CILE E PATAGONIA
Aveva girato già mezzo mondo e a fine anni Venti, prima di ricevere la missione di stabilizzarsi in Argentina per organizzare una propaganda fascista contro un antifascismo che si era ben radicato, si trovava in Cile, il Paese più stretto e lungo del mondo, con i suoi più diversi climi e i tanti favolosi panorami.
Sulla nave ‘Virgilio’, che aveva un equipaggiamento italiano, iniziò la sua esplorazione. Il mare lo conosceva molto bene, per punizione a 15 anni il padre lo aveva imbarcato facendogli fare il mozzo.
Pur avendo vissuto lontano dalla sua nazione sapeva perciò che l’“avvenire dell’Italia è sul mare”.
Superata Valparaiso, fondata da un italiano, luogo frustato dai venti oceanici, scosso dai tremori sismici, attanagliato dalle correnti marine e circondato da alti monti, il suo girovagare si indirizzò nel Cile settentrionale, dove vide un territorio ricco di giacimenti quanto arido, visto che era occupato da un grande deserto poco noto e dove vi vivevano migliaia e migliaia di persone che lavoravano il salnitro.
A nord vi erano anche delle terre ferrose e con dei preziosissimi filoni d’oro, sui quali avevano messo le mani alcune compagnie nord-americane.
Insomma il Cile era un Paese con molte ricchezze, ma il sistema capitalistico lo aveva messo in condizione di indebitarsi anche pesantemente, costringendolo a subire quel capitale estero che controllava parte di queste risorse, soprattutto quelle inerenti ai giacimenti minerari.
Da quelle parti vi vivevano circa 22.000 italiani circa, soprattutto liguri e meridionali. Un numero abbastanza esiguo, perché l’emigrazione italiana di fine Ottocento-primi anni del Novecento andò a parare altrove.
Ora molti di loro, da rivenditori di “cianfrusaglie”, erano diventati dei professionisti di valore o dei grandi proprietari terrieri, tutti si erano perfettamente adattati.
Le comunità italiane nel loro piccolo erano ben organizzate e i vari membri dimostravano di avere sia un forte legame con la madrepatria sia col fascismo.
Non si potevano certo dimenticare poi quegli italiani architetti, artisti, ingegneri, viaggiatori che avevano lasciato la loro importante impronta in passato, a riprova del grande spirito di adattamento italico, d’origine “romana”.
Di questi 22.000, diecimila erano proprio italiani, dodicimila erano figli di italiani, trentamila erano poi i nipoti o i pronipoti.
Le piccole comunità sparse accolsero calorosamente Appelius, spesso questa accoglienza ebbe una valenza politica, perché gli italiani sudamericani si ritrovarono a cantare ‘Giovinezza’, ‘Allarmi, siam fascisti’ e la “Canzone del Piave’, mostrandosi orgogliosi delle loro origini e del nuovo corso politico dell’Italia fascista.
Specialmente a Temuco si tenne una conferenza in cui si esaltarono le politiche sociali del Governo Mussolini.
A Santiago i segni dell’italianità erano più visibili che da altre parti, proprio grazie alle diverse opere architettoniche messe in piedi da professionisti italiani, in quella città che era in grande sviluppo, sulla via della modernità, dove si potevano notare le tante bellezze femminili, frutto di fortunati incroci razziali.
In Cile vi erano soltanto 4 milioni di abitanti, però la cultura neo-latina era evidente e poteva essere per Appelius il trampolino di lancio per il miglioramento dei rapporti con l’Italia.
Anche la partecipazione ad un soccorso sulla ferrovia transandina gli diede modo di ricordare tanti di quegli italiani che avevano partecipato a quell’opera compiuta ad altezze che superavano i 3.000 metri, sotto i colpi delle più imprevedibili condizioni meteorologiche, e lo fece riportando pure i loro nomi e cognomi. Quasi tutti, terminati i lavori, se ne erano andati a cercare fortune e lavoro in altre parti del mondo.
A proposito di quella vecchia piaga che riguardava i suoi connazionali fuggiti nei decenni dall’Italia, fece una considerazione:
“l’assoluta superiorità dell’immigrazione istruita e preparata sull’immigrazione caotica e incolta.
Nell’un caso come nell’altro, la madre patria cede un produttore e un consumatore, il che in linea di massima è sempre una perdita.
Nell’un caso come nell’altro la seconda generazione è fatalmente perduta per l’Italia.
Ma nel primo caso l’emigrato è elemento di prestigio italiano in terra straniera, agente d’irradiazione spirituale italiana”, in ogni caso lo spirito d’adattamento più grande lo avevano gli italiani del sud “materiale di primissimo ordine che l’Italia di ieri abbandonava al marciapiede e all’avventura, che l’Italia di oggi educa invece al sentimento del dovere in iscuole (sic!) e case fasciste”.
150.000 erano invece gli indigeni ancor sopravvissuti; Gli autoctoni erano scomparsi quasi del tutto, gli Auracani vivevano in disparte, erano ridotti ad una minoranza così ristretta, così ridotta dal “bianco trionfatore”.
Da rilevare che vi era anche una importante comunità tedesca, legatissima alla Germania, e che aveva costituito degli spazi collettivi e familiari.
Il Cile però non era solo un Paese geograficamente complesso e variegato, era una nazione politicamente instabile, colpi di Stato e colpi di scena avevano rappresentato l’ordinarietà fino al più recente passato.
Tra gli altri politici nazionali si era distinto il socialista Arturo Alessandri, anche lui d’origine italiana, promotore di un profondo rinnovamento dello Stato e di numerose riforme.
Molti i territori sconosciuti ai più, specialmente le altissime montagne puntellate dai numerosi laghi azzurri, luoghi laddove “m’aveva fatto pensare a una figurazione di Dio”.
Appelius ebbe modo di visitare dei siti meravigliosi, sempre da lui descritti superbamente grazie alle sue superlative capacità letterarie. Diverse delle sue pagine sono ovviamente dedicate alle Ande, molte altre, così come in tutti i suoi libri di viaggi, all’eterna lotta dell’uomo contro la stupenda quanto talvolta spietata Natura.
Tanti, tantissimi i luoghi descritti dopo averli visitati, erano i tempi in cui viaggiare significava per davvero vivere e prendersi il carico di tutti i rischi minori e maggiori che una vita poteva assegnarti.
Appelius quindi si può dire che seppe vivere meglio di tanti altri, perché riuscì a cogliere sempre il minimo particolare di ogni cosa, mediante una molteplicità di parole inusuali, esaustive, soffermandosi quando necessario su dettagli di una straordinaria bellezza che potrebbero lasciare indifferenti la maggior parte delle persone.
Le sue son state delle vere e proprie istantanee che si fissavano e si fissano tuttora negli occhi e nella mente di coloro che avranno l’accortezza di leggere le sue instancabili opere.
I passaggi più belli son quelli riguardanti la Patagonia, una terra incredibilmente meravigliosa, resa ancor più fantastica quanto realistica dai colori quasi oltre-umani, inebrianti, che ubriacano il lettore trasformandolo in sognatore della realtà.
Anche tutta la zona della pre-Patagonia, come d’altro canto la Patagonia stessa, ricordava l’Italia, perché tanti scopritori italiani avevano solcato quei mari e circumnavigato gli intrecciati arcipelaghi, composti da una miriade quasi infinita di isole e isolette. E poi i canali di Magellano, lo spettacolo incredibile dei vulcani, i fiordi. Il viaggio proseguiva.
La sosta nella città di Magellano gli fece toccare con mano la consistenza della piccola comunità italiana, composta da circa 200 elementi, tutti patrioti, tutti filo-fascisti.
Pecore e miniere, ma soprattutto gli ovini ormai erano diventati la fonte maggiore di questo agglomerato urbano, il quarto del Cile in quanto a grandezza e numero di abitanti, ma così diverso e lontano dagli altri centri cittadini per tanti aspetti.
Raccontò molto Appelius e perciò nel suo testo non potevano mancare le esplorazioni del portoghese Magellano e di tutti coloro che approdarono a quelle terre così lontane, non senza grandi sforzi e qualche caduto.
Nella sua lunga narrazione non potevano non esserci neppure il pirata inglese Drake, uno dei tanti affari pirateschi della corona inglese, e le isole Falkland reclamate dall’Argentina allora come ora. Un bel pezzo d’Italia da quelle parti fu rappresentato da Francesco Pigafetta, il missionario Mascardi, Alessandro Malaspina ecc. ecc. e loro come tutti gli altri non si potevano tralasciare e farli cadere nell’oblio; Appelius, citandoli, cercò di riportarli in vita e di far riemergere quel che di grande fecero.
La Terra del Fuoco: colma di paesaggi di “beatitudine”, dove la serenità d’animo invadeva le membra del visitatore, ma quelli erano luoghi dove non se ne era andata del tutto la massacrante febbre dell’oro, che aveva visto tra i peggiori speculatori gli ebrei e certi anglo-sassoni senza scrupoli, e dove la pastorizia era la prima grande fonte di profitto, visto il grande commercio con l’Inghilterra in questo settore.
Da queste parti vi si trovavano persone provenienti da tutto il mondo, al contrario gli indios erano andati quasi scomparendo: “Si è verificato nel territorio magellanico lo stesso fenomeno che si produsse negli Stati Uniti coi Pellirosse del Far West. La convivenza essendo impossibile, il più debole era condannato a sparire. È una legge feroce ma inesorabilmente logica. In fondo non è altro che una legge biologica naturale […] L’unico grave appunto che si può muovere ai bianchi è quello di non avere riservato agli indios una vasta zona abitabile nella quale avrebbero potuto continuare a vivere liberamente”.
Pure in questa corsa all’ammazzamento si distinsero gli inglesi, là come in tante altre parti del mondo da loro controllate.
La Domanda che si pone Appelius è quella che si pongono tutti coloro che nella diversità hanno sempre visto un valore aggiunto per l’umanità e che dunque temono l’estinzione della propria comunità: “Chissà quante stirpi e quante famiglie primitive dell’umanità sono scomparse così nel buio dei secoli!?”.
Il canale di Ultima Speranza, quello di Balmaceda, “Parole? Frasi? Aggettivi? Interiezioni? Non trovo nulla che possa fotografare lo spettacolo” e invece al “poeta” Appelius, così si autodefinì, la terminologia perfetta sembrava non mancare mai, quei luoghi da lui delineati, tra i più belli al mondo, acquisiscono in questo modo una vivacità e una limpidezza ineguagliabili. Ghiacciai, nevi, rocce, monti, il giornalista viaggiatore stava attraversando il cuore dei ghiacci eterni dove colori, forme e impressioni non erano più rintracciabili altrove.
Calpestò luoghi appena battuti da qualcun altro, altri sconosciuti ad essere umano, battezzò un ghiacciaio mai visto da nessuno “Grande Ghiacciaio Mussolini”, chissà dove si trovasse con precisione, non risultano essercene tracce, dopodiché ebbe la fortuna di ammirare uno dei ghiacciai più belli, chiamato “Italia”, grazie al “benemerito missionario De Agostini” che così lo aveva chiamato ufficialmente.
Il bello negli occhi, nella mente, nell’anima. Una meraviglia interrotta soltanto da una battuta di caccia alle foche alla quale era stato invitato, da lui descritta a tinte forti, come era solito fare.
Infine a Capo Horn, nell’ultimo lembo di terra battuta, ai margini del mondo, dove elementi, correnti, venti si scontrano con una tale dirompenza e un tale rumore da non poter non sconvolgere un qualsiasi osservatore, anche il più avvezzo.
Lo scrittore chiuse il suo libro con altre pagine molto interessanti, dedicate all’isola di Pasqua, sperduta nell’oceano Pacifico, eppure lo stesso ambita da inglesi, statunitensi e nipponici ma che il Cile teneva gelosamente per sé; un mistero terrestre che la scienza allora come ora non sa spiegare.
Non si capisce se effettivamente Appelius sia stato per davvero sull’isola di Pasqua, più di qualche dubbio ci sta, in ogni caso in questo libro fece una panoramica eccellente di quella strana protuberanza di terra, che contiene strani geroglifici e le enormi teste di roccia, ma tutta la strana conformazione dell’isola a lui fece ritornare alla sua mente la teoria di Arthur de Gobineau, e non solo la sua, che considerava Pasqua come una vetta non andata a fondo dell’ormai scomparso continente di Atlantide; veniva da sé di conseguenza anche l’altra teoria che vedeva Pasqua come una delle terre riemerse a causa delle intense attività vulcaniche, un territorio perduto nella notte dei tempi, abitato una volta da ciclopi, secondo la leggenda trasmessa oralmente.
Nel 1930 terminò di scrivere questo libro, si trovava a Buenos Aires per svolgere la sua attività politico-giornalistica. Per lui era iniziata una missione che si trascinò con sé per gli anni a venire.
