(seconda parte)
MUSICA PER LUPI - IL RACCONTO DEL PIÙ TERRIBILE ATTO CARCERARIO NELLA ROMANIA DEL DOPOGUERRA
A seguito di queste sevizie si poteva morire, fu il caso dello studente di letteratura Paul Limberea (1924-1951) dopo poco più di un anno di prigionia e torture.
A seguito di queste sevizie si poteva morire, fu il caso dello studente di letteratura Paul Limberea (1924-1951) dopo poco più di un anno di prigionia e torture.
Ci fu anche il suicidio di Serban Gheorghe, il quale decise in questo modo di sfuggire a quell’annientamento quotidiano.
L’ex legionario Cornel Pop, poeta, attivista anche nell’immediato dopoguerra all’università di Timisoara e Cluj e assieme ad altri suoi commilitoni ribelli rifugiatisi in montagna, fu tra quelli che subì le più atroci torture e più a lungo, pure perché era un fervente credente da buon legionario quale era, tuttavia alle pressioni delle crudeltà cedette e passò dall’altra parte; per Ţurcanu fu un successo, un uomo forte come Pop, ormai abbrutito, disumanizzato, aveva cambiato sponda, e questo voleva dire che tutti avrebbero potuto farlo, bastava intensificare e indurire le persecuzioni.
Pop poi pagò cara la sua trasformazione, fu condannato a morte durante il processo del gruppo Ţurcanu.
Ma chi forse pagò più di tutti in quanto a soprusi subiti fu Costache Opran, uno dei capi giovanili della Guardia di Ferro, religioso, composto, disciplinato, amato dai suoi compagni di cella, un uomo resistente e della sua tempra cadde nel programma degli “smascheramenti, partecipandovi seppur in modo limitato.
Anche in questo caso Ţurcanu poté vantare una diabolica vittoria: quella di aver portato dalla sua parte uno dei suoi peggiori nemici, che era stato sfinito dalla sua brutalità.
Opran morì a 37 anni nel carcere di Jilava, dopo che era stato spostato dall’inferno di Piteşti, il suo decesso fu dovuto alla tubercolosi e all’indebolimento irreversibile del suo corpo e della sua mente.
Non tutti i collaboratori però se la scamparono, perché se solo avevano un cedimento di fronte all’esecuzione delle loro violenze, rischiavano di tornare ad essere di nuovo delle vittime, con la possibilità di lasciarci la pelle a causa delle percosse, come avvenne per l’operaio Iosub.
Il popa Tanu, fu invece uno dei migliori collaboratori di Ţurcanu, era un folle che si faceva passare per prete, ex legionario, ma che forse legionario non fu mai.
Nuti Patrascanu, studente in medicina, anche lui Legionario, fu un altro crudele seviziatore, ma aveva un segreto che aveva preferito nascondere: pure la fidanzata aveva fatto parte della Guardia di Ferro, un peccato che a Piteşti non poteva essere perdonato, tant’è che fu massacrato fino a perdere la vita, vita che perse però nel 1960 in un altro carcere, sempre quello di Jilava, fisicamente sfinito non resse più il colpo degli ulteriori maltrattamenti ricevuti dai gendarmi.
A passare a miglior vita fu persino il sopra menzionato Alexandru Bogdanovici (co-fondatore della “Organizzazione di detenuti di convinzioni comuniste”), probabilmente perché Ţurcanu aveva individuato in lui il delatore che lo aveva fatto arrestare anni prima. Bogdanovici, dopo percosse e sevizie di vario tipo, spirò. Era l’anno 1950.
Dario Fertilio parla invece in termini diversi di Sergiu Mandinescu, che in realtà fu anche lui forse un Legionario e poi un aiutante di Ţurcanu, oltre ad essere un poeta riconosciuto a posteriori per le sue poesie religiose scritte in carcere.
Almeno un migliaio di persone passarono sotto le grinfie di Ţurcanu, c’è chi parla invece di 5.000 vittime, un numero complessivamente non così elevato per l’intero e molto popolato sistema carcerario comunista romeno di quegli anni, tuttavia Piteşti lo si può considerare una sorta di laboratorio, le cavie come visto furono i carcerati politici, anche se questo piano disumano stava prendendo piede altrove, in altre galere.
Alle vittime, per tentare di superare la loro condizione, non rimaneva che diventare come i loro aguzzini e ciò avvenne per disperazione. Il contatto tra torturatori e torturati non si spezzava mai, i primi stavano addosso ai secondi 24 ore su 24, ed anzi erano proprio i primi che con dei tranelli sfruttavano i momenti di debolezza dei secondi. Non c’era tregua.
Chi passava dall’altra parte, a riprova della sua ‘rinascita’ politico-morale, doveva maltrattare, con i mezzi sopra descritti, i compagni di cella che nonostante tutto avevano resistito, o coloro che a causa di una sua delazione erano stati arrestati, cioè parenti e amici compresi, i quali da quel momento diventavano dei fantocci nelle sue mani.
Poi tutto saltò. Voci e accuse e controaccuse si inseguirono. Dovevano volare delle teste.
Il 10 novembre 1954, dopo un paio di mesi di processo, scattarono le condanne.
In 17 subirono la pena di morte, tutti e 17 furono tutti fucilati nel silenzio mediatico dopo la sentenza del giudice Alexandru Petrescu. Ci fu qualche altro arrestato, come ad esempio il direttore del carcere di Piteşti, Alexandru Dumitrescu, il Colonnello della famigerata Securitate, Tudor Sepeanu poi graziato, e pochi altri.
Non pagarono Petru Groza, né Ana Pauker al governo, né il ministro degli Interni, Teohari Georgescu, neanche il Generale A. Nikolski. Solo Julius Zeller, benché non incriminato, si tolse la vita.
L’esperimento ebbe in definitiva 17 e poco più colpevoli, quando invece in non pochi sapevano e non potevano non sapere quel che accadeva dietro quelle sbarre, tanto più perché i comandi erano partiti dall’alto.
Fu lasciato fare, anche quelle torture servivano per stanare il nemico che non c’era ma che andava creato.
Del processo poco arrivò alla opinione pubblica, anzi, secondo il tipico stile sovietico s’intorbidì sin da subito la verità, tant’è che di sana pianta gli inquirenti e i giudici incolparono gli imputati di essere stati gli esecutori materiali di fantomatici ordini dell’esule Horia Sima, capo della Guardia di Ferro, il quale aveva preso il posto di Codreanu ammazzato dai gendarmi in un vile agguato nel 1938. Insomma gli artefici pure di quei gravi misfatti dovevano essere sempre loro: i “fascisti”.
Le prima vere informazioni iniziarono a riemergere dopo il crollo dell’URSS, meglio ancora a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. Tutt’oggi mancano però molti documenti perché son stati fatti sparire, altri sono stati distrutti e perché molte testimonianze si sono perdute, visto che i testimoni col tempo sono scomparsi.
Questo, in estrema sintesi, è quel che accadde.
Una lugubre storia pressoché sconosciuta al di fuori dalla Romania. In Italia qualcosa è filtrato grazie a Dario Fertilio.
Purtroppo la riuscita non è stata delle migliori, poiché “Musica per lupi” è una discutibile proposta che il giornalista/scrittore ha voluto portare in forma romanzata, con colloqui, sensazioni, per quanto verosimili, frutto della sua immaginazione.
Non mancano dunque delle libertà artistiche, il che vuol dire che per il lettore diventa necessario comprendere cosa sia vero, cosa non lo sia con lo scorrere delle pagine, e diventa obbligatorio ricostruire le terribili vicende, i nomi dei perseguitati.
La Rete aiuta, però solo parzialmente proprio perché in lingua italiana non si trovano ulteriori studi dati alle stampe.
È un’opera meritevole quella di rendere finalmente pubblici certi aberranti crimini, forse, almeno a mio avviso, bisognerebbe in questi casi essere puntuali e fedeli alla realtà dei fatti senza divagare. Va pur detto che spesso la fantasia non può neppure raggiungere il livello di crudeltà della realtà.
In ogni caso tornerò a breve a parlare di quel che accadde a Piteşti, tuttavia , per chiudere. mi preme riportare questo estratto del libro di Fertilio, tanto per far capire cosa stava accadendo nell’est europeo, mentre in Occidente i tanti comunisti pensavano che al di là della Cortina di Ferro vi fossero degli Stati fondati sulla Giustizia e l’uguaglianza.
Questa fu una delle facce della Romania comunista, una delle più tremende:
“il numero dei detenuti condannati a seguito dei processi, nel periodo compreso fra il 1949 e il 1960, ammonta a circa 550.000.
Complessivamente si può calcolare che siano state inflitte pene carcerarie per oltre tre milioni d’anni” in “questi calcoli non vengono considerate le condanne per delitti comuni”, poi vi erano gli “arresti amministrativi” fondati sugli “ordini stabiliti nel 1952 e perfezionati nel 1958 dal Ministerul Afacerilor Interne” contro coloro che mettevano “«in pericolo – oppure tentassero di mettere in pericolo – il regime di democrazia popolare, la costruzione del socialismo e diffamassero il potere dello Stato e dei suoi organi».
“il numero dei detenuti condannati a seguito dei processi, nel periodo compreso fra il 1949 e il 1960, ammonta a circa 550.000.
Complessivamente si può calcolare che siano state inflitte pene carcerarie per oltre tre milioni d’anni” in “questi calcoli non vengono considerate le condanne per delitti comuni”, poi vi erano gli “arresti amministrativi” fondati sugli “ordini stabiliti nel 1952 e perfezionati nel 1958 dal Ministerul Afacerilor Interne” contro coloro che mettevano “«in pericolo – oppure tentassero di mettere in pericolo – il regime di democrazia popolare, la costruzione del socialismo e diffamassero il potere dello Stato e dei suoi organi».
Tali pene, comprese tra i sei e i sessanta mesi, non erano assegnate dopo veri processi. Bensì affidate a commissioni formate da colonnelli e generali preposti alla sicurezza, i quali approvavano a volte molto tempo dopo gli arresti, o addirittura a morte avvenuta degli imputati, le ‘liste di proposte’ formulate dagli organi regionali di sicurezza.
Era un metodo di procedere estremamente impersonale e altrettanto celere. Così, del resto, si comportavano le troike della casa madre, la Ceka sovietica”.
“Una buona parte venne mandata ai lavori forzati perennemente in corso al ‘Canale della Morte’ – il Danubio Mar Nero […] mentre altre vennero evacuate dalle loro case e spostate in altre località. Numerosi furono poi gli arresti all’interno di intere categorie sociali, come avvenne nel 1948 per tutti gli ex impiegati di polizia (notte del 27 luglio); o negli anni tra il 1949 e il 1953 per i contadini che non avevano pagato le quote prescritte; o ancora tra il 1958 e il 1960 per gli intellettuali e i preti giudicati reazionari, mistici o nemici del popolo”, “durante i primi anni di occupazione sovietica, gli arresti vennero eseguiti dal Corpo degli Investigatori diretto da Alexandru Nikolski (o Nicolski, comunque il personaggio che se ne sta sullo sfondo della storia appena narrata). Poi entrarono in azione gli agenti dell’NKVD, diretti dalla Commissione Alleata – sovietica – di Controllo. Quest’ultima costituì il governo ombra che condusse la Romania al suo destino”.
(Fine seconda ed ultima parte)
N.B. nella foto Petru Groza, Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Popolare Rumena dal 1947 al 1952 e Primo Ministro del Regno di Romania dal 1945 al 1947.
(Fine seconda ed ultima parte)
N.B. nella foto Petru Groza, Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Popolare Rumena dal 1947 al 1952 e Primo Ministro del Regno di Romania dal 1945 al 1947.
Leggi la prima parte:

