersa dai partiti politici, dalla burocrazia o dal settore degli affari, ma dai servizi segreti. Ho pensato che potessero essere funzionari di Stato che hanno costantemente a che fare con il lato oscuro e segreto delle cose e che sarebbero diventati la base della rinascita dell’Eurasia” anche se poi puntualizza che “un nuovo impero sovrano”, “Non sarà sovietico, perché questa ideologia è morta”.

Tuttavia i servizi segreti, dopo il 1991, avevano avuto un tracollo nella forma e nella sostanza, scadendo nell’inedia politica e assecondando i travolgenti mutamenti di quegli anni. 

Attualmente però il consolidamento dell’Eurasiatismo pone delle condizioni oggettive perché si fonda sulla comunità e non sui capricci dell’individuo, esso è la risultante della volontà di popolo e non di altre organizzazioni presenti o del passato.

L’idea eurasiatica nasce grazie a quei migranti russi in fuga dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Riemerse parzialmente con lo stalinismo ma riprese vita dopo il crollo dell’URSS anche se Eltsin mise a tacere con la forza alcuni movimenti e partiti che portavano avanti alcune istanze eurasiatiche. 

Già nel novembre 2000, Putin aveva detto che “la Russia si è sempre considerata un paese eurasiatico” e ciò ha facilitato che un certo linguaggio e una certa diffusione dei concetti eurasiatici siano andati divulgandosi cogli anni.

Ma cosa è l’Eurasiatismo? L’autore ce lo spiega così: è “la giusta via di mezzo fra globalizzazione e isolazionismo, un ‘globalismo parziale’ o un ‘globalismo del Grande Spazio’.

Questo modello implica la differenziazione di altri ‘Grandi Spazi’: europeo, americano, pacifico, arabo”; è una “base ideologica per condurre una ‘crociata’ contro l’estremismo a varie ideologie terroristiche – islamismo radicale, separatismo nazionale, sciovinismo da superpotenza e radicalismo sociale (di sinistra)”, quando per sciovinismo si intenderebbe il livellamento dei popoli e delle multi-culture.  

Inoltre l’Eurasiatismo è una ideologia perfetta per la Russia sia perché “si conforma anche allo spirito polietnico e multi-religioso della Russia”, sia per reintegrare “lo spazio post-sovietico”, perché conduce a un mondo più equilibrato, “multipolare”, in un Sistema dove per necessità la vera sovranità può essere posseduta solo “da una aggregazione, una coalizione di stati”.
Istituire l’Unione Eurasiatica “significa respingere l’egemonia americana […] gli USA resteranno una superpotenza, ma solo dal punto di vista regionale e non internazionale. Nessuno a Washington sembra esser preparato a questo scenario. Il risultato sarebbe un conflitto tangente fra atlantismo e eurasiatismo (che di fatto non è mai terminato), una più grande guerra fra continenti”. 

Le parole sono nette, inequivocabili, quanto perfino preoccupanti, in pieno stile dughiniano.
Dialogo e collaborazione però l’Eurasia chiede sia all’Europa che alla Cina, vuoi per una predisposizione geopolitica vuoi perché la Russia ha necessità di accedere a tecnologie e tecniche dai ‘Grandi Spazi’ confinanti e non dai lontani Stati Uniti. Insomma ci sta il rifiuto alla rassegnazione al modernismo, alla globalizzazione, allo schiacciamento delle identità e delle sovranità, ad un mondo unipolare prima che sia troppo tardi.      
 
Dugin al progetto eurasiatico ci lavora da una vita però non nasconde affatto che la sua realizzazione sia piuttosto difficile, anzi ha affermato che in “termini puramente tecnici, il progetto con buona probabilità fallirà a causa delle troppe obiezioni e dei troppi oppositori”. Bisognerebbe iniziare dalla costituzione di una élite e se le l’élite sono il fulcro di ogni civiltà è pur vero che esse si dimostrano tali solo se nascono “attraverso guerre e rivoluzioni”, il “tempo di pace è il periodo dei leader mediocri”, quindi “carriera o rivoluzione”. Infine il nuovo gruppo scelto non può non avere un forte legame con le radici del sacro altrimenti elitario in profondità non lo sarà.   

Putin non ha il giusto “temperamento” per l’eurasiatismo, benché non si possa dire che non si sia occupato di “Eurasia materiale”, pur procedendo a piccoli passi, ha avuto in mente una Unione Eurasiatica per il libero mercato ma la cosa poi negli anni si è sviluppata in modo molto parziale. 

È necessario quindi curasi dell’Eurasia pure in senso spirituale ed ora sarebbe il momento della svolta eurasiatica perché  “l’Europa sta crollando” e perché “Oggi lo stesso Occidente capisce di non essere più in grado di spingere la globalizzazione e di assimilare tutte le culture”.

È indispensabile perciò la presa di coscienza della missione e la pianificazione del progetto, tenendo in conto che “Non si potrà essere gentili con nessuno. È impossibile intraprendere questo tipo di progetto in modo da soddisfare tutte le nazioni del mondo”.

Pertanto l’Eurasiatismo non potrà emergere da solo, è necessario uno “sforzo metafisico”, è indispensabile rifarsi al concetto orientale riproposto da Evola del ‘cavalcare la tigre’, è essenziale una “Alleanza Rivoluzionaria Globale”.