giovedì 2 ottobre 2025

A PIEDE LIBRO n.155 - I friulani di Craiova. Rapporti socio- culturali italo-rumeni - Ion Patrascu, Elena Pirvu

A PIEDE LIBRO n.155
Intima ed irregolare rubrica libraria - Anno VI

I FRIULANI DI CRAIOVA. RAPPORTI SOCIO-CULTURALI ITALO-ROMENI 

Nel 2018, quando andai in particolar modo a Bucarest, mi accorsi di quanta italianità era passata da quelle parti. Prima dell’ondata di migranti romeni in Italia, dall’anno 2000 in poi, ce ne fu una italiana in Romania, di entità lungamente inferiore ma che lo stesso lasciò dei segni tuttora visibili.

Nell’Ottocento soprattutto dal nord est, ma anche dalla Toscana e dalla Puglia, diversi nostri compaesani partirono; erano artigiani, operai, contadini, commercianti ma anche non pochi insegnanti - come Luigi Sinigaglia che scrisse in rumeno il suo notevole “Corso completo di lingua e letteratura italiana” del 1890 - musicisti, pittori, scultori e architetti. 

Ci fu chi lasciò casa temporaneamente per farvi ritorno dopo qualche anno e chi ci rimase mettendo su famiglia. 

Tutti andarono principalmente per lavorare, alcuni per trovare fortune, altri perché avevano competenze, specializzazioni e capacità richieste. Si costituirono così diverse piccole comunità sparse per il Paese.

Si hanno le prove della presenza di italiani in Romania già nel XVI sec.; un certo Mino, proveniente da Ragusa, nei pressi del centro abitato di Craiova, prestava la sua arte per affrescare un monastero di Călui, era al servizio di Michele il Bravo, il primo fautore dell’unità nazionale rumena; lo stesso vale per lo studioso Franco Sivori che scrisse il suo “Memoriale delle cose occorse a me Franco Sivori dopo la mia partenza di Genova l’anno 1581 per andar in Vallachia”. 

Abbiamo poi diverse testimonianze che, tra l’Ottocento e i primi del Novecento, non pochi artisti romeni vennero in l’Italia per formarsi e lo fecero anche avvocati e medici. 

Fu specialmente in questo arco di tempo che si cominciò ad importare i libri di autori quali il Carducci, D’Annunzio, Petrarca, Boccaccio, Leopardi, col fine di tradurli.

Invece tra il 1848-1850, in piena epoca risorgimentale per i diversi popoli europei, più segnalazioni delle autorità romene partirono nei confronti di alcuni presunti agitatori italiani in combutta con quelli autoctoni per una rivolta nazionalistica; si vociferava anzi da tempo dell’arrivo di Garibaldi, una venuta che mai si verificò.

C’è da ricordare un altro nome di grande spessore: quello di Ramiro Ortiz, che fondò la cattedra di letteratura italiana all’Università di Bucarest nel 1913, cattedra che diresse per 20 anni; tante le sue pubblicazioni di valore sulla Romania, molte delle quali uscite in Italia durante il Ventennio fascista.      

Perciò il rapporto tra Italia e Romania è molto più stretto di quello che comunemente si crede. 

Nel XIV secolo si cominciò a far riaffiorare il legame con Roma antica: “Vicino ai Sarmati superiori c’è, dicono, una colonia abbandonata lì da Traiano, che ancora adesso conserva, in mezzo a così grande barbarie, molti vocaboli latini, notati dagli Italiani che si sono recati laggiù. Dicono occhio, dito, mano, pane e molte altre parole” diceva nel 1451 Poggio Bracciolini.

Flavio Biondo da Forlì due anni dopo scriveva che le genti che vivevano nei pressi del Danubio, “i Daci Ripensi o Valacchi, attestano con la loro favella un’origine romana, che essi rivendicano a proprio onore e vanto; siccome sono cristiani di rito cattolico e ogni anno visitano Roma […] si esprimono in un latino contadinesco”. 

Il Conte  Maiolino Bisaccioni nel 1654 affermò in una sua opera che il romeno parlato era alla fin fine un “latino corrotto”. 

Leopardi, tornando sul discorso dei coloni romani che andarono a vivere in quella parte d’Europa, disse che “quella lingua Valacca, derivata pure dalla latina, e che per essersi mantenuta sempre rozza, è proprissima a darci grandi notizie dell’antico volgare latino”. Il Conte d’Hauterive sosteneva addirittura che “l’idioma moldavo […] lingua rude e grezza” appartenesse alla lingua “dei più antichi abitanti di Roma”. 
Conosceva il romeno anche un Padre del nostro Risorgimento: Carlo Cattaneo, il quale scrisse nel 1830 l’articolo “Del nesso fra la lingua valacca e l’italiano”.

La Romania affonda le sue radici nelle stirpi indoeuropee dei Traci, dei Geti e dei Daci, a partire circa dal IV Millennio a.C.; divenne appunto una delle terre che i Romani popolarono ma è tra il VI d.C. e l’anno Mille che iniziò a prender forma l’identità e la lingua romena, quando più o meno si potrebbe fissare l’atto di nascita del “popolo friulano”, attorno perciò all’XI secolo, anche se la lingua friulana, ugualmente, si andò componendo proprio tra il VI e il X secolo. 

Il destino dei due popoli è per alcuni aspetti lo stesso: entrambi subirono l’invasione degli Slavi, resistendo e mantenendo la loro origine neolatina, assimilando i dominatori nel lungo periodo.       

Dall’Ottocento in poi, 20.000 friulani si insediarono in quelle terre lontane ma non troppo, il flusso continuò fino alla fine degli anni Venti; 5.000 di loro si stabilirono a Craiova, nell’Oltenia, ossia nel sud est del Paese; il primo documento che attesta l’esistenza della città risale al 1474, Craiova fu per secoli uno dei più importanti snodi commerciali dell’est europeo ma divenne pure un polo d’attrazione per gli esperti dantologi e per le traduzioni parziali e integrali de “La Divina Commedia” in lingua romena.

Il boiaro Pera Opran (1815-1888) accolse tanti italiani nelle sue proprietà per offrire loro dei lavori da eseguire, lui stesso si spostò in Italia alla ricerca delle origini latine dei due Paesi, fu inoltre una importante autorità della città Craiova.

Tuttavia, in Romania, soltanto dopo la Grande Guerra si iniziarono a fondare associazioni comunitarie che costituirono un centro culturale aperto anche ai non pochi romeni, attratti dalle iniziative italiane. 

Ciò accadde almeno almeno fino a poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando il comunismo schiacciò le minoranze con varie modalità nell’est europeo, caduto ormai sotto l’influenza sovietica. 

Una libertà riacquisita solo dopo la caduta del Regime di Ceausescu, a quel punto di nuovo le associazioni ripresero vita e svilupparono le loro prime attività negli anni Novanta. 

La comunità craioviana di italiani alla fine degli anni Novanta contava circa un migliaio di componenti, in una città di quasi 300.000 abitanti, diventata una zona metropolitana che contiene ad oggi 600.00 residenti.      

Per concludere, “I friulani di Craiova” è stato stampato in Italia una prima volta nel 1994, rivisitato e ristampato nel 1999 in Romania, contiene la prefazione di uno dei più importanti romenologi italiani, Claudio Mutti, e all’interno del libro si trova il testo sia in lingua italiana che in lingua rumena.