Intima ed irregolare rubrica Libraria - Anno IV
L'ANTIPARLAMENTARISMO ITALIANO (1870 - 1919) - CARLO CERBONE
“Se tu riguardi Luni e Urbisaglia
Come son ite, e come se ne vanno
Diretro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
Udir come le schiatte si disfanno,
Non ti parrà nuova cosa né forte,
Poscia che le cittadi termine hanno.
Le vostre cose tutte hanno lor morte
Siccome voi, ma celasi in alcuna
Che dura molto, e le vite son corte”.
(Dante, “Paradiso”, canto XVI)
È molto frequente crederlo ma in realtà è un grossolano errore pensare che l'anti - parlamentarismo in Italia nacque e andò di pari passo col fascismo.
Per altro, detto per inciso, l'attività parlamentare sotto il Regime fu piuttosto intensa, come rilevato da Franco Franchi nel suo “La riforma fascista del parlamento” (Solfanelli 1994).
Ora quel che potrebbe spiazzare è che intanto l'antiparlamentarismo comparve sin da subito, con la fondazione della nazione italiana, ma in particolar modo potrebbe lasciar sgomenti che a muovere delle pesantissimi critiche, che lasceranno il segno negli anni a venire facilitando in un certo qual modo anche l'affermazione del fascismo, furono alcuni eminentissimi giuristi e politici dell'area liberale, oltre a quelli più prevedibili appartenenti al nazionalismo.
Eccone alcuni:
Luigi Palma (1837-1899). Fu tra i primi ad interessarsi allo studio del diritto costituzionale, rendendolo organico; diceva che il “governo parlamentare […] appena quasi formatosi, presenta già molteplici difetti”, soprattutto relativi agli scompensi tra maggioranze e minoranze in relazione alla rappresentatività popolare ed inoltre “il Demos dove ha trionfato assolutamente, ha preteso o minaccia di confondere il volere col potere”. Il punto era proprio questo e come diceva Aristotele i governi andavano considerati come legittimi solo se operavano nell'interesse di tutti, tenendo sempre in conto che tutto è mortale, tutto avrà una fine come del resto sosteneva uno dei padri della democrazia: Montesquieu. In ogni caso si sarebbe dovuto trasformare il governo affinché potesse agire sempre “nell'interesse di tutti”.
Ruggiero Bonghi (1826 – 1895). Attivista risorgimentale, fu tra l'altro uno dei promotori della richiesta per l'approvazione di una Costituzione inoltrata a Ferdinando II ed insegnò storia e lettere antiche nelle università. Molto lucidamente analizzava la situazione all'epoca e le sue considerazione valevano prima quanto ancora oggi: “non vive una sola persona la quale riponga in questa metà più uno dei deputati una fiducia non dico grande, ma mediocre”, infatti l'inconsistenza parlamentare oltre ad essere sotto gli occhi di tutti, a suo avviso, si fondava sulla “vanità del voto”, concesso alle “plebi” che però ad un certo punto avevano cominciato a chiedere la “risoluzione degli affari pubblici nelle lor mani”, poiché le “magagne” del governo parlamentare si erano “andate scovrendo a poco a poco”, ma d'altra parte il “regime parlamentare” era “lo specchio fedele di una società come la nostra, disciolta in atomi”, oltre al fatto che presentava continuamente “lo spettacolo d'una mischia confusa di politicanti il cui livello medio declina”, politicanti che in pratica non avevano contribuito affatto al bene comune con alcun merito o quanto meno con nessuna proposta di nessun tipo, anzi i deputati inseguendo soltanto gli “interessi elettorali” erano diventati, nonostante tutto, “gli arbitri della politica del paese”, “Male profondo e vergogna grande!” esclamava.
Il Bonghi ribadiva l'anomalia delle cosiddette maggioranze visto che vi erano intanto i non pochi che non votavano e dato che i votanti con quel sistema si trovavano a votare sostanzialmente persone a loro sconosciute, cosicché proprio in queste maggioranze spadroneggiavano i “maneggioni” con i loro intrighi e le loro false promesse. Bonghi in sostanza arrivava a due conclusioni ben precise, “l'una è che l'elezione sola non basta a dare una rappresentanza del paese”, “l'altra che l'elezione è per sé considerata un istrumento non adatto a migliorare e rinvigorire l'indole del cittadino”.
Se poi si metteva a paragone il principio rappresentativo di quei tempi con quello adottato dalle corporazioni medievali, dove si eleggeva per davvero e per concreto interesse collettivo, allora si notava ancor di più questo strappo col passato e l'inganno del nuovo Sistema, sì proprio quelle corporazioni “calpestate già e derise” dalle nuove “classi politiche, orde vaganti, ansiose di potere, ingorde di denaro, mobili di desiderio, passionate, ardenti, oppure impacciate, e strette continuamente dal bisogno di adulare e di essere adulate”. Dunque la domanda era non solo legittima ma andava a scoprire il pesante velo di ipocrisie e falsità del Potere costituitosi: “Ora, che titolo a governare un paese resta a un Governo tratta da un'assemblea, se questa non ha valore rappresentativo ed esso meno?”.
La situazione insomma a fine secolo appariva tanto questa e sembrava piuttosto problematica: “Le aristocrazie, rimaste senza uso, si consumano nei bagordi e nei dispendi; le borghesie si rannicchiano paurose; e le plebi diventano selvaggie a forza di credere giusto quello ch'è inattuabile”, certo il “regime parlamentare non ne ha solo la colpa, ma ne ha gran parte di colpa” davanti a quello sfacelo. Bonghi aveva visto lungo in tanti sensi anche quando aveva affermato che quel Sistema non poteva tenere, “Questi è un uomo che morrà”.
Gaetano Mosca (1858 – 1941). Non ci sarebbe nemmeno bisogno di presentazioni poiché parliamo di uno dei più importanti giuristi delle storia d'Italia. Mosca parlava di “vizi molteplici” della democrazia parlamentare, vizi sorretti da una serie di luoghi comuni, tuttora in pieno vigore, del tipo: le “istituzioni son buone, ma gli uomini le rendono cattive”, “tutti i popoli hanno il Governo che si meritano”, “la libertà è rimedio a se stessa” ma le cose stavano in modo diverso, la realtà vedeva intanto una frattura di fatto tra diritto pubblico scritto e quello applicato, poi uno sbilanciamento dei poteri verso la Camera dove regnava l'improvvisazione, il tornaconto e l'impreparazione, era fisiologico addirittura, “come gli uomini vanno comprendendo i vantaggi materiali, che in certe posizioni si possono trarre dal nuovo sistema del Governo, questo va pigliando il suo corso naturale e normale”, perciò i membri della Camera dei deputati “non rappresentano che una quantità di interessi essenzialmente privati, la cui somma è lungi dal formare l'interesse pubblico” e ad emergere erano coloro che avevano una “retorica vanagloriosa e bugiarda, l'ipocrisia, la frode, il trattare senza riguardo agli avversari, ed il sapersi sbarazzare a tempo degli amici, spesso conducono ai primi posti ed anche al potere”.
Insomma era piuttosto noto tutto ciò, difatti “È opinione di molti che in Italia il Parlamentarismo non funzioni bene e produca tanti inconvenienti”. Un altro falso mito andava sfatato, non meglio andava in Inghilterra dove la corruttela ministeriale e parlamentare era all'ordine del giorno e dove il Sistema teneva grazie al mirabile “self-government” e quindi grazie alla grande capacità, all'impegno e all'onestà degli amministratori locali indipendenti.
Certo in Italia la situazione appariva più grave su più livelli se non altro perché pullulavano consorterie di ogni risma in ogni settore. Mosca rilevava inoltre che “il credere che i partiti siano fondati sopra differenze serie e costanti” fosse un'altra opinione “contraria” alla realtà sia in Italia che all'estero ed ingannevole altrettanto era l'idea che il suffragio universale avrebbe potuto risolvere una serie di problematiche, in effetti, al di là di qualche collegio dove si sarebbero fatti valere i voti degli operai, nella maggior parte dei casi le liste sarebbero ricadute in mano sempre alle “stesse persone”, alle loro manipolazioni e al loro clientelismo. Insomma tutte le riforme fino ad allora applicate e le altre presentate come la panacea di tutti i mali non erano altro che tanto fumo negli occhi.
Angelo Majorana (1865 – 1910). Deputato, Ministro della Finanze e del Tesoro, costituzionalista, osservava che una “reazione” alla democrazia parlamentare si era affermata, “stavasi meglio quando si stava peggio!” era la frase che ricorreva tra la gente. Di sicuro dopo un periodo innovativo e di slancio era subentrato di già quello “critico”, le illusioni del “secolo del progresso” o del “secolo dei parlamenti”, ossia del XIX sec. sembravano evaporate in fretta, quel che era constatabile era il grande individualismo che andava formando solo alcuni “gruppi omogenei” a scapito di altri, l'assenza della “designazione dei più capaci” a governare, il fatto che “Non è vero che gli elettori, votando, si ispirino agli interessi del paese”, quel che anzi si poteva notare era “l'indecoroso baratto d'influenze e di voti”.
Era poi una “delle peggiori ' menzogne convenzionali' quella che parla di «volontà popolare» o di «nazionale coscienza»” poiché le elezioni invece erano più che altro il “frutto della prepotenza o della corruzioni esercitata dai governanti o dai maneggioni speculatori politici; oppure della indifferenza inerte dei più; oppure, in casi rarissimi della protesta sgorgante fuori dalla sfiduciata coscienza pubblica”.
Indi per cui i “deputati non rappresentano la nazione, ma mutabili coalizioni di particolari interessi. Il loro mandato non è di diritto pubblico ma del peggio inteso diritto privato”. Majorana era drastico e sì che quei meccanismi li conosceva piuttosto bene altro che i tanti filo-democratici sbraitanti, già Mazzini stesso aveva subodorato che quel “regime” fosse “compromesso impotente”.
Ogni istituzione, ogni regime, ogni sistema aveva un suo inizio ma la regola della ciclicità valeva per tutto e tutti ecco perché Majorana riportava nel suo scritto i versi di Dante che aprono questo pezzo. La soluzione che proponeva davanti a quello stallo degenerativo era dunque la “socializzazione” ovvero il “rendere collettivo il modo di provvedere alla soddisfazione dei bisogni umani”, ciò avrebbe comportato per necessità l'indebolimento della rappresentanza politica ma rafforzato la “partecipazione diretta”.
Perticone, Ferrari, Persico, Sonnino, Turiello, la trafila di giureconsulti non solo non è breve ma è composta da personaggi competenti e al di sopra di ogni sospetto.
Ora la domanda sorge spontanea: ed oggi? Oggi quanto siamo o pensiamo di essere così distanti da quelle critiche? E a quale titolo?
I “deputati non rappresentano la nazione, ma mutabili coalizioni di particolari interessi. Il loro mandato non è di diritto pubblico ma del peggio inteso diritto privato”
(Angelo Majorana)
